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Pestaggio Origone. Il pm e il giudice dicono no a sindacato e ordine parte civile

 

Potremmo provocatoriamente dire ai giornalisti di mettersi un papillon o una cravatta, un blazer da mille euro, insomma vestirsi bene perché, diversamente, in piazza rischiano di essere scambiati per manifestanti, quindi manganellati. Come i manifestanti che possono essere liberamente bastonati… Oppure, altrettanto provocatoriamente, potremmo dire che la giustizia rischia di tornare ad essere di “classe”.

Quindi Fnsi, Associazione Ligure dei Giornalisti e Ordine (regionale e nazionale) non hanno diritto a stare nel processo. Sintetizzando, ma non troppo, è questa l’incredibile verità emersa dalla prima udienza preliminare davanti al Gup, al processo a carico di 4 agenti del reparto mobile di Genova, accusati di avere pestato il collega Stefano Origone di Repubblica, lesionandogli alcune dita il cui uso non è stato del tutto recuperato nonostante gli interventi chirurgici. Stefano, nel maggio del 2019 stava seguendo per Repubblica la manifestazione antifascista di sindacati, Anpi, associazioni e movimenti antifascisti contro un comizio di Casa Pound nel cuore della città, in piazza Corvetto: un fatto senza precedenti sessant’anni dopo il 30 giugno il comizio neofascista per Genova. La tensione finì con alcuni incidenti e numerose e pesanti cariche delle forze dell’ordine con il lancio di decine di lacrimogeni. Origone seguiva le varie fasi con molti altri colleghi; la polizia caricò all’improvviso un gruppo di manifestanti che protestava contro il fermo di uno di loro, Stefano era lì a fare il suo lavoro. Venne preso in mezzo da un gruppo di agenti e manganellato e preso a calci a più riprese per venti interminabili secondi. E a nulla servì gridare sono un giornalista. Solo l’intervento di un funzionario che lo riconobbe (“ma non sapevamo che fosse un giornalista” dissero gli agenti e altri dirigenti della polizia genovese) mise fine al pestaggio (“basta basta” urlò, quasi esistesse un quanto basta alle manganellate anche su una persona a terra e non in grado di reagire). Un anno dopo le indagini, i 4 indagati, gli accertamenti (affidati dalla Procura alla polizia stessa) e una relazione minuziosa, simile a una tesi difensiva più che a un atto di indagine per conto del pm. Con una teoria: in sostanza Origone non sembrava un giornalista, non era vestito come un giornalista (perbacco, uno straccione!) e sembrava un manifestante (beh allora se lo riconoscevano non lo menavano, ma se fosse stato un manifestante, un cittadino qualsiasi sarebbe stato tutto ok?).

Oggi pomeriggio, la sorpresa non del tutto inattesa anche dagli avvocati Alessandra Ballerini e Emanuele Tambuscio di parte civile oltre a Cesare Manzitti, difensore di Stefano: il pm si oppone a sindacato e ordine come parti civili. Perché, chiosa, alla luce degli atti e delle indagini Origone non è stato pestato in quanto giornalista. Una tesi inaccettabile, ma espressa da una parte del processo. E il giudice accoglie questa tesi e non quella che comunque era stato leso il diritto di un “cittadino” che faceva informazione, estromettendo le parti civili, ad eccezione di Stefano. La decisione è arrivata alla prima udienza del Gup che ha poi rinviato al 16 dicembre con gli agenti imputati a chiedere il rito abbreviato. La lettura del dispositivo della decisione consentirà una ulteriore analisi, ma la tesi che la sostiene è molto pericolosa. Non solo per i giornalisti, ma per chiunque perché se un agente, carabiniere, finanziere ti percepisce come un pericolo può essere legittima difesa putativa (quindi essere assolto) oppure se sei abbigliato in un certo modo puoi essere scambiato per un manifestante. Quindi tutti i manifestanti possono essere pestati a prescindere? E i giornalisti se non issano un bel cartello oppure non indossano un bell’abito stirato ma un giubbotto blu e un paio di jeans sono assimiliabili a un qualsiasi blac blok.

Le sentenze, siamo sempre stati i primi a dirlo, si rispettano ma rispettosamente possono essere non condivise e criticate aspramente, impugnate e pure denunciate se mettono a rischio non tanto il lavoro dei giornalisti, ma i diritti di tutti a prescindere dal loro ruolo e lavoro. Eppure, Stefano Origone non era solo. Anche se nel processo è mancato un attore importante, la sua azienda (la Repubblica) che ha scelto di non costituirsi in giudizio. Però all’epoca dei fatti, con Salvini ministro, e una campagna politica frontalmente avversa al governo giallo/verde, Origone fu benedetto dal giornale come un eroe. Vi risparmio i titoli e i commenti, li trovate in archivio oppure facendo una ricerca mirata in rete. Oggi, cambiato direttore, consumato uno degli ultimi atti delle pressofusioni editoriali? Meglio lasciare perdere. Critica ingiusta? È un dato di cronaca ed è una scelta politica. Stefano non è stato lasciato solo da Fnsi, Associazione Ligure dei Giornalisti, Gruppo Cronisti Liguri, dall’Ordine Ligure e da quello Nazionale. E dai sessanta giornalisti genovesi di varie testate sotto la pioggia, garantiti e no (molti questi ultimi) presenti al presidio davanti al Tribunale di Genova (con la polizia schierata con il reparto mobile con relativo blindato, poi rimossi) con adesioni da tutta la regione da parte di chi non poteva essere fisicamente presente. Con il sostengo di Cgil e Uil. Del coordinamento Raibow, Genova Antifascista, Rifondazione comunista. E pure la presenza di alcuni avvocati del foro genovese. Una battaglia persa? No, perché non finisce e non finirà con questa decisione, pericolosa, molto pericolosa per i diritti e le libertà, non solo dei giornalisti. I giornalisti sono cittadini come tutti gli altri e come scritto nel volantone distruibuito dietro allo striscione della Ligure, chiedono verità e giustizia per i diritti e per le libertà. A prescindere dal fatto di come si è vestiti perché siamo tutti cittadini e il diritto di fare e ricevere informazione non è uno slogan, è un impegno che riguarda tutti anche (soprattutto) sotto i manganelli.

(foto Andrea Leoni)

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