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Il Centauro prigioniero. ‘Skianto’ di Filippo Timi al Niccolini di Firenze

 

Che si può fare se la vita è più piccola di un francobollo? Se si strascica penosamente fra una camera grigina – simile a un’officina o a un capannone industriale – e un orticello sotto la superstrada? Immaginarne un’altra, quella che viene percepita e desiderata all’interno, dentro i battiti del cuore e dentro i dolori di quel cervello che pensa ma non può esprimere i pensieri e i desideri con le parole. Filippo è nato con la scatola cranica sigillata, generato dall’incontro fra una palletta spugnosa e un girino spaesato e un po’ timido, in mezzo al cimitero formato da otto milioni di altri girini incazzati.

Racconta, e vive, le acrobazie che il suo corpo sogna. Appeso a dei fili metafisici fa capriole nell’aria per scappare dalla prigione organica disarticolata, dall’incapacità di emettere altro suono all’infuori di grugniti strazianti. In un’affabulazione incessante la sua voce di dentro dà forma grottesca e affettuosa ai familiari, ai miti televisivi dell’infanzia, da Candy Candy a Heather Parisi – uno dei pochi punti di fuga dalla piattezza quotidiana, avvertita con crescente sofferenza. Si riempie di meraviglia osservando in tv il quadruplo axel di un bellissimo pattinatore russo, intreccia nella mente ordito e trama del loro amore, del matrimonio, appoggiandosi su particolari teneri come le iniziali ricamate su un cuscino. L’immagine del volo ricorre nel testo di Timi, persino nei supereroi e nelle astronavi stampate sul pigiama bianco bordato di rosso, ma l’ironia disperata e l’impasto linguistico che forgia passaggi la cui oscena poesia si accosta alle liturgie sconsacrate di Testori e Pasolini spogliano le parole di ogni possibile leziosità, rendendole carnali e allucinate.

Nella testa di Filippo il piccolo mondo si dilata – svaniscono i gradini da scendere o salire con difficoltà sostenuto dai familiari -, diventando discoteca dalle luci stroboscopiche, luna park felliniano, ambiente trasgressivo dai cromatismi accesi e un po’ kitsch. La musica, ogni genere di musica, alimenta la vita, spostando a volte, genialmente, l’asse della rappresentazione verso un lirismo addolorato. Come nel momento in cui Je ne regrette rien cantata da Edith Piaf ci mostra di Filippo l’immagine esterna, un grumo curvo e storto che si muove appena al ritmo dei sentimenti che i suoni e le parole gli fanno esplodere nel sangue, emettendo brevi mugghi rauchi.

Skianto avanza per quadri in successione, come un Mistero in equilibrio fra pop e ricercatezze letterarie, fino alla metamorfosi di Filippo in Centauro illuminato di rosso, che ringhia la propria foia insoddisfatta invocando mandrie di corpi. Il delirio rabbioso avvampa nella reiterazione verbale, e in quel voglio scopare proveniente dall’inferno delle viscere si sente chiara l’eco della phonè di Carmelo Bene, l’Io che si distrugge per liberare la potenza espressiva del puro suono.

Nessuna magia potrà trasformare il corpo di Filippo, chiuso in un ceppo come quello di Pinocchio, in carne umana. Nemmeno Gina Lollobrigida vestita da fatina ciociara – una delle mille invenzioni fiammeggianti di Timi. L’ultima stazione vedrà una mano del ragazzo levarsi nella stanza di nuovo grigina e, sospinta dalla musica, assumere i movimenti e la grazia di un organismo acquatico.

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