Biden riconosce il Genocidio armeno. Erdogan, dittatore per Draghi e tiranno per Macron, in crisi dentro e fuori la Turchia

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Joe Biden ha riconosciuto il genocidio degli armeni, un gesto finora mai compiuto da alcun presidente americano, proprio nel giorno del 106esimo anniversario dello sterminio di 1,5 milioni di cristiani armeni ad opera dei “Giovani Ufficiali Turchi”, guidati dal padre della patria Kemal Ataturk. Lo avevano già promesso i presidenti Carter, Reagan, Bush figlio, Obama e Trump, ma non mantennero la parola. Negli Stati Uniti la diaspora armena conta più o meno 2 milioni di persone, con una forte presenza in California, lo stato di provenienza della vicepresidente Kamala Harris.

In una nota diffusa dalla Casa Bianca, Biden ha scritto: “Ogni anno, questo giorno, ricordiamo le vite di tutti quelli che sono morti nel genocidio armeno in epoca ottomana e ci impegniamo di nuovo a prevenire che tali atrocità accadano di nuovo…Onoriamo le vittime del Medz Yeghern (Grande Male), in modo che gli orrori di quanto è accaduto non vadano mai persi nella storia”.

La Turchia ovviamente “respinge e denuncia nei termini più forti” la dichiarazione di Biden. In una nota, il ministero degli Esteri turco invita il presidente degli USA “a correggere questo grave errore, che ostacola la pace e la stabilità nella nostra regione e apre una ferita profonda che mina la nostra amicizia e fiducia reciproca…La Turchia non prende lezioni da nessuno, compresi gli Stati Uniti”.

“Satrapo di Istanbul”, “Dittatore”, “Tiranno”, “Massacratore dei Curdi”: il presidente della Turchia, l‘integralista musulmano Erdogan, ha fatto il pieno di epiteti sprezzanti. E’ mal sopportato presso le Cancellerie d’Occidente, eppure è l’ago della bilancia per gli equilibri geopolitici in Medio Oriente, nel Mediterraneo. E’ il più solido alleato nella NATO: a Incirlik, nella Turchia orientale, c’è la base aerea più importante dell’Alleanza Atlantica, strategica per il controllo dell’Iran e dell’area mesopotamica. Ma è anche l’ultimo leader visionario del “Pan-turchismo”, rivisto e corretto nella variante del “Turanismo” (nostalgico richiamo all’Impero Ottomano per promuovere l’unione e il “rinascimento” di tutti i popoli turanici: ungheresi, musulmani degli stati a Sud-Est della Russia, mongoli e giapponesi), dopo aver saldato l’alleanza del suo Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) con il reazionario Movimento Nazionale.

Da oltre un secolo, la Turchia non vuole ammettere le proprie responsabilità per il Genocidio armeno. Incarcera chi ne scrive, brucia i suoi libri e chiude i giornali che ne parlano, reagisce scompostamente e boicotta commercialmente quei paesi, che invece lo riconoscono e che dedicano al primo grande sterminio razzista e religioso del Novecento la giornata del 24 Aprile. Secondo la Classifica di Reporters sans Frontieres 2021, la Turchia è al 153esimo posto su180 per la libertà di stampa. Centinaia di giornalisti sono ancora imprigionati dopo il fallito golpe-farsa del 2016. Oltre 3 mila hanno perso il lavoro. Decine di migliaia di dipendenti pubblici, specie insegnanti, sono stati licenziati. I media, tranne qualche rara eccezione, sono sotto stretto controllo del potere governativo e degli amici di Erdogan. Basta “insultare” il presidente o criticare il governo o esprimere posizioni storiche diverse dalla versione ufficiale, che si viene incarcerati e processati per terrorismo.

Nei libri di storia ufficiali, la versione negazionista di Ankara è che furono invece gli Armeni (circa 2 milioni allora) a scatenare le violenze e a tradire la nazione per allearsi col nemico, la Russia zarista e poi quella sovietica. Questa “verità di regime” è codificata dall’Articolo 301 del loro Codice Penale. Molti artisti, intellettuali, registi, scrittori sono dovuti fuggire in esilio. Altri marciscono nelle galere turche.

Tra il 1915 e il 1917, la Turchia, spodestato il Califfo con un golpe, guidato dai “Giovani Ufficiali Turchi”, sterminò con la collaborazione di ufficiali prussiani 1 milione e 500 mila cittadini armeni di religione cristiana. Gli storici armeni lo chiamano Medz Yeghern, ovvero il “Grande Male”. Hitler stesso dichiarò di essersi ispirato a quelle tecniche di sterminio per compiere l’Olocausto dei 6 milioni di ebrei durante la Seconda guerra mondiale.   

