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Il Coronavirus e verità fino a prova contraria

 

L’emergenza Coronavirus sta facendo emergere in tutta la sua evidenza un costume la cui diffusione è costantemente cresciuta in questi anni e che deve allarmarci. Nel dibattito collettivo sul Coronavirus si sta definitivamente affermando un teorema perverso e pericoloso, il teorema che rovescia l’onere della prova della verità.
La regola secondo la quale un’informazione è vera se è verificabile e verificata non è più patrimonio comune della coscienza dell’opinione pubblica. Una nuova regola si sta diffondendo, quella secondo la quale è vero tutto ciò di cui non si può dimostrare la falsità. Prendiamo ad esempio le ripetute affermazioni secondo le quali il Coronavirus è stato creato o modificato in un laboratorio cinese da cui poi si è diffuso nella popolazione: è una tesi che circola con sempre maggiore insistenza e che è fatta propria, anche se non qualche pudìco condizionale, perfino da opinionisti e giornalisti molto popolari. Ebbene, questa tesi, come è stato spiegato con dovizia i particolari, non ha alcun fondamento. Eppure viene continuamente riproposta e difesa dai suoi propugnatori con granitica serenità proprio in virtù del fatto che non se ne possa dimostrare la falsità. “Come fai a dire che non è vero?” Trincerandosi dietro a questa domanda qualsiasi informazione, anche la più delirante, diventa sostenibile e quindi vera.
Un nuovo inquietante paradigma si sta insomma affermando: quella della verità fino a prova contraria. Un paradigma inizialmente confinato negli ambiti del negazionismo, del terrapiattismo, di quel complottismo che talvolta ci fa sorridere, come quando contesta che l’uomo abbia mai messo piede sulla Luna, ma che a volte ha conseguenze drammatiche, come nel caso del rifiuto delle vaccinazioni.
Se permettiamo che questa diventi la nuova regola dell’informazione e quindi dei meccanismi di formazione della coscienza collettiva, le conseguenze saranno devastanti. Una notizia diventa vera semplicemente perché è verosimile e la sua diffusione non è determinata dall’importanza e dalla serietà con cui la si è verificata, ma a seconda di quanto appaga le nostre ansie irrazionali, le nostre paure inconsce. La valenza emozionale della notizia prende il sopravvento sulla verità della notizia stessa.
É per questo che il surriscaldamento globale non viene percepito un’emergenza: perché per il momento non insidia il nostro stile di vita; le guerre e le carestie non ci inquietano: perché sono lontane e ci non mettono in allarme. I grandi flussi migratori effetto delle guerre e della carestie invece sì, scatenano le nostre paure. E quindi si parla solo degli effetti che noi percepiamo e non delle cause. In questi anni tante false notizie sono circolate sui pericoli di contagio derivanti dall’immigrazione clandestina. Salvo scoprire che il Coronavirus è arrivato in aereo, viaggiando in business class.
L’emergenza Coronavirus rischia di diffondere inquinamento informativo, con il proliferare di post e di messaggi audio e video su che polemizzano sui “porti aperti e i cittadini chiusi in casa”, sugli extracomunitari immuni dal Coronavirus perché sottoposti dalle Asl a programmi di prevenzione da cui sarebbero esclusi gli italiani. L’inversione dell’onere della prova della verità genera fenomeni sociali inquietanti, ma non solo in Italia. Negli Stati Uniti l’Asian American Journalists Association si è mobilitata, insieme ad altre organizzazioni del mondo dei media, per combattere i fenomeni di razzismo nei confronti dei cittadini asiatici ingenerati dalla paura per la pandemia. L’Ajaa ha anche diffuso delle linee guida su questo tema. É importante che anche il mondo dell’informazione, a cominciare dall’Ordine dei giornalisti, faccia sentire la propria voce.

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