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Torna “La malapianta” di Rina Durante

 

Scrittrice e pioniera della ricerca e valorizzazione della cultura popolare, Rina Durante aveva un carattere duro. Non si era molto promossa in vita, conclusasi nel 2004, ma si era data molto da fare. Insegnamento, battaglie anti-accademiche, giornalismo, avanguardia letteraria, coerente interprete degli studi antropologici di Ernesto De Martino, studi sul tarantismo e fondazione del Canzoniere Grecanico Salentino, intellettuale politicamente impegnata, socialista e poi comunista, eclettica e dispersiva. Ma tra le sue cose più belle – forse la più importante – c’è senza dubbio il romanzo di culto La malapianta, pubblicato con gran successo da Rizzoli nel 1964 e oggi ripubblicata con organico corredo critico (AnimaMundi edizioni). Un libro forte, meridionale, ambientato nell’allora isolatissimo Salento, si può dire neorealista, che racconta dall’interno le storie e la vita di una famiglia di poverissimi contadini, privi persino di competenza esistenziale. E che fece impressione, ebbe premi e riconoscimenti ma fu poi travolto, come tutta l’Italia nella quale era incarnato, dal “miracolo economico”, dall’industrializzazione., dall’emigrazione, dalla televisione…

Si deve anche dire che Rina, allora, fece un errore. Sottopose la sua opera, scritta come doveva essere scritta La malapianta, cioè raccontata dall’interno, dai suoi stessi inconsapevoli e disperati protagonisti, nientemeno che a Elio Vittorini, allora titolare della narrativa Mondadori e punto di riferimento della cultura di sinistra. E questi le disse che non credeva più al romanzo di argomento meridionale (la povertà, la fame, la vita di paese…), per cui invitò Rina a “sperimentare altre forme di rappresentazione di aspetti della realtà meno datati”. Si pensi che solo ventott’anni dopo, nel 1992, ebbe premi e riconoscimenti un libro meridionale e neorealista come Ninfa plebea di Domenico Rea. Ma Rina, che pure rimase delusa e interdetta, e che per tutta la vita avrebbe continuato a militare nella cultura politicamente impegnata, presa da tenace indignazione per le sorti delle classi subalterne nel Sud, rimise mano al dattiloscritto, intrecciando alla scrittura originaria più moderni modi di rappresentazione della realtà, ottenendone alla fine la pubblicazione da Rizzoli.

Non esiste una copia della prima stesura del romanzo, probabilmente più coerente e compatto. E quell’errore Rina era destinata a pagarlo ancora. Nell’introduzione accademica a questa nuova edizione de La malapianta si sostiene infatti che in esso “non c’è un intento documentario, né un tono di denuncia delle condizioni della gente del Sud o di polemica ideologica contro il fascismo, secondo gli schemi più vulgati della narrativa neorealista” e che non lo animano “tematiche di natura sociale, come si potrebbe immaginare”, ma tematiche “tipiche del romanzo modernista del Novecento” (La noia moraviana, Il male oscuro di Giuseppe Berto, l’incomunicabilità, l’alienazione…).

Se potesse Rina si rivolterebbe nella tomba a sentirsi deprivata dei suoi intenti documentarii e di denuncia. E a sentir dire che nel suo romanzo – potente documentario e accesa denuncia, appunto, della disperazione del sottoproletariato meridionale, nonostante gli inserti modernisti suggeriti da Vittorini – la fame, la miseria, gli stenti quotidiani siano elementi “datati”, anziché la causa dell’incomunicabilità, dell’alienazione e dell’aridità sentimentale dei protagonisti de La malapianta, che dopo mezzo secolo ci interroga ancora sulle ingiustizie sociali e sulla disperazione degli “esclusi”.

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