1980: quando l’Irpinia crollò 

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Sarebbe riduttivo asserire che il terremoto dell’Irpinia fu un dramma come gli altri o, per meglio dire, sarebbe falso. Il terremoto dell’Irpinia, con i suoi quasi tremila morti, fu il crollo di una regione, di un sistema politico, di un mondo.
Quella domenica di quarant’anni fa vennero giù le residue speranze di una terra difficile ma dignitosa, venne giù la passione di un popolo che smise di fidarsi dei propri rappresentanti e cambiò persino il ruolo del presidente della Repubblica, dato che Pertini rubò la scena, recandosi tempestivamente sul posto e criticando aspramente i ritardi e le inadempienze di una classe dirigente già allora inadeguata, indecisa a tutto e incapace di avviare un processo di ricostruzione sul modello di quello del Friuli dopo la tragedia del ’76.
Il tremendo 1980, l’anno in cui più di un mondo crollò, compreso il calcio per via del Calcioscommesse, fu lo spartiacque della vicenda politica, sociale e civile italiana, il secondo tempo del 1978, il compimento di un processo di trasformazione in senso negativo che ebbe nell’estate di Ustica e Bologna il proprio apice e nello sconquasso irpino la conferma definitiva.
Il modello friulano, caratterizzato dall’egregia gestione delle amministrazioni locali e del commissario straordinario Giuseppe Zamberletti, era ormai un lontano ricordo. La cosiddetta Prima Repubblica si era esaurita nel sangue delle stragi e i disastri naturali altro non erano che ulteriori tasselli nel mosaico dell’orrore di un Paese ridotto in ginocchio e in guerra con se stesso.
Se per il terremoto che nel ’68 distrusse Belice possiamo riflettere sui ritardi e le difficoltà della Sicilia,  vittima della sua storia, della sua posizione geografica e dei mille interessi, italiani e internazionali, che l’hanno sempre afflitta, fino a impedirle di essere libera, l’Irpinia è, invece, l’emblema del collasso complessivo di una Nazione che da allora non si è più ripresa.
Il 23 novembre 1980 venne squarciato il velo dell’ipocrisia e ci rendemmo conto di essere soli al cospetto di una sconfitta epocale che andava ben al di là del sisma e delle sofferenze che esso ha provocato.
Fu il funerale di un’Italia stanca, la conclusione di una stagione e l’inizio del buio.
Non ci resta che ricordare, riflettendo sulle tante, troppe cose che abbiamo perduto in questi quattro decenni di vuoto.