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L’Australia brucia: e noi?

 
Quando qualche mese fa andò a fuoco la volta della cattedrale di Notre-Dame, giustamente, si diffuse in tutta Europa, e anche nel nostro Paese martoriato dal sovranismo, un moto spontaneo di solidarietà nei confronti dei francesi. Sarà che molti di noi sono stati a Parigi, sarà che la Francia ci è assai più familiare di quanto non vogliano farci credere i nazionalisti all’amatriciana che imperversano ovunque, sarà che il Gobbo ci è rimasto nel cuore, sarà per questi e tanti altri motivi, fatto sta che la commozione fu pressoché unanime, al pari dell’accorato appello a recuperare un patrimonio dell’umanità che, per fortuna, il governo transalpino si è impegnato a restaurare nel più breve tempo possibile.

Quest’estate è andata a fuoco la Foresta amazzonica e anche in quel caso, vuoi per il fascino che da sempre suscita il Brasile, vuoi per l’avversione naturale che provoca Bolsonaro anche nei più trumpisti fra i nostri connazionali, l’indignazione c’è stata e i giornali, nonostante la crisi di governo in atto, hanno coperto l’avvenimento con la dovuta attenzione.
Ora sta andando a fuoco l’Australia, devastata da cambiamenti climatici che hanno portato le temperature oltre il limite di guardia, ma l’attenzione è minore. E sì che l’Australia è lontana, che la maggior parte di noi non l’ha mai vista e che l’empatia con un universo che dista ventiquattr’ore d’aereo è, comprensibilmente, meno facile e meno spontanea. Peccato che il dramma che si sta consumando dall’altra parte del mondo ci riguardi eccome. Ci riguarda perché ci pone di fronte a interrogativi non più eludibili: che ne sarà di noi? Può avere un futuro un pianeta che sta dissipando le residue risorse?

Possiamo continuare a eleggere una classe dirigente globale che all’ultima COP andata in scena a Madrid ha pensato bene di non decidere e di far finta di niente nonostante un anno di mobilitazioni studentesche e un allarme sempre più pressante ad opera di studiosi ed esperti? Sono tutte domande retoriche. La possibile risposta è una sola: no. Non possiamo andare avanti di questo passo, con un mondo che brucia ogni anno un numero spaventoso di ettari di verde e che sta mettendo a repentaglio la propria stessa sopravvivenza, scoprendosi ogni giorno più inquinato mentre i ghiacciai si sciolgono e le riserve naturali vengono meno. Non possiamo continuare a voltarci dall’altra parte al cospetto di un continente, l’Africa, in cui la migrazione biblica di disperati che tanto ci desta apprensione è dovuta, innanzitutto, a carestie e siccità che rendono determinate regioni ancor più invivibili di quanto non le rendano i conflitti. Non possiamo far finta di niente di fronte alle immagini dei koala assetati e dei canguri arsi vivi. Non possiamo fingere che la questione non ci riguardi, anche se non possiamo scorgere il dramma affacciandoci alla finestra. Non possiamo, come Occidente, non prendere provvedimenti concreti perché gli auguri alla Thunberg per il suo compleanno, in caso contrario, sarebbero solo ipocrisia.

Il mondo sta bruciando per colpa nostra, di un modello di sviluppo assolutamente insostenibile, di un’ideologia consumista che ci porta ad avere troppo e a non goderci niente, di una selvaggia devastazione di beni irrinunciabili come l’aria e l’acqua pulita per far posto a una miriade di sciocchezze delle quali potremmo fare tranquillamente a meno e che, anzi, stanno contribuendo a renderci sempre più soli e infelici.

La verità è che il cataclisma ambientale non ha frontiere, travalica i continenti, abbatte le dogane, rende inutili le divisioni fra gli schieramenti, cambia per sempre il dibattito pubblico e lo modifica nel profondo, in quanto non si tratta più di dividersi su questa o quella politica ma di decidere se garantire un domani alla nostra casa comune o meno.
Duole dirlo, soprattutto ai liberisti incalliti, ma qui non è questione di destra e sinistra: il trumpismo non ce lo possiamo permettere. Questo modello di sviluppo, disumano ed egoista oltre ogni limite, deve essere accantonato, altrimenti provvederà da solo a sconfiggersi, facendoci sprofondare in un abisso dal quale non sarà possibile tornare indietro.
Sostengono gli scienziati che studiano l’argomento da parecchio tempo che l’anno appena iniziato costituisca il punto di non ritorno, che o invertiamo la rotta in questo 2020 o dopo saranno guai seri, fino a ipotizzare l’estinzione dell’umanità. È un ipotesi tremenda, certo, ma non infondata. E comunque, anche se non dovessimo estinguerci, dovremmo porci comunque un interrogativo straziante: avrebbe senso continuare a  vivere in un mondo devastato, in cui l’unica prospettiva è l'”homo homini lupus” e in cui l’unica alternativa, per miliardi di persone, è la fuga o il cannibalismo? Avrebbe senso continuare a vivere una non vita in un non pianeta? Quando vediamo l’Australia in fiamme, chiediamoci questo e, nel nostro piccolo, agiamo di conseguenza.

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