Giornalismo sotto attacco in Italia

Annuario 2025 della televisione italiana: uno spettro si aggira nell’immaginario

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Si è tenuta ieri alla Camera dei deputati la presentazione dell’Annuario 2025 della televisione italiana «Le sfide dello streamcasting», realizzato dal Ce.R.T.A (Centro di ricerca su tv e audiovisivi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano): in collaborazione con Auditel, Adjinn (pubblicità digitale), Apa (Associazione produttori audiovisivi), Confindustria Radio Televisioni, Comscore, eMedia, Ipsos, Nielsen, Sensemakers, Upa (Utenti pubblicitari associati), nonché con il patrocinio dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).

In verità, malgrado gli sconvolgimenti di  un universo profondamente trasformato, in cui le modalità di produzione e consumo sono oggi sussunte dalla forza inedita dell’età algoritmica, l’andamento è lento. Le intelligenze artificiali sono parti integranti della dieta post-mediatica.

Tuttavia, il fascino indiscreto del video, ancorché diversamente fruito attraverso mezzi svariati e con il predominio ormai acquisito della Smart-tv (50,9% del parco complessivo degli apparecchi) resiste. Ben 8.730.000 spettatori nel giorno medio e 19,6 nelle ore serali. Le rilevazioni riguardano la cosiddetta Total audience, comprensiva dei vari canali del consumo con la crescita del cosiddetto ascolto non riconosciuto in quanto non calcolato dalle misurazioni attuali.

La flessione rispetto all’anno precedente è minima, del 2,7%. Quasi 3 ore e 20 minuti l’esposizione giornaliera pro-capite, cui si deve aggiungere l’enorme quantità di tempo trascorso navigando in rete o scrollando i social. Quanto rimane per la vita reale?

La pedagogia si sta interrogando sugli effetti a medio e lungo termine di tali forme di dipendenza, soprattutto nelle generazioni più giovani e meno socializzate.

Comunque, i dati offerti dallo studio sono interessanti e ci raccontano gli umori profondi di un’Italia che cerca per sopravvivere approcci consensualmente alienanti. Il cosiddetto streamcasting, la brutta crasi tra il broadcasting tradizionale e lo streaming, è un passaggio difensivo a tutela di un vecchio mondo che rimanda la sua eutanasia nella bolla dell’IA.

Insomma, non traggano in inganno le cifre. Si tratta della quiete prima della tempesta e non certamente di una prospettiva strategica. Tra l’altro, a tenere alto il successo della televisione semi-generalista sono le grandi cerimonie mediatiche (da Sanremo, allo sport, alle Olimpiadi) e la tenuta delle serie di finzione, anche se la produzione di scripted originali rallenta. Mentre sono in grande spolvero factual (la documentazione su eventi o personaggi reali) e giochi. Le serie hanno costi elevati e quelle di maggior successo assumono caratteristiche assai simili all’apparato cinematografico. Il costo complessivo dell’offerta originale supera 894 milioni di euro (+15% sul 2023-2024), con un costo medio per minuto che supera i 27.000 euro (+26%), a vantaggio della componente free rispetto a quella a pagamento.

Oltre agli interventi istituzionali dei Presidenti delle commissioni cultura (Federico Mollicone) e telecomunicazioni (Salvatore Deidda), hanno illustrato l’Atlante il promotore Massimo Scaglioni (direttore del Ce.R.T.A e docente della Cattolica di Milano), Fabrizio Angelini (amministratore delegato di Sensemakers) e per l’Auditel Lorenzo Sassoli de Bianchi. Ha chiuso i lavori il presidente dell’Agcom Giacomo Lasorella, cui spetta di trovare la linea regolatoria di congiunzione tra mondi in acceleratissima evoluzione.

Qualcosa sfugge, però. Simile tenuta della Regina dei media sembra cozzare con l’esperienza quotidiana, in cui la passione per lo schermo pare diluirsi via via. Come se nelle rilevazioni ci fossero due verità, certamente esposte in buona fede: l’una dichiarata e l’altra effettiva.

In ogni caso, ben vengano simili ricerche, perché per poter supporre di cambiare le cose innanzitutto è necessario conoscerne testi e contesti.

Se si intende decifrare il futuro e comprendere le neolingue è necessario mettere la testa nei processi storici della mediamorfosi.

Non basta andare in televisione, bisogna conoscerla.


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