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Bettino Craxi, ritratto di un uomo e di un politico

 
Benedetto “Bettino” Craxi ci ha detto addio vent’anni fa, all’età di sessantacinque anni, e guai a chi cerca oggi di lordarne la memoria andando al di là delle condanne giudiziarie emesse legittimamente dalla magistratura e della doverosa analisi politica sul suo operato. Un’analisi critica, senza sconti né alcun intento agiografico: Craxi è senza dubbio una figura controversa e una personalità per molti aspetti discutibile della nostra vita pubblica. Fatto sta che la migliore rappresentazione, dell’uomo e del politico, l’ha data proprio il film di Gianni Amelio, “Hammamet”, interpretato da un magistrale Pierfrancesco Favino, in quanto non ha preteso di essere un discorso sull’operato di Craxi quando era potente e osannato ma nel momento del dolore, della sofferenza e della solitudine.
“Hammamet”, infatti, non è un film su Craxi e nemmeno sulla politica: è un film sulla vecchiaia e sulla decadenza fisica, sul declino e sulla disperazione quando il potere di un tempo non esiste più. Ed ecco che il Craxi della villetta tunisina rievoca un altro personaggio storico su cui molto si è detto e altrettanto si continua a srivere: Napoleone. Il Craxi di Amelio non ha nome: è per tutti “il Presidente”, un Napoleone giunto nell’esilio di Sant’Elena con la dignità del combattente innato che è sempre stato e che non ha smesso di essere nemmeno nell’ora più buia. E se proiettiamo la parabola francese degli anni a cavallo tra la fine del Settecento e i primi decenni dell’Ottocento, quella magnificamente affresata d Victor Hugo ne “I miserabili”, troviamo una facile metafora della vicenda italiana andata in scena dall’inizio degli anni Novanta ai giorni nostri. Basta sostituire le tricoteuses che andavano ad assistere compiaciute all’abbattersi della ghigliottina sulle teste della nobiltà e di una certa aristocrazia ormai caduta in disgrazia con i lanciatori di monetine davanti al Raphaël e la restaurazione javertista della Francia post-napoleonica con il giustizialismo dell’epoca che stiamo vivendo per comprendere l’ipocrisia della natura umana nelle stagioni di degrado, quando è la falsità a regnare sovrana e non c’è più alcuno spazio per il dialogo e la riflessione. In mezzo lui, il Napoleone disadorno, ormai privo di ogni potere, abbandonato da tutti, costretto a riflettere sui suoi tanti errori e sulle sue troppe scelte avventate ma ugualmente certo che la storia gli riserverà comunque un posto d’onore. Il Craxi di Amelio è questo: un capolavoro sulla fine del potere, sulle ore dell’epilogo, quando ci si rende conto della pochezza di chi si aveva intorno, quando ci si pente, quando non si è più in grado di comandare dopo averlo fatto per tutta la vita e si avverte ancora più forte la sofferenza per aver perduto non tanto la battaglia di Waterloo quanto la propria stessa ragione di esistere.
Craxi, come Napoleone, non poteva avere un senso fuori dal potere, dall’imperio, dalla lotta indomita: non è un caso che gli anni di agonia siano stati, più o meno, gli stessi, circa sei, prima che la morte spezzasse le catene di una vita che non era già più tale da tempo e li consegnasse alla storia e al giudizio di analisti e commentatori.
Già, ma chi è stato davvero Bettino Craxi? Senz’altro un uomo, un personaggio dotato di carattere e personalità forti, un leader nel vero senso della parola, capace di trasformare il PSI in un soggetto quasi egemone, nell’ambito di una crisi della politica e dei partiti che avrebbe toccato l’apice nel tremendo ’92 ma che già nel ’78, anno del rapimento e dell’assassinio di Moro, era evidente agli occhi di chi non volesse illudersi forzatamente del contrario.
Craxi, asceso alla guida dei socialisti partendo da una corrente ultra-minoritaria, in seguito alla disfatta elettorale del ’76 che aveva visto due vincitori indiscussi, la DC e il PCI, e il peggior risultato di sempre dei socialisti di De Martino, dal Midas in poi aveva fondato la sua esperienza politica sul tentativo di scalfire questa sorta di duopolio e di inserirvi il PSI. Da qui, probabilmente, nascono i contrasti più acesi con Enrico Berlinguer, molto più che dalla mera questione giudiziaria che oggi si cerca di elevare a misura di ogni cosa.
Perché Craxi era un politico a tutto tondo, un uomo che viveva per il partito e che della politica ne aveva fatto una ragione di vita, al punto che sulla sua scheda di presentazione, a Montecitorio, c’era scritto “funzionario di partito”.
