La chiusura e il ridimensionamento di programmi culturali su Rai3 (Dilemmi, Via dei matti, Rebus, Il fattore umano) e Radio2 (Caterpillar??) non è solo una scelta di palinsesto. È un’operazione politica, un colpo inferto al servizio pubblico e alla sua funzione più alta. Sono tutti programmi che raccontano il Paese, la sua complessità, le sue voci scomode, la sua memoria. Quando si cancellano spazi di approfondimento, di cultura e di pensiero critico, non si sta ristrutturando l’offerta, si sta solamente impoverendo il dibattito pubblico e si sta consegnando la Rai a un’idea sempre più povera, addomesticata e piegata alla convenienza del potere di turno.
Per questo parlare oggi di scippo e rivolta culturale, al ribasso, non è un’esagerazione. È la descrizione più onesta di ciò che sta accadendo. La sottrazione progressiva di ciò che rendeva la tv pubblica un luogo ancora riconoscibile come bene comune. E il fatto che tutto questo avvenga soprattutto sulla rete che per anni è stata considerata la casa della cultura televisiva italiana rende il quadro ancora più grave.
Il precedente rimosso
Dentro questa deriva c’è però una rimozione che andrebbe finalmente rimessa al centro. Nel 2018, dopo l’ultima stagione di Radici, il programma condotto da Davide Demichelis che raccontava l’altra faccia dell’immigrazione e offriva una narrazione diversa sul tema migranti, nessuno ha alzato la voce. Nessun giornale, nessun fronte compatto, nessuna difesa, nessuna mobilitazione all’altezza del valore del programma. Eppure Radici aveva una storia importante: otto anni di programmazione, oltre cinquanta puntate, e fino al 2021 più di duecento repliche.
Quel programma era finanziato dal Ministero dell’Interno attraverso i fondi FAMI. Dopo oltre nove mesi di rinvii e tira e molla, venne liquidato come “non più utile” dal ministero allora guidato da Matteo Salvini. Si, perché i fondi passavano dal Ministero che poi aveva fatto un accordo di convenzione con RAI.
È qui che si misura il problema vero: un programma che cercava di ridare dignità ai racconti delle migrazioni e sottrarsi alla propaganda è stato lasciato andare nel silenzio generale. Non è solo la fine di una trasmissione. È il sintomo di un ambiente mediatico che troppo spesso si indigna solo quando il danno diventa immediatamente visibile o politicamente spendibile.
Il silenzio pesa
Quella mancanza di reazione pesa ancora oggi. Perché se un programma culturale e civile può essere cancellato senza una difesa ampia, allora il terreno è già stato preparato per nuovi arretramenti. E infatti oggi vediamo con chiarezza dove porta questa logica. La normalizzazione del taglio, la marginalizzazione della cultura critica, la riduzione del servizio pubblico a contenitore neutro, senza conflitto e senza contradditorio.
Il punto non è solo difendere un singolo programma. Il punto è capire che ogni arretramento sul terreno culturale è un arretramento democratico. Quando si colpiscono trasmissioni che parlano di libri, musica, storia, società, migrazioni e diritti, non si colpisce un palinsesto, si colpisce la possibilità stessa della Rai di fare davvero servizio pubblico.
Una difesa che arriva tardi
La vicenda di Radici mostra quanto sia stato debole allora il riflesso di difesa di fronte a una scelta che già aveva il sapore della cancellazione politica. E mostra anche quanto sia fragile, nel nostro sistema mediatico, la solidarietà verso i programmi che provano a raccontare ciò che disturba o spiazza. Oggi chi denuncia lo smantellamento culturale della Rai fa bene. Ma la denuncia sarà credibile fino in fondo solo se saprà tenere insieme i casi di oggi e quelli di ieri, anche quelli rimasti senza difesa. Perché il problema non è solo chi taglia, ma anche il silenzio con cui spesso si lascia tagliare.
Difendere ciò che resta
Difendere la cultura in Rai significa difendere il diritto dei cittadini a un servizio pubblico libero, plurale e capace di contraddire il potere. Significa rifiutare l’idea che il valore di una trasmissione si misuri solo in termini di utilità immediata, di consenso, di compatibilità politica. Significa dire che programmi come Radici non erano un lusso, ma una necessità civile, una necessità che faceva ascolti.
Se oggi la rete culturale della Rai viene smontata pezzo dopo pezzo, bisogna chiamare le cose con il loro nome. Non è solo un cambio editoriale. È un processo di occupazione simbolica e di impoverimento democratico. E chi difende davvero il servizio pubblico dovrebbe ricordarselo sempre, anche quando la cancellazione colpisce programmi meno convenienti da difendere, ma non per questo meno importanti.
