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Emergenza Covid-19. Garante nazionale: “Rispetto della dignità della persona”

 

Decreto-legge e Istituti penitenziari

Oggi le persone detenute sono scese a 59.419, segno dell’impegno che molti Tribunali di sorveglianza stanno mettendo nell’applicare il più speditamente possibile le misure previste dall’Ordinamento penitenziario.

Il Garante auspica che l’interpretazione applicativa del Decreto-legge 17 marzo 2020 n. 18 sia sempre più orientata all’estensione della platea dei possibili destinatari in considerazione di una doppia necessità: quella di rispondere con la rapidità dovuta al rischio che un espandersi dell’epidemia anche all’interno trovi una situazione troppo densa e difficilmente controllabile e quella di riportare la fisionomia del carcere a un criterio di aderenza al dettato costituzionale e alla normativa conseguente sia in numeri che in finalità.

Molti sono stati i commenti al Decreto-legge e quasi tutti hanno sottolineato la limitatezza della nuova previsione normativa. Il Garante ritiene che, ferma restando tale valutazione critica, vada colto il segnale di apertura che il Decreto rappresenta e vadano contestualmente predisposti ulteriori strumenti per intervenire su una popolazione detenuta che, pur limitandosi ai soli condannati, vede oggi 22.744 persone che stanno scontando una pena o un residuo di pena inferiore o uguale a tre anni (di essi, tra l’altro, 9.561 hanno proprio una pena inflitta non superiore a tre anni).

Un commento sulla situazione attuale del carcere a firma di Mauro Palma e uno sul Decreto a firma Fabio Gianfilippi sono stati pubblicati oggi su www.giustiziainsieme.it.

Continua l’attenzione del Garante nazionale sulle segnalazioni ricevute relativamente a episodi riportati al Garante stesso e avvenuti nei giorni successivi ai disordini, in particolare riguardanti gli Istituti di Opera, Modena e Rieti, dove il Garante si recherà domani.

Il Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria ha iniziato a notificare al Garante nazionale, secondo quanto disposto dal Ministro, l’informazione circa i casi di positività in carcere riportati ieri dalla stampa. La buona notizia odierna della negativizzazione del contagio in uno dei casi e il non manifestarsi di nuovi permette di mantenere la situazione sotto controllo.

Circa il caso di una persona detenuta in attesa del primo grado di giudizio ricoverata ieri presso l’ospedale di Voghera e delle conseguenti agitazioni all’interno dell’Istituto, il Garante ha ricevuto informazione della messa in quarantena della sezione che ospitava la persona malata e della fornitura di mascherine alla popolazione detenuta. Il Garante segue con attenzione la questione.

Residenze per persone con disabilità o anziane

Il Garante nazionale ha apprezzato la previsione della Regione Campania di dotare le strutture residenziali sociosanitarie assistenziali di apparecchiature che consentano agli ospiti le videochiamate con i propri familiari. Infatti, il 18 marzo 2020 la Regione ha emanato le Raccomandazioni operative per la gestione e il contenimento di infezione Covid 19 in strutture residenziali. Le raccomandazioni sono indirizzate a tutti i direttori sanitari o tecnici, ai responsabili delle strutture sociosanitarie e sociali i quali sono invitati a rispettare le pratiche di prevenzione previste dalla normativa nazionale e regionale, con particolare riguardo alle Linee guida del 16 marzo dell’Istituto superiore di sanità.

Il testo tiene in considerazione la condizione di fragilità delle persone anziane e disabili, fascia di popolazione già di per sé a rischio di contrazione di patologie, che vivono in un contesto comunitario e che per questo motivo sono esposte a un rischio maggiore di contrarre il Covid-19.

Particolare allarme desta la situazione nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa). Evidenzia l’Unione europea delle cooperative (Uecoop) che sono attualmente oltre 300 mila le persone anziane ospiti nelle circa 7.000 strutture a loro dedicate in Italia e un terzo di queste si trova tra la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna, zone che costituiscono l’epicentro del virus Covid-19. In questi giorni si moltiplicano le notizie di Case di riposo in cui sono avvenuti contagi con numerose vittime tra gli anziani ospiti. Solo per citare alcuni dati significativi, nella Casa di riposo Mombretto di Mediglia (MI) sono stati registrati 44 decessi, pari a un terzo degli ospiti; nella Casa di riposo “Fondazione Cecilia Caccia” di Gandino (BG) sono stati registrati 40 malati su 150 ospiti, tutti considerati potenzialmente contagiati; nella Rsa di Perledo (LC) si registra un focolaio con 32 persone positive tra ospiti e operatori, e in quella di Quinzano ci sono stati 18 morti tra i suoi anziani ospiti. Più voci hanno sollevato il problema, a cominciare da quella di Uecoop che denuncia la difficoltà a recuperare mascherine e indumenti protettivi per il personale che opera in queste strutture. In tale contesto lascia ancora più perplessi la richiesta delle Ats lombarde di non occupare con le liste di attesa i posti che si liberano nelle Rsa, al fine di collocarvi le persone positive al Covid-19 anticipatamente dimesse per fare spazio negli ospedali al ricovero dei nuovi casi. Benché questi ricoveri nelle Rsa sarebbero effettuati con criteri di separazione dagli ospiti anziani, si ritiene che questa ulteriore complicazione se attuata, porterà un elemento aggiuntivo di preoccupazione per ospiti e parenti, oltre alle enormi difficoltà per gli operatori.

Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr)

Anche per i Cpr, il protrarsi e la portata della crisi richiedono un immediato cambio di passo con l’assunzione di scelte lungimiranti, anche inedite ma pienamente legittime e doverose, che mettano al centro la tutela della salute delle persone trattenute e degli operatori.

Deve esservi profonda consapevolezza che in questo momento in cui tutti siamo obbligati a limitazioni e a un senso civico senza precedenti, le responsabilità delle Autorità competenti nei confronti delle persone sottoposte alla loro custodia si fanno enormi e delicatissime. E considerata l’attuale estrema interdipendenza dei comportamenti, le implicazioni delle loro scelte riguardano la salute di tutti e incidono, come da giorni ci viene detto e purtroppo anche materialmente rappresentato dai mezzi di comunicazione, sulla tenuta del sistema di sanità pubblica.

Oggi più che mai deve essere richiamato il principio che una misura, pur legalmente disposta, può comportare problemi di compatibilità riguardo alle modalità della sua esecuzione rispetto all’articolo 3 della Convenzione europea per i diritti umani, che stabilisce il diritto di ciascun individuo a non subire una violazione dell’integrità fisica e psichica, a causa di trattamento inumano e degradante. E la Corte Europea per i diritti umani, proprio condannando l’Italia, ha rammentato che tale articolo può essere non solo violato da comportamenti attivi, ma anche da «inazione o difetto di diligenza da parte della autorità pubbliche».

Ciò premesso, va ricordata la prevalenza che hanno il diritto alla salute e l’assoluto rispetto della dignità umana nei confronti di altre esigenze di natura penale o amministrativa. Infatti, la libertà dello Stato di sottoporre alla misura coercitiva del trattenimento migranti in stato di irregolarità trova un limite invalicabile nel pieno rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini stranieri.

Una riflessione può essere utile: la detenzione amministrativa ha una sostanziale differenza rispetto a quella penale. Mentre quest’ultima costituisce un vincolo differibile soltanto in determinate condizioni, peraltro legalmente previste, la detenzione amministrativa deve seguire un criterio di assoluto rispetto della dignità della persona a fronte del quale deve poter venir meno l’esigenza stessa di detenere la persona.

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