Giulietta forever, una divinità mitologica

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Lunedì scorso, 22 febbraio, è stata la giornata di Giulietta Masina, l’amatissima moglie di Federico Fellini e l’attrice italiana nota nel mondo per aver interpretato due film premi Oscar diretti dal marito, La strada e Le notti di Cabiria. Due capolavori indimenticabili e indimenticati. Al punto che sulla mia pagina FB, dopo le molteplici rievocazioni trasmesse dalle Reti radiotelevisive della RAI e altre emittenti di alto profilo (ma ahimè nessun film messo in onda, una trascuratezza inconcepibile), qualcuno mi ha scritto a grandi caratteri: Gelsomina Forever, Gelsomina per sempre. Un’invocazione, un augurio, o un grido di giubilo? L’apparenza condurrebbe a quest’ultima ipotesi dato che neanche per il Centenario di Fellini avevamo assistito a un tale sbandieramento di affetto, di stima, di apprezzamento. Come mai? Cosa è successo nel frattempo, in questi dodici e più mesi di assedio mortale da parte del Covid che ci ha quasi espropriato dalla vita civile, intesa come rete di incontri, di scambi, di frequentazioni nei luoghi pubblici a cominciare da quelli demandati allo spettacolo? Si dice in giro: questa aggressione ci rivela quale fame di cultura sia avvertita dalle masse, e non soltanto tra i meno giovani ma fortunatamente anche nelle nuove leve, che stanno scoprendo stupefatti i benefici della memoria, unico giacimento aurifero che ci permette di andare avanti. Senza memoria non c’è domani.

Giulietta, s’è anche detto, condivide il destino della luna che mostra sempre e solo una faccia, quella illuminata dal sole. Per lei, ça va sans dire la fonte di luce era Federico. Ma ciò è vero solo in parte, perché i suoi personaggi imperituri ci svelano anche la sua faccia oscura, l’aspetto appunto meno noto. Basta non arrestarsi alle apparenze.

Giulietta non è una vittima del marito sovradimensionato, come sbrigativamente si sarebbe portati ad affermare, ma forse anche il lato nascosto del celebre regista che, senza di lei, avrebbe stentato a mettere a fuoco la propria ombra.

Racconta spiritosamente Alberto Sordi: “Federico era alto alto, magro magro (sembra pesasse 46 kg per più di un metro e ottantacinque di altezza) ma poi è arrivata Giulietta che da buona emiliana a forza di tagliatelle agnolotti e tortellini l’ha rimesso in carne e lui ha trovato l’energia per realizzare i capolavori che sapete e diventare Federico Fellini”.

Un ritratto di questo genere può apparire riduttivo, la trovata di un comico. Eppure pensiamo a quanta saggezza contiene. Albertone non parlava a vanvera, sta a noi comprendere quale nutrimento si celi dietro la metafora.

Se ci fidiamo degli archetipi, esiste il libro di una psichiatra americana, Jean Shinoda Bolen, che riconduce ogni individuo alla divinità mitologica che meglio gli corrisponde. Il testo dedicato alle donne si intitola “Le dee dentro di noi”, e tra esse una dea che corrisponde bene alla natura di Giulietta, la dea Estia (la Vesta latina), lo spirito del focolare, che rappresenta simbolicamente la casa, anzi il centro della casa. Il fuoco è il calore, è la trasformazione del cibo che cuocendo diventa commestibile e ci assicura quelle proprietà nutritive di cui abbiamo bisogno per vivere. Senza il fuoco acceso non c’è casa. Il fuoco è talmente importante per l’individuo umano che alla sua cura incessante, perché mai si spegnesse, erano state assegnate le vestali, vergini come la loro dea. Non a caso il Tempio di Vesta è a base rotonda, come invariabilmente circolare è lo spazio in cui si accende il fuoco, al punto che in Romagna il camino di casa viene chiamato ancora “la rola”. Persino i nostri fornelli conservano la forma rotonda a distanza di millenni.

