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Una romantica (e poco dark) donna inglese: Barbara Steele al TFF37

 

Il ricordo di Barbara Steele, anzi di quell’icona che poi sarebbe stata nel nostro immaginario personale è legato a momenti distanti nel tempo – e apparentemente lontani dall’affascinante attrice britannica – che non ho mai dimenticato. L’odore di mentolo che le sedie da barbiere sprigionano nel vecchio salone del mio paese mi solletica subito il naso insieme a quello delle sigarette che ammorbano l’aria. Avrò poco meno di sette anni. Si sente solo sforbiciare, un rubinetto che perde, il brusio discreto e il rumore della tenda di plastica che si apre ad ogni nuovo cliente, lasciando entrare stilettate di luce abbagliante nella torbida penombra della stanza. Doveva essere estate. Sprofondato nel divano rosso di vilpelle, allungo le mani sul tavolino basso, zeppo di riviste e fumetti. Campeggia “Cronaca Nera” e le sue immagini equivoche e violente, in un bianco e nero che offre contrasti netti e definitivi. Sotto, la pila dei fumetti. Fumetti per adulti in formato tascabile. Fumetti “neri” e violenti che mostrano i corpi nudi di donne avvenenti e ragazze procaci. Negli anni – seduto sullo stesso divano, solo più malandato lui, più stempiato io – assisterò all’escalation: dal quasi osceno alla pornografia più sfacciata.

Quei fumetti che mani avide sfogliavano velocemente tanto da sformarne i contorni, avevano nomi evocativi se non sfacciatamente metaforici: Zora, Sukia, Jacula. Pubblicazioni di nicchia per un pubblico di “pervertiti”? Macché, in quegli anni – e le fonti son ISTAT – esistevano “tre case editrici, 39 testate, 11.000 vignette e un milione di albi venduti ogni mese”. Le copertina di Emanuele Taglietti, di Alessandro Biffignandi, le illustrazioni di Alessandro Tacconi avevano colori accesi e decisi e alimentavano i desideri di tutti noi: e se la vampira Sukia ricordava – e non affatto vagamente – Ornella Muti, la collega Zora pareva proprio Catherine Deneuve. Nelle pagine interne, i disegni in bianco e nero, erano davvero belli. Ovvio che mi soffermassi sui corpi: ai miei tempi l’educazione sessuale era demandata o alla fumosità edificante e perbenista delle pubblicazioni ad hoc delle Edizioni Paoline o alla dura concretezza delle notizie raccattate per strada che i più grandi dispensavano, nei loro racconti truci, fin nei minimi particolari. Ma un particolare mi colpiva più di ogni altro, ed era un déjà vu a venire: erano gli occhi; neri, enormi, spalancati. Sguardi aperti di sensuale meraviglia, a volte virginale a volte demoniaca, che avrei più tardi ritrovato proprio nel viso spigoloso, bellissimo e perturbante di Barbara Steele.

Il Torino Film Festival 37 – durante il quale ha ricevuto il Gran Premio Torino 2019 – l’ha scelta per l’immagine ufficiale della 37esima edizione: una foto che la ritrae sul set del film “Amanti d’oltretomba” (di Mario Caiano, 1965) . La sua presenza al Festival è legata all’horror classico 1920-1970 cui è dedicata la retrospettiva “Si può fare!” curata da Emanuela Martini, direttrice del Tff: trentacinque pellicole “che hanno dato corpo e volto alle nostre paure e che sono alla base di tutto l’horror successivo”. Nella sua carriera Barbara Steele ha lavorato pure con Cronenberg – “arrivò nella mia casa sul mare durante un temporale con un gran mazzo di fiori” – e Jonathan Demme che invece “mi ha letteralmente abbordata per la strada.” Ha quasi sempre interpretato personaggi doppi: da un lato la fanciulla innocente e casta, dall’altro donna malvagia e perversa: molti la ricorderanno, ne “L’armata Brancaleone” di Mario Monicelli (1966) nei panni di “Teodora”, un’aristocratica bizantina dalle tendenze sadomaso.

“Preferisco i personaggi forti – precisa con una verve ironica lei – la parte della vergine che canta da una montagna non mi interessava assolutamente.” L’abbiamo finalmente incontrata prima della proiezione de “L’orribile segreto del dottor Hichcock”, di cui è protagonista con la regia di Riccardo Freda (che in realtà firma la pellicola con lo pseudonimo di Robert Hampton). Lei, ancora fascinosa, una mise nera e discreta, rovescia il profilo di femme fatale, terribile e oscura – chi può dimenticare “Il pozzo e il pendolo” di Roger Corman o “La maschera del demonio” di Mario Bava? – in una donna simpatica e brillante che ripercorre i momenti salienti della realizzazione del film, girato proprio mentre era impegnata con Federico Fellini sul set di “Otto e 1/2”, nel ruolo di Gloria Morin, l’amante di Mezzabotta. “Ero arrivata a Roma chiamata proprio da Mario Bava che aveva visto le mie foto su un “Life Magazine” e mi aveva assegnato la parte ne “La maschera del demonio”. Io avevo sognato di andare a Roma e non avevo mai girato un horror, anche se – sottolinea – il vero horror era stata la guerra. Roma era il grembo del mondo: sarei venuta anche se mi avessero chiesto di cucinare. Vivere quell’atmosfera irripetibile e creativa popolata di scrittori, cineasti e artisti è stata un’esperienza indimenticabile.” “L’orribile segreto del dottor Hichcock invece – racconta in un italiano arrotato e addensato dall’accento inglese – era nato perchè Freda aveva scommesso il suo amatissimo cavallo da corsa, convinto di riuscire a girare un film in un solo mese. Persuasa dalla sua affabilità, firmai subito il contratto. Lo dissi subito a quel mago di Fellini, il quale mi rispose che per lui non era un problema: insomma quasi mi liquidò.

Così abbiamo lavorato per l’altro film, unendo passione, rabbia ed energia per 18 ore al giorno: eravamo giovani! Riccardo girava in uno stato di esaltazione: sembrava un uomo in guerra. Con lui si è creato un feeling particolare: lavorare con lui era come cantare in un film. Ovviamente non avevo letto il copione, poi – schernendosi – aggiunge: avevo sempre desiderato fare un film sulla necrofilia!”  Naturalmente le risorse della produzione erano limitate e Barbara non ne fa mistero: “Tutti gli interni li abbiamo girati a Roma, a Villa Perrucchetti (adesso sede dell’Ambasciata della Bulgaria n.d.r.)”. Un luogo notevolmente sinistro, perfetto per ambientarvi la casa-sepolcro del dottor Hichcock, dunque: in realtà – precisa Barbara Steele – era una casa piena di sole e di luce: magnifica.” “Ad un certo punto – ricorda – in mancanza di soldi e di macchinisti per i carrelli fu lo stesso Riccardo Freda a sistemare la camera da presa sui tappeti e a trascinarli lui stesso!” Circa le sue frequentazioni con l’horror e la letteratura gotica, chiude con una boutade: “Che dire? Ho sposato un uomo che di cognome si chiamava Poe…!”

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