Giornalismo sotto attacco in Italia

Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia, Einaudi

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Mai forse come in questo 2025 l’opera di Goliarda Sapienza ha avuto un’attenzione mediatica con la trasposizione in serie televisiva del romanzo “L’ arte della gioia” ( pubblicato in edizione integrale postumo da Einaudi nel 2008) e l’uscita nelle sale del film “Fuori”, che Mario Martone, con la collaborazione della moglie e sceneggiatrice Ippolita Di Majo, ha scritto e realizzato ispirandosi a due testi che Goliarda Sapienza pubblicò in vita: “L’università di Rebibbia” e “Le certezze del dubbio” e dedicati alla sua esperienza del carcere. Nel 1980, in gravi difficoltà economiche, proprio per inseguire il suo sogno di pubblicare “L’arte della gioia”, compì un furto di gioielli ai danni di un’ amica che abitava, come lei, ai Parioli. Subì pertanto il carcere per un periodo abbastanza breve, ma l’esperienza intensa la segnò profondamente. I due testi ebbero una grande risonanza e furono oggetto di studi e discussioni in anni in cui l’attenzione sul tema del carcere era piuttosto viva, a pochi anni dalla importante riforma carceraria del 1975. “L’università di Rebibbia”, pubblicato per la prima volta da Rizzoli nel 1983 e attualmente reperibile in diverse edizioni, è una sorta di diario del periodo trascorso in carcere.

La narrazione si dipana limpida con una prosa elegante, coinvolge come una spirale, registra il vissuto della scrittrice dal momento dell’arresto in poi. Ci fa rivivere con lei la paura, lo smarrimento, lo sforzo di autocontrollo, di restare presente a se stessa, la necessità di non abbandonarsi alla propria fantasia, di nascondere ad occhi estranei persino il senso dell’umorismo che affiora in lei anche in momenti così difficili. Tutti i sensi sono protesi a cogliere ciò che la circonda, la percezione del tempo e dello spazio si alterano fin dal momento in cui i carabinieri la trasportano in macchina verso il carcere e nello spazio ristretto della macchina prova “quel terrore d’essere fra uomini ostili. E riflette “ Quel poco di sicurezza che la donna crede d’ avere, tutta la superiorità che a volte ti attribuisce un amante, l’amico, il figlio, spariscono davanti all’inferiorità muscolare – semplicemente muscolare – avvertita in mezzo a due o tre uomini che non hanno più bisogno di fingere rispetto, ammirazione, pietà perché sei femmina e più debole”. Poi passerà in mani femminili, a modi asciutti e sbrigativi, la perquisizione, la lunga discesa verso la cella d’isolamento, che percepisce come una discesa verso “l’autodegradazione”, ma alla fine con un senso di resa, di “piacere al quale abbandonarsi e farla finita con le angustie minute della vita, le varie etiche, l’orgoglio, la rispettabilità”.

Tuttavia da una di queste prime guardiane riceverà un gesto di attenzione: digiuna da molte ore, riceve un pezzo di pane e pomodoro, un gesto che, suppone, avrà comportato l’infrangere diverse regole. La terribile prima notte, la claustrofobia, la sensazione di regredire all’infanzia nei sentimenti provati; le dimensioni temporali e spaziali che si dilatano e si restringono inopinatamente, saranno una costante, nel bene e nel male, durante tutto il periodo di detenzione. Lento e graduale sarà il suo ambientarsi, capire le regole, ma il telefono senza fili di Rebibbia corre velocemente con le notizie e lei dovrà sbrigarsi a imparare quali sono i codici e come funzionano fra le detenute. Una delle prime lezioni la riceverà da Giovannella, una ragazza di diciassette anni, non nuova al carcere, che ha un figlio piccolo ed è di nuovo incinta. Ha aggredito un vigile per farsi portare in carcere e poter abortire senza dover affrontare troppa burocrazia. Giovannella che per prima va a salutare Goliarda e poi in forza del suo stato ottiene di invitarla a mangiare nella sua cella, rifiuta le sue confidenze e di fronte al “ bell’auting – out da manuale” di Goliarda sbotta “’Na pazza me pari! E chi t’ha chiesto cotica? Guarda che qua solo l’anziane hanno diritto a chede’, io nun so’ ‘n’anziana. Se Dio ce scampi, se mettono in testa che me do l’arie d’anziana, me schizzano fora dall’ambiente, che al limite è pure peggio dell’isolamento … ”. Già perché essere emarginata dalle stesse compagne in un ambiente concentrazionario è insostenibile. Certamente la prova più difficile per Goliarda sarà farsi accettare dalla comunità delle detenute nel grande teatro del cortile nell’ora d’aria; lì apprenderà di essere sospettata di essere un’infame, ma sarà Mamma Roma , con la sua riconosciuta autorevolezza ed esperienza e col semplice atto di rivolgerle la parola a liberarla dal sospetto.

