Giornalismo sotto attacco in Italia

Nelle pieghe del tempo: l’antico costume di Scanno diventa visione contemporanea

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C’è un nero che non appartiene al lutto, ma alla memoria. Un nero fitto, profondo, stratificato come la montagna d’Abruzzo da cui nasce. È il nero del costume femminile di Scanno, uno degli abiti tradizionali più enigmatici e potenti d’Italia, capace ancora oggi di evocare un immaginario antico fatto di silenzi, lana cardata, fotografie senza tempo e figure femminili che sembrano attraversare i secoli senza perdere la propria forza.

Tra le strade di pietra del borgo abruzzese, il costume muliebre scannese non è mai stato semplice folklore. È stato linguaggio sociale, rito, identità, appartenenza. Un abito che custodisce nelle sue pieghe la storia delle donne di Scanno: madri, figlie, vedove, tessitrici, custodi di una sapienza tramandata senza libri, attraverso le mani.

Oggi quell’abito torna a parlare al presente. Da Scanno a Biella, attraversando l’Italia della lana, dell’arte e della manifattura, nasce infatti “Dans les plis. Ogni punto è il centro dell’universo”, il progetto triennale promosso da Fondazione Pistoletto Cittadellarte e curato da Ilaria Bernardi, presentato nel contesto di Arte al Centro 2026, con inaugurazione il 15 maggio a Biella.

Al centro del progetto c’è proprio lui: il costume tradizionale femminile di Scanno, candidato al riconoscimento UNESCO grazie all’impegno del Comune di Scanno e della Fondazione FASTI. Ma l’intento dell’iniziativa va oltre la conservazione museale. Qui la tradizione non viene imbalsamata: viene interrogata, riattraversata, trasformata in materia viva per la ricerca contemporanea. A suggerire la direzione del progetto è stata Serena Tarquini Pomilio, Ambasciatrice del Terzo Paradiso e socia onoraria FASTI, che ha individuato nella plissettatura — la “trijatura” del costume scannese — il nucleo simbolico attorno a cui costruire una riflessione che unisce antropologia, arte, filosofia e moda. Ed è proprio nella piega che si nasconde il mistero di questo abito.

Le gonne pesanti, i drappeggi rigorosi, le stratificazioni del tessuto raccontano una femminilità austera e magnetica, sospesa tra Oriente e Appennino. Da decenni antropologi, storici dell’arte e fotografi cercano di decifrare il fascino del costume di Scanno, immortalato nel Novecento da grandi maestri della fotografia internazionale, da Henri Cartier-Bresson a Mario Giacomelli. Le donne scannesi, avvolte nei loro veli scuri e nei profili netti del copricapo, hanno attraversato l’immaginario fotografico europeo come apparizioni.

Eppure il cuore di quest’abito non risiede soltanto nell’estetica. Il costume nasce dentro una civiltà della lana che per secoli ha segnato l’economia dell’Abruzzo interno. Tra Medioevo ed età moderna, L’Aquila fu uno dei più importanti centri lanieri dell’Italia centro-meridionale e Scanno partecipò attivamente a quel sistema produttivo come luogo di allevamento, lavorazione e commercio della lana greggia.

Ancora negli anni Settanta del Novecento, nelle case del paese, le donne continuavano a filare, tingere e tessere secondo pratiche tramandate oralmente. Nei tessuti compatti del costume sopravvive così l’eredità del celebre “Nero Aquila”, tonalità intensa e sofisticata che rese famosa la manifattura abruzzese.

Il progetto ospitato da Cittadellarte costruisce allora un ponte simbolico e produttivo tra Abruzzo e Piemonte: due territori uniti dalla storia tessile, dalla cultura della lana e dalla trasformazione del sapere artigianale in ricerca contemporanea.

La mostra prende forma all’interno del Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, dove l’artista Laurent Barnavon realizza un rivestimento-opera dedicato al plissé. Nel cerchio centrale del Terzo Paradiso viene esposto l’abito tradizionale di Scanno con i suoi gioielli e accessori, circondato da fotografie storiche provenienti dalla collezione di Franco e Serena Tarquini Pomilio, già presentate al MAXXI L’Aquila. Attorno al costume si costruisce così una geografia della memoria. Le immagini raccontano donne ferme sulle soglie, volti segnati dal vento, pieghe nere che si muovono tra vicoli e montagne. Ogni dettaglio sembra custodire una grammatica invisibile: il modo di indossare il velo, la precisione delle cuciture, il peso simbolico del tessuto.

Ma “Dans les plis” non guarda al passato con nostalgia; il progetto coinvolge infatti Accademia UNIDEE, fondata da Michelangelo Pistoletto e diretta da Maria Canella, che ha avviato un percorso multidisciplinare a sostegno della candidatura UNESCO dell’abito di Scanno. Gli studenti del corso triennale di Moda sostenibile hanno lavorato direttamente sul cartamodello originario del costume, studiandone la struttura per trasformarla in una capsule collection contemporanea.

Non una semplice reinterpretazione estetica, ma un dialogo profondo con l’identità femminile custodita dall’abito. Perché il costume di Scanno continua a rappresentare molto più di una tradizione: è un archivio di gesti, un dispositivo sociale, una forma di resistenza culturale. La nuova collezione nasce inoltre dall’incontro con importanti realtà tessili italiane come Piacenza 1733, Brunello 1927, Omniapiega e KlemAnn, in un intreccio tra alta manifattura, sostenibilità e ricerca artistica.

E sarà proprio Scanno, nell’estate del 2026, a ospitare una sfilata-performance della capsule collection realizzata dagli studenti dell’Accademia: un ritorno simbolico alle origini, dove il passato non viene celebrato come reliquia ma riattivato come possibilità.

Nel pensiero di Cittadellarte, la piega diventa metafora di una trasformazione non traumatica ma organica. Come spiega il direttore Francesco Saverio Naldini, la piega è una “pratica di svolta”: qualcosa che muta senza spezzare, che cambia forma mantenendo continuità. È un’immagine che sembra appartenere perfettamente al destino del costume scannese. Perché questo abito, sopravvissuto all’omologazione del Novecento, alla scomparsa delle economie montane e alla fine della civiltà contadina, continua ancora oggi a produrre immaginario. Nelle sue pieghe non si conserva soltanto una memoria femminile abruzzese; si custodisce un’idea diversa di tempo. Un tempo lento, sedimentato, capace di attraversare il contemporaneo senza dissolversi. E forse è proprio per questo che il costume di Scanno continua a incantare artisti, filosofi, stilisti e fotografi: perché in un’epoca dominata dalla velocità e dalla smaterializzazione, quelle stoffe nere e severe ricordano che l’identità non nasce dalla superficie, ma dalla profondità delle stratificazioni.

Dentro ogni piega, sembra dirci Scanno, esiste ancora la possibilità di un futuro radicato nella memoria.


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