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Quando da “L’abisso” riaffiorano le gesta di chi cerca di salvare vite umane

 

Siamo sul Po, nella cittadina di Luzzara in provincia di Reggio Emilia, paese che ha dato i natali al Maestro Cesare Zavattini. In un bel teatro di corte gonzaghesco, messo a nudo nel palcoscenico, va in scena “L’abisso”. Lo spettacolo è in forma di “cunto” dove il siciliano universale Davidù, Daviduzzo, Davide Enia, dal piacevolissimo accento, dimostra che con il grande racconto è possibile fare teatro. Anche con un semplice attore: ovvio potrebbe essere la risposta ma non per chi, ad esempio, non ama il teatro di narrazione, le troppe parole, il rischio implicito della corruzione, dell’elefantiaco uso fatto da retori antichi e moderni. Ma qui evidentemente non si tratta di parole ma di un rito. Come era già capitato con Marco Balliani, in cartellone sempre in questa magnifica rassegna di Gualtieri, post visione del suo Kolhass, anche in questo caso“L’abisso” convince a pieno.
Anticipando la conclusione, Enia è greco, un sapiente greco che sta nella misura precisa e ben conosce la forma della tragedia attica. Si dicevano del rito e il protagonista è un ottimo officiante, un bravo affabulatore. Usa immagini molto vive e riesce a trasportare dentro in mezzo a luoghi fisici come la “morte”, il “funerale”, “muti corpi ghiacciati”. Le trame del racconto vengono svolte secondo una asciutta cronaca del dramma collettivo, le migrazioni di massa per gli abissi di quel camposanto d’acqua che è diventato il Mediterraneo, per scenari di morituri affoganti che come ultimo atto gridano ai soccorritori il proprio nome, e non help. Perché qualcuno raccolga del nome e possa avvertire i vostri cari. Che si sappia che sono deceduti.

Come nella tragedia oltre agli umani Mortali, Enia mette in scena anche gli Eroi, il palombaro, i pescatori, gli uomini rana del salvataggio tra le onde, il medico che si muove pietoso delle carni in putrefazione o il becchino che mette croci sulle tombe di sconosciuti, forse musulmani, per dare dignità, a suo modo, a tutti, nel cimitero di Lampedusa. Tutti figure che vediamo muoversi vive sul palcoscenico, tale la forza del racconto. E questo, in un’epoca dove senza elettricità sembra non sia possibile più fare teatro è una bella medaglia. Il quadro mitologico è completo e sovrastato dal Dio Mare e dall’Abisso, un altro dio terribile. Entrambi innocenti, come tutte le cose della natura, come bestie a cui sembra non sia possibile fare nulla. E qui forse la sicilianità dell’attore, la grecità per studio artistico, o entrambe portano ad evitare l’utilizzo della parola speranza – la “spes” cristiana – su questo infinito di ripetersi di morti, sulla follia degli accadimenti che attraversa tutti. Non parla ed usa il gesto e lo sguardo (la miglior parola è quella che non si pronuncia) su questa follia di accadimenti, su questo umano disastro che cade su altri umani, sulle nostre spalle. Così stanno le cose e basta. Tutto questo compone la metà del suo spettacolo.
L’altra metà invece gira sulla sua storia personale anche per trovare respiro: sarebbe troppa un’ora e un quarto di quadri di morte, ossa bianche e segni della croce. Passa nel dialogo intimo quotidiano a tre con il padre e lo zio, più la mamma. Dialoghi profondi, fili del racconto ben tirati dove ci sta pure la moderna terminologia o il pezzo di musica blues del bravissimo musicista Giulio Barocchieri. Una costruzione sapiente. Una piacevole e profonda riflessione.