La scrittrice dovrà superare la comprensione del gergo delle detenute, imparare quando tacere e quando parlare, quando rendersi invisibile e quando reagire. Verrà poi assegnata in una cella del secondo piano insieme a Marrò, delinquente abituale e tossicodipendente, la “ragazza – guerriero” che l’incanta con la sua straordinaria bellezza, e Annunciazione, che le appare come un “essere mastodontico in hot pants rosa e maglietta trasparente attraverso la quale (scorge) due seni da eunuco e una pancia da Buddha”. Sfingi, sirene, vare, polene nei marosi, detenute e guardiane, ma soprattutto le varie detenute, vengono descritte come figure mitiche, spesso di una rara bellezza, con nomi altrettanto evocativi. Dopo momenti di tensione con le nuove compagne di cella, Goliarda stabilisce con loro un solido rapporto, specialmente con Marrò dalla cui bellezza è ammaliata. Così Goliarda finisce per assisterla nei momenti in cui è in crisi di astinenza, poiché la stanno disintossicando, accoglie le sue vaneggianti confidenze e le sta vicino negli improvvisi momenti di sconforto: “A un certo momento alza il braccio destro; la mano delicata – quasi da ragazzo – batte contro il muro un ritmo di tam tam (annuncio di guerra?), finché con voce monotona: -Voglio usci’! Voglio usci’! Voglio usci’!”, grido disperato che si innalza spesso da diverse celle. Annunciazione, invece dopo i primi momenti di aggressività, si pone insospettatamente con ruolo materno verso le compagne di cella e manifesta rispetto per Goliarda fino a rivolgerle goffi e preoccupanti approcci. Intanto Goliarda conosce Marcella, una politica, entrata un giorno prima di lei in carcere, ma che si muove con disinvoltura nell’ambiente e la introduce a nuove conoscenze. “Ancora una volta tempo e spazio carcerario mi sorprendono lasciandomi senza parole: è come se dai Parioli avessimo raggiunto Campo de’ Fiori dopo più di trenta metri! O Shangai o Bangkok … quasi non capisco dove mi trovo quando la mia compagna di viaggio mi presenta tutta una folla colorata ed elegante, profumata di buon sapone, di tabacco di lusso, incenso e qualche scia di hashish”, sono nella cella di Susie Wuong, una trafficante internazionale che deve scontare parecchi anni di carcere. Con grazia orientale serve tè profumato e ogni domenica ricicla per le compagne il pollo arrosto che passa il carcere in uno speziatissimo pollo e riso. Goliarda sorpresa dall’esistenza di “quel cantuccio elitario” si pone in ascolto di quelle eterogenee compagne: “Le voci delle ragazze affluiscono coltivate, alcune addirittura dotte e spiritose.

La realtà del carcere è slittata verso lidi tutti da esplorare, così come le nevrosi, la biologia delle donne e forse il divenire di tutto il corpo sociale”. Sono donne di diverse età, provenienza, diverso strato sociale, donne che hanno vissuto diverse esperienze, hanno viaggiato, molte hanno sperimentato diversi carceri. Goliarda ha l’intuizione che fra quelle mura si stia tentando qualcosa di nuovo: “ … la fusione dell’esperienza con l’utopia attraverso il contatto fra i pochi vecchi che hanno saputo capire la propria vita e i giovani che anelano a sapere, la congiunzione del cerchio biologico che racchiude il passato col presente senza frattura di morte”. In Goliarda si insinua la debole, forse fallace speranza che proprio in quel luogo arrivi, anche se per vie traverse, e si coltivi “l’unico potenziale rivoluzionario che ancora sopravvive all’appiattimento e alla banalizzazione quasi totale che trionfa fuori”. Ed è proprio in una di queste riunioni collettive, dopo il pranzo della domenica cucinato da Susie Wong, dopo molto tè e dopo aver parlato di tante cose, in un momento di allegria collettiva, Roberta sussurra “Fosse sempre così! Rebibbia diverrebbe un posto da pagare per entrarci”. Goliarda reagisce con un’idea impulsiva: “Sì, un posto da pagare a caro prezzo … come una grande università famosa; si potrebbe darle un nome suggestivo: Rebibbia University”. La battuta di cui Goliarda subito si pente, temendo di offendere qualcuna, perché il carcere è sempre il carcere, viene accolta con entusiasmo da tutte e fioriscono subito proposte e progetti, ma soprattutto viene accolto l’ammonimento di Ornella: “ … noi donne dobbiamo smetterla di battere sempre su cose dolorose … ho capito cosa mi ha sempre tenuta lontana dai movimenti femministi: il loro insistere sempre su eventi luttuosi. Noi dovremmo essere apportatrici di gioia, di vita e non di morte … Per questo dobbiamo pensare bene allo slogan e ai colori …”.

Goliarda, che per l’intervento di Marcella era stata trasferita in cella con Roberta, la politica e Barbara, detta Bonnie, per poter stare più tranquilla e magari scrivere, sperimenta però nel lasciare Marrò una profonda nostalgia e si rende conto di cosa sia quel profondo attaccamento dei legami che nascono a volte in carcere fino a far sprofondare le persone, costrette a separarsi.

Goliarda parteciperà in seguito alla rivolta delle detenute perché venga portata in ospedale e non medicata in infermeria Barbara, la sua compagna di cella. La ragazza, caduta in uno dei gorghi insondabili della depressione, con la complicità di un gruppo cui Goliarda non ha avuto accesso, si è tagliata le vene in profondità per poter uscire dal carcere e vedere il suo amore. Alla rivolta delle donne risponderà l’irruzione violenta delle guardie, ma le detenute l’avranno vinta. Goliarda sarà accolta definitivamente nella comunità delle carcerate, alle quali sarà legata indissolubilmente e sentirà di nuovo il bisogno di scrivere e di raccontare come “dentro e fuori” siano due concetti rovesciati per chi vive l’esperienza del carcere.

Goliarda Sapienza, L’Università di Rebibbia Einaudi 2016


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