Non a caso, la sfida fra socialisti e comunisti non ebbe inizio dalla nobilissima “questione morale” sollevata da Berlinguer in un’intervista rilasciata a Salfari nell’81 ma dal cosiddetto “Vangelo socialista” pubblicato sull’Espresso da Craxi nel ’78, quando, con l’ausilio di Luciano Pellicani e altri grandi intellettuali, sostenne la tesi che si dovesse accantonare la visione marxista-leninista per abbracciare il socialismo umanitaro di Proudhon: una revisione dei valori fondanti del partito per l’epoca davvero sconvolgente. Pose, in pratica, il riformismo al centro della teoria politica del PSI, di fatto compiendo un atto rivoluzionario di cui oggi si fatica a comprendere l’importanza.
Diciamo che la sua fortuna fu costruita, suo malgrado, sul sangue, in quanto oggi è chiaro a tutti, ma all’epoca no, che l’eliminazione di Moro fosse un modo per ingannare Berlinguer e mettere fuori gioco il PCI assai più della Demorazia Cristiana, altro che salvaguardia delle istituzioni demoratiche dalla barbarie brigatista! E Craxi, intriso, per l’appunto, dell’umanitarismo di Proudhon, ebbe ragione nello schierarsi contro la linea della fermezza, ben capendo, prima e meglio della stessa sinistra DC, l’ampiezza del disegno perverso che si celava dietro il rapimento e l’ardente desiderio di morte nei confronti di uno statista il cui peso e le cui idee erano diventate troppo ingombranti. Le fortune del PSI, benché Craxi avesse assunto l’unica posizione sensata nel contesto di una politica impazzita, nacquero allora, dal sostanziale disfacimento dell’alleanza costituzionale tra le forze democratiche e dalla progressiva disgregazione di due esperienze storiche, la DC e il PCI per l’appunto, che nel mutare del quadro internazionale, giunti al crepuscolo della Guerra fredda, avevano ormai perso di senso.
Fu grande in politica estera, da Sigonella a una visione filo-araba e mediterranea che era la stessa di Moro e dei pochi governanti che hanno saputo allargare le maglie degli accordi di Yalta e porre l’Italia al centro del dibattito internazionale e dei processi che lo regolano.
Fu grande anche nel sostegno a tutte le forze democratiche, dal Sudamerica all’Europa dell’Est, che si opponevano ai regimi sostenuti dai due blocchi contrapposti, tanto quelli foraggiati dalla CIA quanto quelli tenuti in piedi dal KGB. Un vero socialista, dunque, con una visione globale meritevole di attenzione e massimo rispetto.
Commise, invece, sbagli gravissimi in politica interna: dal Decreto di San Valentino per abolire la Scala mobile, conseguendo un risultato opposto a quello che si era prefissato, ossia contrastare la spinta inflattiva, a una gestione francamente intollerabile della vita del partito, trasformandolo in una sorta di Bulgaria che non poteva sopravvivergli. Fu il primo a personalizzare la politica e il soggetto di cui era segretario, il primo ad aprire a una riforma costituzionale che altro non era che una torsione in senso presidenziale (anche se va detto, per correttezza, che Craxi non aveva alcuna intenzione di indebolire i partiti e il ruolo del Parlamento), il primo a imbottire le liste elettorali e l’assemblea del partito di quelli che Formica definì “nani e ballerine”, il primo ad avere un’opinione di sé sinceramente eccessiva, fino a rendere pressoché impossibile il dibattito interno, conducendo la nobile tradizione del socialismo italiano sulla via di un declino che ha indubbiamente danneggiato il Paese, privandolo di una formazione storica e di un impianto culturale indispensabili per garantire a tutti un orizzonte di progresso.
Un personaggio complesso, poliedrico, difficile, senz’altro un uomo divisivo come lo sono tutti quelli che hanno una precisa idea del mondo e non sono disposti a rinunciarvi per seguire la corrente
Un personaggio che non può né essere posto sull’altare, osservandone unicamente lo spirito garibaldino e la lungimiranza su vari temi dirimenti, né gettato nella polvere, riducendolo a una mera vicenda giudiziaria legata alla tragica discutibilità di alcune personalità della corte socialista degli anni Ottanta di cui commise l’errore di circondarsi.
“Ei fu”. E a vent’anni di distanza sarebbe opportuno che gli autori del “servo encomio” di ieri evitassero di rendersi ridicoli con il “codardo oltraggio” di oggi.
Sulla sua tomba, situata nel piccolo cimitero cattolico di Hammamet, campeggia una scritta: “La mia libertà equivale alla mia vita”. Una frase in cui c’è tutto Craxi: il suo orgoglio, a tratti smisurato, e il suo coraggio nel rinunciare di fatto alle cure necessarie per vivere piuttosto che rinunciare alla propria indipendenza.
È ancora presto per storicizzarne la figura e analizzarla con il dovuto distacco, senza che siano sempre le opposte tifoserie a prevalere, ma per fortuna qualche passo avanti è stato compiuto. Comunque la si pensi, riposi in pace.

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