“Scoprire la dea o le dee che governano la nostra personalità aiuta ad entrare consapevolmente in contatto con le energie psichiche che la governano, per sfruttare il potere degli archetipi della classicità e diventare protagoniste della propria storia personale”.

Lo studio degli archetipi Junghiani e dei modelli mitologici al femminile, sono stati indagati da Erich Neumann, che ha costruito una storia evolutiva della coscienza, associando le tappe dello sviluppo individuale con quelle della coscienza dell’umanità.

Ad Estia potremo assegnare Penelope, che tesse e disfa la tela, come forse anche Giulietta. La quale impersonava senza dubbio l’ambito di protezione, la stabilità rassicurante, la casa, il nostos; il ritorno di Ulisse, che circumnaviga l’intero Mediterraneo prima di redire alla sua isola, alla sua reggia, alla moglie, al figlio, al fedele Argo, sconfiggere i nemici e impugnare di nuovo lo scettro.

Giulietta, come si è detto, insieme alla casa amava la cucina, era fiera della propria perizia di sfornare manicaretti con cui conquistare il suo sposo, ma anche gli amici che si recavano a trovarli; specialmente nella villa di Fregene, durante l’estate, quando l’atmosfera vacanziera (poco amata in verità da Federico) invogliava a trascorrere ore in distensione dal pomeriggio alla sera, gli ospiti finivano immancabilmente intorno alla tavola a lodare i piatti della padrona di casa: la famosa pasta e fagioli che, per quanto era densa, il cucchiaio di legno doveva rimanere dritto in piedi in mezzo alla pentola di coccio; e poi le mitiche polpette al sugo, e i primi di pasta con la sfoglia tirata in casa, i contorni fantasiosi, così celebrati. Se riguardate Giulietta degli Spiriti vedrete come la protagonista fin dalla mattina organizzava il pranzo selezionando gli ingredienti sul tavolo del giardino insieme alle due domestiche.

L’ornamento, l’arredamento della casa, la gestione della vita domestica, e anche dei soldi, il benessere che si origina dal focolare, era suo compito; la casa riproduceva i battiti del suo cuore, la sua fantasia e devozione. Fellini, Capricorno cuspide Acquario, una mescolanza di terra e aria, avrebbe mai potuto fare a meno di tanta sicurezza, di un così solido ancoraggio alla realtà, lui che aleggiava quasi nell’astrazione?

Tuttavia Giulietta, come del resto ognuno di noi, non si fermava monoliticamente a un solo aspetto, specialmente per l’appartenenza astrologica al segno dei Pesci, doppio e ‘scontrato’, cioè figurato da due elementi contrapposti. Nella sua doppiezza abitava anche un’altra dea, l’altra faccia della sua personalità, l’aspetto esibizionistico, seduttivo, femminile, a cui non sapeva rinunciare e anzi aveva un estremo bisogno di esprimere fuori delle mura domestiche. Giulietta, lo confessava candidamente, avrebbe voluto essere Rossella O’Hara, l’eroina di Via col vento, innamorata del biondo Ashley ma irresistibilmente attratta dal bruno mascalzone Rhett Butler; il suo sogno sarebbe stato interpretare le storie romantiche della sua attrice prediletta Katharine Hepburn. E come donna le sarebbe piaciuto essere Anita Ekberg ‘ghiaccio bollente’.

Quando le compagne del collegio delle Orsoline spiando il suo fidanzato bruno, le avevano chiesto: “Ma a te non piacciono i biondi? “Lei aveva risposto: “Che c’entra, io Federico lo vedo biondo!”

