I morti non sono contenti. Storia e memoria nel romanzo di Tonino Giulietti

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Non sono solo le donne ad aver bisogno, per scrivere, di «una stanza tutta per sé», se lo si intende nell’accezione non solo materiale ma anche interiore dell’ormai proverbiale espressione coniata, per il suo celebre saggio, da Virginia Woolf. È accaduto anche a Tonino Giulietti, che ha appena pubblicato per Robin Edizioni un suo romanzo di esordio dal titolo I morti non sono contenti. Fisico di professione, nato a Orvieto settantasei anni fa, Giulietti vive da oltre cinquant’anni a Pisa, dove ha condotto, con frequenti viaggi di lavoro e di ricerca, la sua attività scientifica. Ma l’interesse per le lettere e le letterature lo accompagna da sempre, e ha infine trovato uno sbocco creativo quando, in una situazione più concentrata e distesa, da lettore appassionato è diventato scrittore. Il romanzo è di esordio ma tutt’altro che acerbo, e denota una maturità di visione e di composizione dovute sia alla lunga pratica di lettore attento e esigente, sia alle esperienze e alle idee maturate nel corso di un’intera vita. E al pensiero filosofico-letterario rimanda subito l’esergo della prima parte, mutuato da L’uomo senza qualità di Robert Musil: «Bisognerebbe cantare, anzi – soggiunse rivolta a Ulrich – cantare sé stessi».
A partire da questo incipit e dalla prima parte intitolata, in omaggio al dialetto orvietano delle radici, “M’aricordo”, I morti non sono contenti può essere considerato un romanzo di memoria, ma Giulietti rifugge da ogni facile autobiografismo e, a sgombrare energicamente il campo da questa tentazione – sia per lo scrittore che per lettrici e lettori – pur scrivendo in prima persona disloca il soggetto che racconta dal maschile al femminile e fa dell’io narrante una narratrice. È una donna matura, infatti, che ripercorre con un lungo e diffuso monologo interiore la sua vita. E se il flusso dei ricordi è ampio e si spinge molto indietro nel tempo grazie alle storie dei personaggi di contorno, a renderlo movimentato e godibile concorre la struttura architettata in brevi capitoli, e a dargli la giusta tensione per mantenere vivo l’interesse di chi legge è il fatto che non procede tanto cronologicamente, quanto piuttosto per associazioni del pensiero. Riflessioni, ricordi, suggestioni ripercorrono luoghi e scenari di epoche diverse e, sorretti dall’intensa vita onirica della protagonista, da sempre percorsa da intrepidi incubi notturni, si addentrano anche nell’immaginario e nell’inconscio: in pratica tutte le sfere dell’esistere sono toccate, talvolta ancorate alla dimensione storica, sociale e politica, talaltra a quella psicologica o psico-analitica. Gli scenari oscillano da Orvieto a Pisa, territori ben noti allo scrittore, ma attraverso i ricordi e le esperienze arrivano fino al litorale tirrenico dell’infanzia, a Pola e al Mediterraneo, a Budapest, alla Russia, alla fattoria di Faringdon, a Parigi e alla Grande Bibliothèque.

Il racconto della protagonista, nata alla fine della seconda guerra mondiale, va indietro nel tempo fino a prima della sua nascita, e in particolare si sofferma sulla nefasta campagna italiana di Russia del 1941 attraverso l’indimenticabile figura dello zio Libero disperso in quell’angoscioso gelo, figlio della zia Claretta che, mai rassegnata all’idea di una sua probabile morte, consegna proprio alla nipote, così coinvolta nella tragica e breve esistenza di questo zio, alcune lettere che lo riguardano e i quaderni con gli appunti e i pensieri di lui, interrottisi con la partenza per quella guerra che troncherà la sua vita di studente universitario. Lo zio Libero campeggia nella seconda parte del romanzo, intitolata “I dispersi”, insieme ad altre figure amicali e familiari che segnano, nel dipanarsi dell’esistenza della protagonista, le separazioni e le perdite di ogni vita. Tra di esse si presenta più dolorosa e opprimente del previsto la morte della madre, che sebbene sia avvenuta in tarda età provoca in lei, come spesso accade nel complesso rapporto madre-figlia, una lunga e angosciosa depressione.

