Il giorno di Ferragosto, fuori da una gelateria di San Giovanni Lupatoto, lo street artist Pier Paolo Spinazzè, in arte Cibo, è stato strattonato, minacciato e spinto a terra davanti al figlio di soli tre anni e alla moglie. L’aggressore, un trentaseienne subito identificato dai carabinieri, indossava i simboli dell’Hellas Army, gruppo della Curva Sud del Verona legato alla destra radicale. Un blitz squadrista contro chi, da oltre trent’anni, usa la propria bomboletta spray per cancellare la feccia dai muri — svastiche, croci celtiche e slogan d’odio — e sostituirla con fragole, forme di formaggio e prodotti della nostra terra.
L’attacco non arriva dal nulla. Spinazzè, che convive con la sclerosi multipla, porta avanti da decenni una resistenza visiva basata su un’idea elementare: «Il cibo mette tutti d’accordo». Una battaglia pacifica che gli è costata un’escalation di intimidazioni costante: minacce di morte, una bomba carta fatta esplodere sotto casa anni fa e, poche ore fa, adesivi col suo nome barrato lasciati direttamente sulla cassetta delle lettere. L’aggressione fisica di Ferragosto è solo l’ultimo salto di qualità di un clima d’odio mai sopito.
È qui che il fatto di cronaca chiama in causa il mondo dello sport. L’aggressore ha agito rivendicando la propria appartenenza a una specifica sottocultura tifoidea. Per troppi anni, attorno allo stadio Bentegodi e nelle trasferte, si è tollerata la presenza sistematica di nostalgia neofascista, striscioni eversivi e cori razzisti, derubricando il tutto a folkloristica “goliardia”. L’aggressione a Cibo dimostra che quella tolleranza produce frutti avvelenati anche fuori dai cancelli dell’impianto sportivo.
Cosa intende fare oggi l’Hellas Verona per prendere nettamente le distanze e isolare questa frangia violenta? Il silenzio delle società sportive di fronte ad attacchi di matrice neofascista rischia di trasformarsi in omertà. L’Articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di espressione, e l’opera di Cibo ne è un presidio concreto e democratico.
A Pier Paolo e alla sua famiglia va tutta la solidarietà e la nostra scorta mediatica. Terremo i riflettori costantemente accesi su questa vicenda, affinché gli squadristi non possano contare sull’isolamento delle loro vittime. Il calcio e le istituzioni decidano da che parte stare; noi la nostra scelta l’abbiamo già fatta.