A Giulietta non mancavano certo i corteggiatori, alcuni frequentavano assiduamente la sua casa, fungevano da cavalier serventi, la assistevano nelle scorrerie in altri territori, come quando aveva accettato di tenere la posta del cuore sul quotidiano La Stampa, entrando nella vita delle lettrici e distribuendo consigli anche in materia sessuale. Giulietta era una girandolona, almeno quanto Federico era stanziale e non si sarebbe mai allontanato da Roma e da Cinecittà. Giulietta era Gelsomina che resta fedele a oltranza a Zampanò, ma si innamora del Matto fin dal primo momento in cui lo scorge lassù, a venti metri d’altezza, camminare su una corda tesa tra due palazzi, illuminato dal fascio di luce di uno dei fari della Balilla manovrato dalla sua assistente. Un angelo con le ali: così le si rivela, e quando scende tra la folla acclamante, è a lei che si rivolge, sorridendo complice e strizzandole l’occhio.

Sarà il Matto a rivelarle il mistero dell’amore, a dirle quanto lei sia importante, a spiegarle che ognuno di noi viene al mondo con una missione, e se un piccolo sasso raccolto da terra non avesse alcun valore, non avrebbero valore neppure tutte le stelle che brillano in cielo. Il Matto insieme all’amore le regala un’anima, e lei se ne appropria stringendola con tutte le forze, proprio come quel sassolino che le è stato affidato e che rinserra nella mano chiusa a pugno. Però non fugge con l’attraente funambolo, perché sa che il suo posto è al fianco del burbero, brutale, infedele Zampanò; qualcosa dentro le impedisce di fare altrimenti. Perché? Cos’è che la lega a lui?

Come ormai è noto, la vicenda tracima dal film e travolge direttamente gli attori, o meglio gli individui nascosti dietro la maschera. Giulietta e Dick, il Matto, si innamorano sul serio. Entrambi sono sposati, lei con Federico, e l’attore americano con Valentina Cortese. Eppure…

La relazione è talmente innascondibile che i rotocalchi scandalistici ci inzuppano il pane, anzi la penna. Cominciano a moltiplicarsi gli articoli di cronaca rosa su quella storia clandestina che investe la famosa coppia da Oscar, si parla di separazione. E allora Fellini che fa? Indice una conferenza stampa a Venezia, e di fronte a una platea di cronisti con le unghie sfoderate, si presenta d’amore e d’accordo insieme a Giulietta, Richard e Valentina, sfidando la morbosa curiosità dei presenti e disarmandoli con un candido, sornione sorriso: “Ecco i fedifraghi”. La bolla si sgonfia d’incanto e tutto finisce in una risata. L’attenzione della stampa si sposta su altre prede.

Ma non finisce qui, perché Fellini è pur sempre Fellini. Ne Il Bidone chiama di nuovo Giulietta e Richard Basehart a recitare insieme, ma questa volta nel ruolo di una coppia affiatata e innamorata. Lei si chiama Iris, lui Picasso, bidonista di buon cuore, che vive di imbrogli ma vorrebbe fare il pittore. Bene, guardate il film, osservate da vicino le fotografie di scena come è capitato a me: Giulietta non è mai stata così bella, in certi momenti sembra quasi Brigitte Bardot, tutta curve e musetto, avvolta nel suo tubino strizzato o con il montgomery addosso. Sembra che abbia un’aureola attorno alla testa, tanto è luminosa, come soltanto le donne sanno essere quando cedono a Cupido. C’è la sequenza della festa di fine anno nell’appartamento lussuoso e pacchiano del Lupaccio, il malavitoso, durante la quale Iris e Picasso brindano con i calici in mano e poi ballano stringendosi una all’altro, e gli sguardi che si scambiano, che Giulietta rivolge al suo Dick, sono molto più di un’ottima interpretazione.  In seguito, nel 1959, l’attrice accetterà un ruolo per un film da girare in Germania con il regista lituano Victor Vicas, titolo originale Jons un Erdme, pur di trascorrere qualche settimana accanto all’attore americano; una storia ambigua che in Italia sarà maliziosamente distribuita con il titolo La donna dell’altro. Cosa sta succedendo veramente? Il sogno coniugale si è incrinato, se non ancora infranto? Il matrimonio con Federico è a rischio?

