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Adriano Olivetti e l’utopia di Ivrea

 
Se solo l’avessimo seguita, quell’utopia che da Ivrea ha fatto scuola in tutto il mondo, al punto che oggi anche alcuni over the top della Silicon Valley si rifanno, in parte, ai metodi e alle idee dell’ingegner Adriano Olivetti, saremmo eccome un Paese migliore.
Olivetti, sessant’anni dopo, e il rimpianto per una Nazione cui non è mai stato consentito, anche a causa di delicati e insostenibili equilibri internazionali, di essere pienamente se stessa.
Olivetti aveva capito che bisognva adattare la fabbrica all’uomo e non viceversa: anche per questo, sul finire della sua avventura umana, aveva deciso di entrare in politica con il movimento Comunita, per provare a scardinare un modello di sviluppo che chiamava “il regno del denaro” e di cui intravedeva, con incredibile lungimiranza, non solo le pecche ma la drammatica pericolosità.
La sua idea di un’industria al servizio della società, del progresso e del benessere collettivo, la sua visione aperta, basata sulla cultura, sulla conoscenza e sulla costruzione di un nuovo modello di convivenza, spaventava molti. Faceva paura agli imprenditori del Nord, nella stagione in cui alla FIAT comandava ancora Valletta con metodi non proprio rispettosi dei diritti degli operai, e faceva paura agli americani, i quali temevano che, nel bel mezzo della Guerra fredda, un sistema che non era comunista ma con il quale i comunisti andavano comunque d’accordo potesse intaccare il loro predominio e spostare l’asse definito a Yalta, conducendo l’Italia in un’altra direzione. Ciò che spaventava di più, tuttavia, era il fatto che alla Olivetti si sperimentava, si provava, si inventava e si conquistano costantemente nuove fette di mercato: grazie alla Lettera 22, al calcolatore elettronico e persino alla comprensione dei meccanismi che avrebbero portato poi alla nascita del computer. Del resto, Olivetti aveva chiamato a sé filosofi e studiosi d’ogni settore, avvalendosi fra gli altri dei consigli di Enrico Fermi e sfidando le potenze globali, a cominciare da quella statunitense, sul loro stesso terreno.
Non era amato, Olivetti: dava fastidio e incuteva timore, anche perché aveva un’idea pura della politica e dei rapporti umani, non chiedeva favori, non era corruttibile.
Nel ’55 contribuì a fondare L’Espresso, dando voce a quell’Italia azionista e partigiana, fondata su un socialismo liberale molto vicino alle idee di Gobetti e degli intellettuali torinesi della casa editrice Einaudi, di cui oggi avremmo disperatamente bisogno.
Se ne andò troppo presto, a soli cinquantotto anni, il 27 febbraio 1960, mentre l’Italia stava conoscendo gli anni del benessere, della ritrovata serenità e uno sviluppo complessivo che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare. Buona parte dei meriti di quella crescita al servizio dell’uomo è stata sua e per questo ha pagato un prezzo altissimo. Sessant’anni dopo sappiamo bene cosa abbiamo perso con la sua prematura scomparsa.

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