Ekaterina Ziuziuk eletta presidente del presidio Articolo 21 Trentino Alto Adige

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Oggi in data 1 febbraio 2021 il Direttivo del Presidio Articolo 21 del Trentino Alto Adige si è riunito per deliberare la nomina della presidenza e all’unanimità è stata eletta Ekaterina Ziuziuk residente a Trento e fa parte dell’Associazione bielorussi in Italia “Supolka”di cui è portavoce e presidente. Dopo la formazione come linguista ed insegnante di lingue straniere a Minsk in Bielorussia.  Arriva in Italia nel 2004 per conseguire la laurea in Lingue e letterature moderne all’Università degli Studi di Trento (2008) e nel 2010 ha conseguito la specialistica. Partecipa attivamente al movimento della diaspora in seguito all’inasprimento della situazione politica in Bielorussia durante la campagna elettorale del 2020. Una scelta che per l’Associazione Articolo 21 è motivo di prestigio e rafforza il mandato di difendere la libertà d’opinione e di stampa in tutto il mondo. Lo dichiara il portavoce del Presidio Articolo 21 Trentino Alto Adige Roberto Rinaldi.

Ekaterina Ziuziuk dichiara in conferenza:

«A fine giugno dell’anno scorso ho creato una cartella sul mio personal computer intitolata “Elezioni 2020”. Archiviavo i comunicati stampa che a partire da fine giugno 2020 ho iniziato ad inviare alle redazioni dei media italiani per allarmarli sulla situazione che si stava creando in Bielorussia. Pensavo che dopo le elezioni del 9 agosto quella cartella sarebbe diventata inutile, che sarebbe finito tutto. Speravo che il bene avrebbe vinto e il male sarebbe stato sconfitto, ma dentro di me avevo una raggelante certezza che il paese stava andando incontro ad una tragedia. E così è stato: il 9 agosto 2020 il movimento della resistenza bielorussa ha preso un altro slancio, molto più forte di tutto quello che avevamo visto negli ultimi 26 anni. Il male ha vinto – con l’80% dei consensi, secondo i risultati ufficiali annunciati dal comitato centrale per le elezioni.

Quello che è successo dopo è estremamente doloroso. La polizia ha usato violenza senza precedenti contro i cittadini pacifici e disarmati scesi in strada perché era l’unico modo per capire in quanti erano quelli che hanno effettivamente votato per un candidato alternativo. E tutti hanno visto che erano tantissimi. Non solo nella capitale, ma in molte altre città bielorusse, grandi e piccole.

Le forze dell’ordine hanno usato i manganelli e il gas lacrimogeno, le granate stordenti e le pallottole di gomma in una maniera massiccia ed indiscriminata. Così abbiamo scoperto che sparate a distanza ravvicinata, le pallottole di gomma fanno lo stesso effetto di quelle normali. Successivamente il regime ha agito sempre con la stessa metodica crudeltà per reprimere ogni forma del dissenso. Ad oggi il bilancio di questo confronto è il seguente: 4 morti (e di quanti altri non sappiamo?), 1000 casi di tortura documentati (e quanti altri non hanno parlato?), 33 mila persone sono state arrestate, processate e condannate per la partecipazione alle manifestazioni non autorizzate. Poco fa la notizia sul campo di concentramento in via di allestimento ha scosso il popolo bielorusso, ma in fondo non l’ha stupito.

Tutte queste cose sembrano surreali, perché stanno accadendo nel centro geografico dell’Europa, a sole due ore e mezzo di volo dall’Italia. Stanno accadendo oggi. Purtroppo, siamo costretti a costatare che il tema della Bielorussia è uscito di scena. In questo momento tutti gli occhi sono puntati sulla Russia, ma non significa affatto che la situazione in Bielorussia sia rientrata. Al contrario: il numero dei prigionieri politici è in aumento – ad oggi sono 220, – e la repressione si fa sempre più dura. Solo nella giornata di ieri a Minsk sono state arrestate più di 160 persone, anche se non c’erano manifestazioni di massa. In Bielorussia è facile finire nel mirino delle forze dell’ordine. Basta poco: trovarsi per strada, esporre la bandiera bianco-rossa nella finestra della propria abitazione, indossare i pantaloni bianchi o la giacca rossa, postare una foto con la bandiera sui social o lasciare un commento di dissenso. Questi piccoli gesti, banali per un cittadino di un paese libero e democratico, in Bielorussia sono sufficienti per essere processati e condannati alle pene reali: multe salate, ma anche la reclusione.

In parallelo alle misure punitive contro i cittadini, il regime dittatoriale sta reprimendo in ogni modo la libertà della parola. Nel periodo dal 9 agosto 2020 ad oggi i giornalisti sono stati fermati quasi 500 volte, 9 sono in carcere, contro 19 sono stati aperti i procedimenti penali. La storica testata indipendente tut.by è stata privata della licenza. Tutto questo solo perché i giornalisti stavano facendo il loro lavoro: raccontavano i fatti che ho citato.

Il destino del paese rimane sempre e comunque nelle mani del popolo. Ma anche da fuori possiamo contribuire con la nostra solidarietà e con le azioni concrete: la diffusione di informazione e partecipazione alle iniziative di aiuti umanitari destinati alle vittime delle repressioni. Soprattutto è importante continuare a parlare di quello che sta accadendo, perché è più difficile commettere i reati alla luce del sole.

La proposta di ricoprire l’incarico del presidente della sezione Trentino Alto Adige è arrivata a sorpresa, ma allo stesso tempo nel momento giusto. Sono onorata e felice di accettarla. Ringrazio Articolo 21 per la fiducia e per questa ottima opportunità di fare da cassa di risonanza al mio popolo e dare la voce a chi non ce l’ha»

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