Google chiede scusa al “Manifesto”. Aveva cancellato la app per errore

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Non sempre i giganti hanno la meglio sui piccoli. Questa è la storia del “manifesto”, quotidiano comunista, gestito da una cooperativa di giornalisti eccellenti e coraggiosi, aggredito da Google, cioè dai padroni del mondo. Una storia che finisce con “il manifesto” che ottiene il ripristino del suo diritto e con Google che chiede scusa. Aveva cancellato la app del giornale, chiedendo le prove che “Il manifesto” fosse un giornale. E aveva così danneggiato la campagna abbonamenti iniziata due giorni prima. “Un portavoce di Google si è scusato per l’errore commesso sulla nostra app”,  ha scritto alle ore 10 del 15 gennaio il sito del giornale. Ed ecco le spiegazioni del colosso di Mountain View, che fattura circa 137 miliardi di dollari: “Abbiamo regole stringenti che definiscono quale contenuto è ammissibile su Play Store, a fronte delle quali rivediamo migliaia di app al giorno e interveniamo laddove necessario. In questo caso, dopo un’ulteriore revisione, è risultato che l’intervento era legato ad un nostro errore e abbiamo prontamente ripristinato la app. Ci scusiamo per l’inconveniente”. La app è ricomparsa sul Play Store. Era scomparsa 48 prima, rendendo inaccessibile “il manifesto” sui telefonini di mezzo pianeta. Dopo 8 anni di presenza sullo Store, Google ha chiesto al “manifesto” di dimostrare che produce effettivamente una “app di news”, con contenuti originali, scritti da giornalisti, che ha un sito web (esiste dal 1995, tre anni prima che Google nascesse), che rispetta la privacy, che non fa refusi. Nel frattempo, la app è stata cancellata. Stampa Romana, l’associazione regionale del sindacato dei giornalisti, ha emesso una nota preoccupata per una decisione che almeno in Italia sembra sia senza precedenti per un quotidiano nazionale: “È questo un effetto indesiderato di aver consegnato altrove le chiavi di casa, ma oggi è una inaccettabile compressione del diritto di informare e di essere informati garantito dalla Costituzione e della libertà di impresa”. Le accuse di Google erano due. “Il manifesto” «non ha fornito informazioni circa la titolarità dell’editore e dei suoi collaboratori incluso, ma non limitato a, il sito web ufficiale delle notizie pubblicate sulla app, informazioni di contatto valide e certificate, l’editore originario di ciascun articolo pubblicato». E ancora: la app «non fornisce le informazioni di contatto dell’editore». Il linguaggio lascia pensare a un testo messo insieme da un algoritmo. Ma in base alla legge italiana i giornali devono avere una gerenza con tutte le informazioni che Google pretende. Chi ha un iPhone può verificare da solo che in alto a sinistra nella grande “i” della app ci sono tutte le informazioni di contatto che secondo Google “il manifesto” ha nascosto. Ha scritto Matteo Bartocci, direttore editoriale del “manifesto”, prima della soluzione del caso: “Confidiamo nell’errore umano o su un incaglio nelle procedure. Alla fine saremo riammessi, speriamo. Forse Google faceva prima a usare… Google per sapere cos’è ‘il manifesto’. Questa vicenda per noi è una sfida a creare prodotti editoriali per tutti ma sempre più indipendenti dalle piattaforme. È anche un promemoria: l’edicola e il sito sono i primi cardini della libertà. Carta e web non vanno più molto di moda ma se usate il nostro sito non darete né soldi né dati a Google o Apple”.

(da Professione Reporter)

(Nella foto una delle storiche copertine del quotidiano Il Manifesto)

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