Il Manifesto del Covid-19

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Il dottor Luca Curti e la dottoressa Roberta Zago (membri di Informazioni&Diritti GS-Salute) hanno redatto il Manifesto del “Covid-19” per l’esigenza di riassumere e “manifestare” la condizione e le criticità dell’esistenza in epoca di pandemia. Un’assistenza che, seppur in prima fase colta di sorpresa, anche nella seconda ha identificato la persona con la malattia. Nel tentativo, per altro fallito, di isolare la malattia, di fatto ha isolato la persona. Ha tolto dignità alla sofferenza ed alla morte. Ha trasformato strutture sanitarie ed assistenziali in contesti che sempre più assomigliano ad istituzioni neo-manicomiali in cui la contenzione ambientale, meccanica e farmacologica diventa, impropriamente mezzo giustificato di cura. È necessario riconoscere gli errori e imparare da questi per cambiare.

MANIFESTO DEL COVID-19

° la vita va tutelata sempre, fino all’ultimo respiro;

° l’importante è non dimenticare;

° istituire ‘il giorno della memoria’;

° va rispettata la dignità di chi vuole vivere e chiede di essere considerato fino all’ultimo momento come persona, nella globalità dei suoi bisogni affettivi, psicologici e spirituali;

° va rispettata la dignità del trapasso, dignità calpestata nella narrazione che dei fatti si è voluta dare attraverso bollettini di guerra asciutti e spesso così rigidi da dare la sensazione che le persone fossero numeri; non rispettata nelle immagini dei camion militari che in corteo trasportavano le salme dei nostri vecchi che se ne erano andate senza alcuna consolazione; non rispettata nelle immagini delle bare che aspettavano di essere inghiottite dagli inceneritori;

° molte persone, soprattutto le più anziane, sono morte credendo di essere state abbandonate e sono morte due volte: la prima volta di tristezza;

° mai come in questo caso la persona è stata identificata con la malattia;

° il distanziamento avrebbe dovuto essere solo fisico e non sociale; la solitudine ha il sapore della morte, ne è in un certo senso l’anticamera di riferimento (bastava creare pareti di plexiglas, maxischermi, piattaforme virtuali, facilitare videochiamate: la tecnologia anche in questo caso avrebbe potuto contribuire a soccorrere il disperato bisogno di vedere le persone care);

° in un contesto di urgenza e gravità ove l’assenza di specifici farmaci mostrava la resa della medicina di fronte al nemico sconosciuto bisognava sperimentare una “terapia della dignità” (dott. Cochinov, 2015); medici ed operatori sanitari e sociali, dovevano assumere nella propria attività assistenziale una prospettiva centrata sulla dignità;

° molti anziani, soprattutto quelli accolti nelle RSA, sarebbero voluti tornare a casa, in famiglia .Forse non si sarebbero mai voluti allontanare dalle loro abitazioni e probabilmente non ce ne sarebbe stato bisogno se un diverso modello di assistenza avesse investito di più nell’ assistenza domiciliare;

° si doveva dare un senso al dolore, alla sofferenza e alla solitudine, che altrimenti assumono, come è avvenuto, i connotati dell’abbandono;

° niente di tutto ciò è stato possibile ai tempi del coronavirus, perché urgenza ed emergenza, pur nella prospettiva di una dedizione senza limiti da parte del personale sanitario, ha impedito di interrogarsi sul senso della dignità che ogni vita ha in sé stessa;

°conosciamo ancora troppo poco del COVID-19, della sua origine, della sua sintomatologia, che appare sempre più complessa: ma siamo certi che nessun malato può fare a meno della consolazione che la sua famiglia e i suoi amici possono trasmettergli anche nell’ora più buia;

° fallimento dell’assistenza agli anziani delegata a strutture che sempre più assomigliano ad istituzioni neomanicomiali; fortezze impenetrabili; contenzioni meccaniche e farmacologiche;

° non sono dignitose le giustificazioni dei responsabili e degli operatori; di fronte ad un tale numero di morti non si fa mai abbastanza;

° non è dignitoso il silenzio omertoso di coloro che non evidenziano pubblicamente le carenze delle strutture a livello di sicurezza e tutela della salute degli ospiti delle RSA;

° utilizzo improprio del concetto di urgenza dopo la prima ondata di pandemia (le situazioni di emergenza e/o urgenza sanitaria rappresentano un evento improvviso, spesso imprevedibile); la seconda ondata, invece, pur prevista, ha dato esiti ancora più devastanti e questo è intollerabile.

° la malattia mai come in questo caso è davvero una malattia contagiosa, ma il fattore di contagio non è solo il coronavirus, è anche il dolore, la sofferenza, la solitudine, il senso di colpa e quell’infinita nostalgia di chi vuole avere vicino le persone care. Se la malattia colpisce il corpo, una cura escludente ed isolante uccide l’anima.

Ci sarà tempo per ricavare la lunga lezione che questa epidemia ha in serbo per noi.

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