L’ennesima tragedia nel mare di Lampedusa. Ancora una volta le cronache registrano un naufragio dove hanno perso altre vite umane. Ad un miglio dall’isola con condizioni meteo – marine tali da mettere in difficoltà anche i soccorritori. Con onde alte fino a quattro metri e con scarsa visibilità dato l’ora gli uomini della Guardia Costiera hanno tratto in salvo centoquarantanove tra donne, uomini e bambini, terrorizzati e in procinto di annegare. Tragedie divenute quasi quotidiane e che fanno del Mediterraneo un cimitero a cielo aperto. È accaduto lo scorso 23 novembre: l’ennesimo intervento di mezzi navali e aerei registra un atto di grande coraggio professionale e umano. Da un’imbarcazione del gruppo specializzato in salvataggio di vite umane della Guardia Costiera Resecue Swimmer, si tuffano uomini addestrati per saper nuotare in condizioni difficili. Tra questi c’è anche Salvatore Marchese la cui identità sarebbe rimasta sconosciuta se non fosse stato per l’azione di cui si è reso protagonista: l’abilità e la prontezza di riflessi lo ha portato a salvare una bambina di solo un anno. Il suo pianto disperato e le urla disperate del padre sono stati sentite dal marittimo e con grande determinazioni li ha tratti in salvo. È la legge del mare regolamentata da una convenzione internazionale che impegna gli stati firmatari all’obbligo di prestare assistenza alle persone in mare. Non ci devono essere divieti e impedimenti nel farlo e Salvatore insieme ai suoi colleghi si sono distinti e meritano la stima di chi crede in valori universali come quello di aiutare gli ultimi. Davide Enia è anche l’autore di “Appunti per un naufragio” (edizioni Sellerio) in cui «narra la storia di un naufragio individuale e collettivo (…) e raccontare la scoperta di ciò che accade davvero in mare e in terra, e il fallimento delle parole che si inabissano nel tentativo di comprendere i paradossi del presente».

Enia incontra un sommozzatore addetto al salvataggio, come è Salvatore, e si fa raccontare la sua esperienza. Bastano poche parole per riassumere senza nessun bisogno di discorsi retorici, la gravità di un’emergenza a cui ogni stato dovrebbe concorrere per evitare la perdita di vite umane. «Noi sommozzatori siamo abituati alla morte, fin da subito ce la presentano come un dato di fatto. Ce lo ripetono dal primo giorno di addestramento: in mare si muore. Un calcolo sbagliato e si muore. Basta pretendere troppo da sé e si muore. Sott’acqua, la morte ci è compagna, sempre. Qui salviamo vite. In mare ogni vita è sacra. Se qualcuno ha bisogno di aiuto, noi lo salviamo. Non ci sono colori, etnie, religioni. È la legge del mare». “Appunti per un naufragio” è una testimonianza di come l’isola viva dolorosamente la sua condizione di porto d’approdo dove in molti cercano di arrivare. Vivi o morti come nel 2013 quando «un’imbarcazione si rovesciò a poche centinaia di metri dalle coste dell’isola, le acque si riempirono di cadaveri e Lampedusa fu invasa da bare e televisioni. I cadaveri rinvenuti nelle reti da pesca, per esempio, venivano ributtati in mare per evitare il fermo amministrativo dei pescherecci».

Pagine sconvolgenti che descrivono le gesta e le azioni del personale di soccorso, civile e militare: medici, infermieri, equipaggi della Guardia Costiera e della Guardia di Finanza, volontari appartenenti a organizzazioni umanitarie. Il racconto di un medico è tra i più drammatici per la testimonianza nel descrivere quanta sofferenza e dolore venga vissuta da parte dei superstiti salvati in mare, ma anche in chi si prodiga ad aiutarli a sopravvivere. Si chiama Gabriella e descrive le condizioni in cui doveva operare a bordo delle motovedette: «Abbiamo impiegato tantissimo a raggiungere Lampedusa. Sono state le ore più lunghe della mia vita. Fuori c’era un freddo immaginabile, onde alte sette metri, il vento forza otto e questi ragazzi (ne erano stati imbarcati 58) stavano congelando e non potevano entrare in cabina. Dentro, i membri dell’equipaggio continuavano a stare male e a vomitare». All’arrivo in porto sbarcheranno ventinove salme: «erano morti ventinove ragazzi». Il freddo, la fame, le ferite da arma da fuoco subite prima di salpare verso una vita che speravano li accogliesse. L’abisso continua.

 

In copertina Davide Enia L’abisso foto di Futura Tittaferrante

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