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“I giganti della montagna” firmati da Lavia: un fascinoso alfabeto pirandelliano al Bellini di Catania

 

Un fascinoso alfabeto pirandelliano firmato da Gabriele Lavia. Con il seduttivo allestimento de “I giganti della montagna”, il regista milanese, in bilico perfetto tra Fellini e Pirandello, teosofia e spiritismo, ci offre davvero tutto lo splendore di un sogno fatto ad occhi aperti. La magnifica cornice del Teatro Bellini di Catania (con qualche problema di acustica), ha accolto per la stagione dello Stabile etneo il “Mito incompiuto” dell’agrigentino, fulmen in clausura della sua produzione teatrale, sogno terminale di una riflessione altissima e preveggente sul contrasto tra Natura e Civiltà, sull’impossibilità della Poesia nel mondo dominato dalla Tecnica e sull’idea dell’arte come sintesi assoluta dell’esistenza. Già: chi sogna il sogno dell’arte e della poesia? Chi sogna il sogno del teatro? Il Teatro? O piuttosto le sue rovine – “il miracolo non è la rappresentazione ma la fantasia” ci ricorda il protagonista, il mago Cotrone – come indica la spettacolare scenografia di Alessandro Camera che campeggia per i due momenti dello spettacolo (cui si aggiunge un “terzo” completato dal figlio Stefano Pirandello).

La regia di Lavia, scartata la deriva del pirandellismo, naufraga dolcemente sull’indecifrabile e sull’onirico proiettando l’apparente linearità dell’azione – la Compagnia della Contessa Ilse che giunge per rappresentare “La favola del figlio cambiato” a Villa La Scalogna, un non-luogo abitato da strani esseri, ora spiriti, ora fantasmi, ora fantocci – nella visione. In quale dimensione si svolge infatti la loro vicenda (e sono proprio loro, gli Scalognati e i Fantocci, in realtà, a incarnare lcharme meraviglioso e segreto del testo e della rilettura registica, a farsi figura del senso più profondo della vita invadendo anche la platea), quale “favola nuova” giungono a mettere in scena se non quella dell’impossibilità della creazione e della rappresentazione stessa davanti al mondo estraneo e aggressivo dei Giganti? Nell’affrontare un testo così allusivo, così permeato da un “eccesso di volontà costruttiva” (che ne costituisce forse il suo paradossale limite) Lavia-Cotrone permea il suo allestimento di “evanescenze, di ombre che passano”, moltiplicandolo in un gioco di specchi dentro uno spazio limbico e vago ma rischiarato perennemente da una luce lunare e che gronda sulla scena, assolutamente meta-letteraria: come non potremmo allora sentire il pianto di Ciaula, le risate di Zi’ Dima? Ravvisare le suggestioni di Leopardi e quelle di Consolo? Quella stessa luna – divinità ancestrale materna e femminile – che nella seconda parte dello spettacolo sembra davvero riversarsi in scena ammantandola di un lenzuolo candido, soglia valicabile per le regioni del sogno: e allora scendono e ci scuotono quei fantasmi, liberando la loro forza lì dove il “fascino dell’improbabile”, l’alternanza continua di inconscio (ed “Effetti d’un sogno interrotto” s’intitolava proprio l’ultima novella di Pirandello) lacerti di fantasticherie e associazioni alogiche delineano la profezia pirandelliana di un mondo conforme e incapace di comprendere la poesia: i Giganti – il Potere dunque (annunciato nel finale da un tremendo frastuono) – ma potremmo anche aggiungere il rimbecillimento mediatico ad alta definizione, il raffinato controllo delle coscienze e dei mezzi di produzione non lasciano scampo. Tra delizia, follia e incapacità di essere teatranti, incantamenti ed apparizioni, maschere indossate ed esibite (i costumi meravigliosi di Andrea Viotti ricordano la stravagante follia di Tim Burton) lo spettacolo è anche una lezione di regia lascia emergere la potenza arcaica dello sciamano “dimissionario dal mondo” Cotrone insieme ai molteplici fantasmi dell’immaginario isolano di cui Pirandello si era nutrito nell’infanzia. Entrando dunque in un’altra verità, pur labile e mutevole, nei “Giganti” il ragionare si è mutato in contemplazione, il Teatro diventa unica verità nell’“arsenale delle apparizioni” su cui Cotrone/Lavia volteggia, funambolo e filosofo, sopra l’abisso della realtà e della paura: parola terribile che chiude lo spettacolo. Alla fine agli applausi si aggiunge pure l’ovazione per Nellina Laganà la cui scomparsa – ricorda lo stesso Lavia – l’ha strappata al ruolo della Sgricia proprio nel teatro della sua città. A volte la morte sa essere più crudele di se stessa.

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