Le forze armate, alleate degli austriaci e prussiani nella Grande Guerra, bruciavano case, saccheggiavano fattorie e commerci, giustiziavano giovani e anziani dentro caverne che poi facevano saltare con la dinamite, violentavano, sgozzavano e impalavano donne, anziani e bambini. Costrinsero 1,2 milioni di sopravvissuti dalla prima ondata di violenze ad una sanguinosa “Marcia della morte” verso il deserto siriano. Tra il 1894 e il 1896, già 300 mila tra armeni e ebrei, siri cattolici e ortodossi, caldei, greci erano stati sterminati durante l’ultimo periodo dell’Impero Ottomano, per ordine del “Sultano rosso” Abdul Hamid II (così ribattezzato per il sangue versato in quelle stragi). La comunità armena, in realtà, come quella più esigua ebraica, era formata in gran parte da intellettuali, politici, amministratori, imprenditori, banchieri e commercianti, proprietari terrieri. Costituivano, insomma, la classe medio-borghese, diventata invisa al corrotto regime del Califfato.

Le carovane della morte vennero indirizzate verso Aleppo (in Siria) e poi verso la località desertica di Deir el-Zor. Qui, i superstiti vennero definitivamente annientati. Il mausoleo innalzato dagli armeni a Deir el-Zor a ricordo del loro Olocausto è stato raso al suolo dai terroristi dell’Isis nell’autunno 2014. L’Auschwitz degli armeni non esiste più.

Eppure, dovettero passare 70 anni perché si riconoscesse questo sterminio a livello internazionale: nel 1985, con una delibera della Sottocommissione dei Diritti umani dell’Onu, e poi nel 1987 dal Parlamento europeo. L’Europarlamento ribadì la condanna con una risoluzione il 16 aprile 2015, nella quale s’invitavano “l’Armenia e la Turchia ad utilizzare il centenario del genocidio armeno per rinnovare le relazioni diplomatiche, aprire i confini e spianare la strada per l’integrazione economica” e il riconoscimento da parte della Turchia del genocidio armeno. Il presidente turco reagì in maniera decisa, affermando che “qualunque decisione presa dal Parlamento europeo mi entra da un orecchio e mi esce dall’altro”.

Nel 2015, Papa Francesco durante le celebrazioni del Centenario definì il massacro come “il primo genocidio del XX secolo” scatenando l’ira della Turchia e frasi sprezzanti di Erdogan. Poi, l’anno seguente nella sua visita pastorale in Armenia, nella capitale Erevan, affermò: “Quella tragedia, quel genocidio inaugurò purtroppo il triste elenco delle immani catastrofi del secolo scorso, rese possibili da aberranti motivazioni razziali, ideologiche o religiose, che ottenebrarono la mente dei carnefici fino al punto di prefiggersi l’intento di annientare interi popoli».

Tra i 30 paesi che riconoscono lo sterminio ci sono anche l’Italia e la Francia, dove vive la comunità armena europea più numerosa con quasi 750 mila persone ed è stato introdotto il reato di “negazionismo” come per la Shoah ebraica. Non solo, ma nel 2019 il Presidente Macron ha decretato il 24 aprile “Giornata nazionale della memoria”, per ricordare quella tragedia.

La Francia, da quando è presidente Macron, è divenuta la principale accusatrice del regime dispotico di Erdogan. Intanto, ha condannato le operazioni militari turche contro i combattenti curdi, che avevano sconfitto sul territorio siriano e iracheno i fondamentalisti dell’ISIS. Parigi ha anche bloccato le trattative per l’ammissione della Turchia nell’Unione Europea. Macron ha inviato navi e aerei da combattimento contro la flotta turca al largo di Cipro, per difendere le operazioni di ricerca petrolifera da parte di società (comprese alcune italiane), oggetto di ritorsioni da Erdogan, che rivendica quelle acque internazionali come zone storicamente d’influenza turca.

Non sopporta, Erdogan, il ruolo di mediazione e di aiuto della Francia verso gli Armeni che si battono per l’indipendenza del Nagorno Karabakh a prevalenza cristiana, enclave nell’Azerbaijan islamico. Una “sporca guerra” che va avanti da diversi anni e ha fatto migliaia di morti tra la popolazione civile. La Turchia ha inviato armi e mercenari, in virtù della “solidarietà sunnita”. In realtà, in quei territori passano gasdotti e vi sono risorse energetiche cui Ankara tiene moltissimo. Per ora i musulmani Azeri hanno ripreso possesso del Nagorno Karabakh, sotto il protettorato di Ankara.

