Giornalismo sotto attacco in Italia

Australia, Francia e Spagna sui social hanno ragione

0 0

La rivoluzione arrivò nel 2007 con Steve Jobs, che presentò al mondo quella che forse sarà valutata come la più grande rivoluzione della storia: lo smartphone. Il dispositivo che, con un tocco delle dita, ti collega e ti fa vedere quello che vuoi, o ti illude che sia quello che vuoi.

Tre anni prima, nel 2004, era arrivato Facebook, nato per gli studenti di Harvard, dove era stato ideato dai gemelli Winklevoss con Mark Zuckerberg e da quest’ultimo fatto diventare uno strumento di massa, finalizzato a un futuro di business più o meno nascosto.

Abbiamo sperato in molti che questo cambiamento facilitasse la conoscenza diffusa, il “sapere” per tutti, la solidarietà, la socialità per ogni età della vita… lo speravamo e per un certo tempo lo credevamo.

Facebook lo si installava sui PC desktop e a volte sui portatili, non era quindi qualcosa che avevi continuamente a disposizione. Molti uffici cominciarono a controllare i computer dei dipendenti e, col passare del tempo, impedirono che l’applicazione vi fosse installata.

Ma tutto cambiò a partire dal lancio dello smartphone nel 2007. Mese dopo mese l’uso di Facebook si allargò a vista d’occhio: tutti lo avevano sul telefonino, tutti si connettevano sempre più spesso. Comparivano i primi banner pubblicitari.

Il grande affare era partito: tutta la Silicon Valley lavorava sul nuovo mercato dei social network. E Zuckerberg, nel 2010, fece il passo successivo lanciando Instagram.

Il peso dei social divenne determinante, poi arrivò Twitter con il suo massimo di 140 caratteri e i miliardi di utenti: dal bambino non ancora adolescente, ai presidenti degli Stati Uniti, al mondo dell’economia, dello spettacolo, della politica, senza distinzione, senza freni, senza regole di nessun genere.

E chi poteva osare, ad esempio a sinistra, ad esempio in Italia, fare una critica che sembrava senza alcun dubbio un attacco alla libertà? Potevano gli intellettuali, e il più grande lo fece, inascoltato.

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Queste le parole di Umberto Eco a Torino, nel giugno del 2015, quando ricevette la laurea honoris causa in comunicazione e cultura dei media.

I giornali lo riportarono come un attacco a Internet: non lo era. Era un attacco preciso ai social e al fatto che avrebbero via via soppiantato la comunicazione professionale e fatto danni irreparabili alla società.

Forse, dieci anni dopo, di fronte al dilagare delle prese di posizione scientifiche che illustrano come l’uso dei social sia uno dei principali motivi alla base del diffuso disagio giovanile senza precedenti, forse se lo sono ricordati Anthony Albanese, primo ministro dell’Australia, Emmanuel Macron, presidente della Repubblica francese, e Pedro Sánchez, primo ministro della Spagna.

E hanno messo in pratica quello che sembrava impensabile: la proibizione dell’uso dei social a chi ha meno di 16 anni. In particolare l’Australia ha fatto da apripista con una normativa pionieristica che limita l’uso dei social per gli under 16, imponendo ai giganti del web come Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, YouTube, X obblighi stringenti per impedire agli adolescenti di creare o mantenere account, con sanzioni da decine di migliaia di dollari in caso di inadempienza.

Sánchez ha usato parole durissime annunciando il piano del governo per contenere i danni provocati dai social:

“Le reti sociali si sono trasformate in uno Stato fallito, in cui le leggi vengono ignorate e i reati tollerati”.

Milioni di famiglie in Italia denunciano di dover ricorrere a psicologi e anche psichiatri per i loro figli adolescenti. Moltissimi i casi di suicidio per il cosiddetto revenge porn; la bullizzazione nelle scuole passa anzitutto attraverso i social; ragazze non ancora diciottenni si spogliano sui social, mentre i loro coetanei passano ore davanti ai video porno senza avere un minimo di educazione sessuale e affettiva.

Questo governo non ne vuole sentir parlare. Ma almeno si provasse ad agire con un po’ di regolamentazione e l’opposizione potrebbe provare a fare una proposta seguendo lo schema di Paesi che francamente sembrano ben più progressisti di noi. E lo sono nei fatti.

Entro pochi mesi una legge analoga a quelle francesi e spagnole sarà approvata nel Regno Unito e in Portogallo. Ma certo tutto ciò che regola il digitale non va bene a Trump, quindi siamo sicuri che il governo italiano non se ne occuperà.

 

 

 

 


Iscriviti alla Newsletter di Articolo21

Articolo21
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.