Giulietta non prenderà parte a La dolce vita, e neppure a 8 ½ dal quale dichiara di essere stata ‘esclusa’: questo il termine che adopera. Federico utilizza nel film un’attrice francese, Anouk Aimée, nella parte di Luisa, la moglie di Guido, interpretato dal suo alter ego Marcello Mastroianni, infedele, infantile, bugiardo, possessivo, inaffidabile; e attraverso quella finzione le rivolge la più emozionante, sincera dichiarazione d’amore a cui abbia mai assistito in un film:

Ma questa confusione sono io, io come sono non come vorrei essere, e non mi fa più paura; dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato, solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna.

E’ una festa la vita, viviamola insieme.

Non so dirti altro Luisa, né a te né agli altri; accettami così come sono se puoi, è l’unico modo per tentare di trovarci.”

E lei gli risponde: “Non so se quello che hai detto è giusto, ma se mi aiuti posso provare”.

Quando il marito le mostra il film in una proiezione riservata solo a lei, Giulietta confessa “di non essere riuscita a trattenere un fiume di lacrime”, piange per tutto il tempo, comprendendo di trovarsi di fronte a un capolavoro assoluto e irripetibile.

La crisi viene risolta, anche con l’aiuto di Padre Angelo Arpa. E Giulietta rimane.

Anzi, nel film successivo interpreta Giulietta degli Spiriti accanto alla sua rivale Sandra Milo, e sarà ancora un capolavoro.

Passeranno venti anni esatti, dal 1965 al 1985, prima che l’attrice torni a calcare un set di suo marito, e sarà per Ginger e Fred, accanto a Mastroianni vestito e truccato come Federico fin nei minimi dettagli: è il film del congedo, dell’addio alla scena dei due guitti, con un ultimo spavaldo numero di tiptap nella bolgia indescrivibile di una TV commerciale. Lasciate alle spalle Gelsomina, Iris e Cabiria, Giulietta danza in abito lungo da sera, con paillettes, come ha sempre desiderato; danza inghiottendo analgesici, essendosi incrinata una caviglia nelle prove. “Non potevi darmi questo ruolo vent’anni fa?” si lamenta felice con il marito, mentre il cuore le galoppa nel petto. E assistiamo ancora a una dichiarazione d’amore tra i due protagonisti, che molto tempo prima si sono amati; lui le confessa che quando lei l’ha lasciato, è finito in manicomio. La fine che forse, in segreto, temeva per sé Federico. Il film è struggente come nessun altro, perché attraverso Amelia e Pippo Botticella viene narrata, sotto altra veste, la storia di due creature diverse e indisgiungibili. Siamo messi di fronte al compimento del loro destino artistico e umano, la riaffermazione di un patto sacro e infrangibile quale è stato per loro il matrimonio.

Una vicenda che si conclude con un finale da favola cinematografica (degna di Chaplin), con Fellini sul palcoscenico del Premio Oscar che ricevendo la quinta statuetta d’oro, assegnata alla carriera, di fronte a un pubblico di un miliardo e ottocento milioni di spettatori, dedica il trofeo a lei, le consegna di fatto la sua vita:

Io vorrei naturalmente ringraziare le persone che hanno lavorato con me, ma non posso nominarli tutti. Lasciatemi fare soltanto un nome, di un’attrice che è anche mia moglie: grazie cara Giulietta… and please now stop crying …”.  E per favore ora smetti di piangere!”

In primissimo piano Giulietta Masina si sta sciogliendo in lacrime, pur credendo di sorridere, mentre Gregory Peck si è alzato in piedi acclamando commosso, e tutto il pubblico del Dorothy Chandler Pavilion lo imita all’istante applaudendo freneticamente in una interminabile standing ovation.

Ecco chi era Giulietta.

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