Parigi, inoltre, stigmatizza l’interventismo militare e finanziario di Erdogan verso la fazione libica contraria al governo di Tripoli, riconosciuto invece dalla comunità internazionale e soprattutto dall’Unione Europea. Va ricordato, tra l’altro, che in Francia vivono 7 milioni di musulmani, per lo più integrati, sostenitori “dello spirito repubblicano”, ovvero aderenti ai dettami della Costituzione laica e liberale. Ma negli ultimi anni tra loro, specie quelli di seconda e terza generazione, i rifugiati ed immigrati di recente, è cresciuta una forte presenza di “radicalizzati”, fondamentalisti, che si sono resi protagonisti di atti di terrorismo, fino al recente sgozzamento di una funzionaria di polizia a Rambouillet, a sud di Parigi: in dieci anni quasi 300 morti e oltre un migliaio di feriti.

Anche per questo Macron, insultato da Erdogan come “un malato di mente, nell’Ottobre del 2020 dichiarò polemicamente, mentre veniva discusso all’Assemblea nazionale il suo progetto di legge sul Separatismo religioso: “Non rinunceremo alle vignette, anche se altri indietreggiano, perchè in Francia i Lumi non si spengono, la nostra è una storia di lotta contro tirannie e fanatismi. Andremo avanti”.

Dopo aver consigliato a Macron cure psichiatriche per i suoi “problemi mentali”, Erdogan ha rincarato la dose chiedendo di boicottare i prodotti made in France, affermando con sprezzo del ridicolo: “I musulmani in Europa sono soggetti a una campagna di linciaggio come gli ebrei prima della Seconda guerra mondiale”.

Erdogan ha inoltre accusato i governi europei di essere “fascisti nel vero senso della parola” e “anelli della catena del nazismo” per la propagazione dell’islamofobia: “L’ostilità anti-musulmana si è diffusa come la peste, i luoghi di lavoro, le case e le scuole musulmane sono attaccati da gruppi fascisti quasi ogni giorno”, ha detto facendo appello ai leader mondiali affinché frenino “la persecuzione dei musulmani in Francia”.

Il primo stato al mondo a riconoscere l’Olocausto degli armeni, nel 1965, fu comunque l’Uruguay. Nel 2015, Papa Francesco durante le celebrazioni del Centenario a Erevan, capitale dell’Armenia, definì il massacro come “il primo genocidio del XX secolo” scatenando l’ira della Turchia e frasi sprezzanti di Erdogan.

Pressato dalle critiche e condanne a livello internazionale, schiacciato al proprio interno dal peso della crisi economica (iperinflazione, svalutazione della Lira turca, disoccupazione alle stelle, instabilità dei confini ad Est), Erdogan sembra aver perso le doti di razionalità e diplomazia ondivaga, che pure lo avevano spinto da Sindaco di Istanbul fino allo scranno che fu un tempo di Ataturk. E’ riuscito anche nella ciclopica impresa di mettere d’accordo i cristiani di Occidente e d’Oriente, quando provocatoriamente ha deciso di riconvertire a moschea nel luglio del 2020 la chiesa di Santa Sofia, ad Istanbul, contrariamente a quanto fatto invece dal “padre della patria” Ataturk, che l’aveva invece riconsegnata al culto cristiano dopo 400 anni.

Certo, resta ancora il più solido alleato nella NATO, il guardiano dell’ingresso in Europa dei profughi siriani e dei migranti dell’estremo oriente, bloccati nel suolo dell’Anatolia, lucrando all’Unione Europea oltre 6 miliardi di euro, da poco rinnovati. Ma la sua condizione dopo la dichiarazione di Biden è diventata quella di un gigante dai piedi di argilla.

Un giudizio severo e senza appello lo ha fornito Antonia Arslan, scrittrice di origine armena, docente universitaria che nel 2004 ha scritto un romanzo, in cui narrava le vicende tragiche di una famiglia armena sconvolta dal Genocidio, “La masseria delle allodole” (nel 2007 diventato un film stupendo diretto dai fratelli Taviani):

“Penso che l’affermazione di Draghi su Erdogan definito un dittatore sia di assoluto buonsenso. Una concreta presa di coscienza rispetto al vero volto del presidente turco. Il mio auspicio è che queste affermazioni vengano riprese dalla stragrande maggioranza dei leader europei. Sarebbe un vero passo avanti che sveglierebbe le coscienze europee. È una barzelletta che la Turchia sia all’interno della Nato. Si tenga presente, ad esempio, che i missili ad alta precisione utilizzati in Nagorno Karabakh, sono stati prodotti dal genero di Erdogan. In più, tutto ciò che riguarda l’armamento della Nato è a disposizione della Turchia. È una follia”.


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