Cosa è rimasto di Marcinelle, del suo dolore e dei suoi morti? Cos’è rimasto dei centotrentasei minatori italiani (su duecentosessantadue) che perirono in quella che Paolo Di Stefano, collega del Corriere della Sera che di solito si occupa di cultura, ha ribattezzato “La catastròfa” nel suo splendido libro ripubblicato quest’anno da Sellerio? È rimasto, ahinoi, l’oblio. Anche per questo la sua opera è splendida fin dal titolo: un barbarismo che intreccia italiano e francese, restituendoci il clima di discriminazione, sottomissione e sconfitta nel quale erano costretti a vivere quei poveri cristi che erano partiti da paesini sperduti con la valigia di cartone, attratti dal miraggio di un po’ di pane, mentre in Italia si moriva letteralmente di fame. È la generazione che, in alcuni casi, era stata partigiana, che aveva conosciuto il fascismo e la miseria, che era andata in Belgio accettando condizioni di vita e di lavoro bestiali nell’ambito di un accordo stipulato da De Gasperi con il governo belga: uomini in cambio di carbone. Avevano vent’anni o poco più ma ne dimostravano spesso il doppio. Lavoravano a quasi mille metri di profondità, senza alcuna tutela, senza alcun rispetto, spesso senza neppure la dignità di veder riconosciuto il proprio sacrificio. C’è voluta, per l’appunto, la “catastròfa” del Bois du Cazier per migliorare un po’ le condizioni di vita di quegli uomini del sottosuolo, prima che esplodesse il boom, che l’Italia spiccasse il volo, che si potesse iniziare ad assaporare un benessere impensabile nell’immediato dopoguerra e, purtroppo, ci si dimenticasse di quella comunità di italiani sfortunati e dei tormenti che aveva dovuto affrontare.
Grazie al suo lavoro di ricerca, di intervista, di contatto umano e di conoscenza discreta delle persone e delle loro storie, Paolo Di Stefano ci restituisce finalmente la Spoon River di una tragedia immane, nome per nome, volto per volto, dolore per dolore, senza mai risultare scadere nel sensazionalismo o risultare stucchevole.
Settant’anni da allora e il tema dei morti sul lavoro, senza dubbio, la fa ancora da padrone. Ricordare Marcinelle, ora che ci siamo allontanati decisamente dal Novecento e dalla sua memoria di sangue, si rivela dunque ancora più importante. Per sapere chi siamo e da dove veniamo, per ricordarci che anche noi siamo stati un popolo di emigranti, per comprendere le tragedie altrui e magari, se non è chiedere troppo, per evitare di affidarci ancora ai pifferai del malcontento che utilizzano il tema migratorio per costruire carriere politiche tanto lucrose per loro quanto dannose per noi.