Nella prima parte invece, a stagliarsi imperiosa e imponente è la figura del Maresciallo, l’integerrimo e caparbio padre, che dopo aver militato nella Marina passa alla carriera in Finanza. È un tipico compagno dei tempi puri e duri del comunismo, a cui ovviamente quel ruolo militare sta stretto, e che tuttavia riesce a conciliare, senza mediazioni e con ostinata autorevolezza, idee politiche e lavoro. Uno di quei compagni irreprensibili e dogmatici che faticheranno molto ad ammettere, contrariamente al più giovane entourage della sinistra extraparlamentare, il violento totalitarismo dell’URSS e, nel tempo, la delusione per il venir meno dei forti valori ideali del comunismo anche più prossimo e la sconcertante tangentopoli della politica. Energico e ostinato fuori, energico e ostinato in famiglia, il Maresciallo – come nel romanzo, piuttosto che con il suo nome Evaristo, è costantemente chiamato – emana forte vitalità e una sua particolare tenerezza, tanto da costituire la figura parentale prediletta dalla figlia.

Seducente, magnetico, tale da non poter mai passare inosservato, ha il suo contrappunto nella figura della moglie maestra, di carattere forte ma gentile, persuasiva e sommessa, e che tuttavia lo abbandona, lui e le figlie adolescenti, per un nuovo grande amore.
In questa prima parte, specie nei capitoli in cui l’io narrante ricorda con felici tratti descrittivi l’infanzia, il romanzo ricostruisce, sospesa tra struggimento e ironia, un’efficace storiografia domestica degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta: la Topolino, prima agognata e venerata autovettura, le vacanze al mare, la campagna della robusta mezzadria e le indimenticabili feste di trebbiatura, i «compagni» di una volta e il loro dialetto spicciolo e gergale, l’avvento dell’era della comunicazione radiotelevisiva che porta, ahimè, anche notizie via via inquietanti dai territori oltre la cortina di ferro e da altre parti del mondo, così che alla storiografia domestica si accompagna anche quella ufficiale: dalla rivolta ungherese del 1956 ai fatti di Praga del 1968-69 e, via via, a eventi più vicini al nostro tempo, osservati con spirito lucido e mediati da un’ironia dissacrante che, ben lontana dall’esaltazione e dal rimpianto del bel tempo andato, li situa con acume in quei corsi e ricorsi storici a cui, nel bene e nel male, non scampa nessuna vita individuale.
Associazioni di pensiero, annotazioni, riflessioni tracciano, in un flusso di coscienza balzellante ma ordinato, anche un itinerario di crescita culturale e sentimentale. Libri, letture, film, autori, viaggi geografici e dello spirito accompagnano chi legge in questa ricca e articolata incursione nelle epoche della vita: l’infanzia, la giovinezza, la vecchiaia con le sue inevitabili fastidiose fragilità, ma anche con l’ancora possibile amore, non solo per i nipoti ma per un nuovo premuroso compagno. E a lato dei fastidi, dei dolori, delle perdite e della Grande Signora che da esse incombe, la consapevolezza di quanto piccole-piccoli siamo, di quanto infinitesimo sia il puntino di ogni esistenza terrena se raffrontato all’inestinguibile vita trasformativa dell’Universo. Verso la conclusione del romanzo l’uomo di Scienza e il letterato scrittore si incontrano e si fondono, trovano l’uno nell’altro una sintesi di quieta accettazione. Se la vita è meglio della non-vita e se i morti non sono contenti, sentirsi parte finita di un tutto infinito che si rinnova rende protagonisti sereni di una trasformazione.     


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