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Gran Bretagna. Vittoria schiacciante per Johnson. Ma il travaglio britannico non termina con questo voto

 

Sul sito della BBC la mappa più illuminante è quella che indica i collegi che hanno cambiato di segno. Sono praticamente tutti nel Nord del paese, una cinquantina in Inghilterra passati dai laburisti ai conservatori, tredici conquistati invece in Scozia dal locale partito nazionalista indipendentista che ora, in questa irrequieta parte del Regno Unito, detiene ora addirittura 48 seggi su 59. Nel resto della Gran Bretagna i mutamenti di segno sono pochissimi, una decina in tutto, in gran parte per i conservatori che hanno conquistato in tutto 364 seggi e hanno adesso una confortevole maggioranza nella Camera dei Comuni, ben sopra i 326 richiesti. Per il primo ministro Boris Johnson una vittoria schiacciante, la sua proposta di finire la Brexit è passata in gran parte del paese. Le condizioni erano per lui decisamente favorevoli: aveva raggiunto un accordo poche settimane fa con la UE per l’uscita dall’Unione e chiedeva in sostanza all’elettorato di ratificarlo. Le formazioni che contrastavano l’intesa si sono invece divise e combattute, soprattutto liberali e laburisti, partiti usciti entrambi “tramortiti” dall’appuntamento elettorale. I liberali hanno persino perso il collegio parlamentare della loro leader Jo Swinson battuta in Scozia da una candidata indipendentista. Si sono dimostrate illusorie alcune speranze dei remainers, quelli che volevano restare in Europa, di un voto tattico nei singoli collegi in funzione anti conservatori. Tranne rari casi non c’è stato, i candidati si sono combattuti e tutti gli esponenti politici che nei mesi precedenti il voto erano usciti dal partito laburista o conservatore con una posizione marcatamente europeista sono stati bocciati dalle urne.

L’affluenza è rimasta leggermente sotto le precedenti elezioni del 2017 e il tentativo del leader laburista Jeremy Corbyn ( sostanzialmente dimissionario) di spostare l’attenzione dalla Brexit al futuro del sistema sanitario, alla lotta alla povertà e alle disuguaglianze ha portato il partito al 32% dei voti molto lontano dal 43% dei Tories di Johnson. La radicalità di Corbyn in campo sociale non ha pagato anche se il vero problema insolubile era per lui tenere insieme le due anime dell’elettorato laburista, quella giovane, londinese e europeista e quella del Nord operaia, più propensa all’uscita dall’Unione.

Detto questo, guardando avanti, la Brexit si farà, ci saranno altri lunghi negoziati, poi gli elettori britannici potranno misurare alle prossime elezioni gli eventuali benefici ricevuti, se la loro vita sarà cambiata in meglio o in peggio. I giovani, in prevalenza europeisti, cresceranno d’età e troveranno il modo di farsi sentire sulle tematiche ambientali particolarmente avvertite nel paese. Il nodo Scozia peserà molto: la richiesta di un secondo Referendum per l’indipendenza dal Regno Unito è già sul piatto, nazionalismo chiama nazionalismo, vedremo se ci sarà una evoluzione tipo Catalogna. L’Irlanda del Nord è un’incognita totale e qualcuno dice che lo stesso Regno Unito sia ora a rischio. La verità è che si “naviga in terre incognite”. Boris Johnson è un pragmatico, potrebbe riservare sorprese. Per gli italiani, se verranno mantenute le promesse elettorali dei Tories, sarà più difficile andare a Londra: necessari passaporto e visto come per gli Usa, la fine per molti giovani di una prospettiva stabile di futuro in Inghilterra. E per l’Europa? Il travaglio britannico non termina con questo voto, quello che finisce è un estenuante stallo che negli ultimi mesi era diventato quasi grottesco. L’Unione subirà una scossa: o si andrà avanti con l’integrazione politica e la solidarietà interna o ci saranno bruschi contraccolpi. La storia è sempre movimento. E quello che arriva dalla Gran Bretagna ( dire Londra nel caso specifico sarebbe fare un torto ai londinesi) è il segnale che l’Europa delle burocrazie/diplomazie di strada a questo punto ne fa poca. Siamo nel tempo delle scelte politiche, delle grandi scelte, in un mondo dove non bastano i “mercati” a fronteggiare la sfida ambientale e quella della crescente disuguaglianza.

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