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«Spaccarono la tua bellezza e rimane uno scheletro d’amore» – 10 anni senza Lea Garofalo

 

2812 frammenti ossei. Questo è quello che ci hanno lasciato del corpo di Lea Garofalo.

Picchiata, strangolata, fatta a pezzi mentre il suo corpo bruciava. Doveva morire Lea e doveva farlo in modo atroce, perché questa è la fine per chi tradisce il codice della ‘ndrangheta. Questa è la fine che merita chi osa alzare la testa e scegliere un futuro migliore per sé e per i propri figli. Sì perché nella storia di Lea, come in sempre più storie di donne che stanno scalfendo l’impenetrabilità di quel sistema criminale, è l’amore per la figlia a far scattare il desiderio di fuga e di cambiamento. Lea, alla quale la violenza mafiosa aveva già portato via il padre, anch’egli mafioso, all’età di soli nove mesi, si era trasferita a Milano insieme all’uomo di cui si era innamorata da adolescente, Carlo Cosco. Dalla relazione nasce Denise e Lea capisce che quella casa di Viale Montello 6, soprannominata “la casa dei calabresi” in quanto base operativa dei traffici criminali gestiti da Cosco, non fosse il luogo in cui far crescere una bambina.

Inizia a parlare, a raccontare alle forze dell’ordine ciò che sa, partendo dal traffico di stupefacenti gestito dal compagno e a cui Lea rimase sempre estranea. Entra nel programma di protezione, in attesa di un riconoscimento definitivo come testimone di giustizia che non arriverà mai. Lontana da casa, con un’identità nuova e sola con la sua bambina, Lea viene prima esclusa dal programma e poi, a seguito di una sentenza del Consiglio di Stato che le dà ragione, riammessa. Due anni più tardi, nel 2009, esce di nuovo dal programma, stavolta di sua iniziativa. Senza documenti di copertura dal 2006 né aiuti economici, si vede costretta a riavvicinarsi a quell’uomo che definiva, a volerne rimarcare le distanze, “il padre di sua figlia”, nient’altro. Ma il tradimento è un affronto troppo grande per la ‘ndrangheta, ancora di più se proviene da una donna.

Non esiste perdono.

E’ maggio quando Lea subisce il primo attentato alla sua vita: un finto tecnico della lavatrice la aggredisce nella casa in cui viveva a Campobasso. Lea si salva grazie a Denise, che quella mattina non era andata a scuola e che mette in fuga l’uomo. Quell’uomo che entrambe, non hanno dubbi, è stato mandato da Cosco. Arriviamo, così, a novembre. Lea sa, lo ripete più volte, che Denise è la sua “assicurazione sulla vita”: finché sono insieme, Cosco non le farà nulla. E così, madre e figlia arrivano a Milano, convinte dal Cosco con la scusa di dare loro dei soldi e parlare del futuro della ragazza. Una telecamera le riprende mentre camminano per strada, poi si separano. Lea sparisce.

Carlo Cosco viene condannato all’ergastolo quale esecutore materiale dell’omicidio. Il corpo di Lea, però, non si trova.

Dovremo attendere quattro anni prima che Carmine Venturino, fidanzato di Denise all’epoca dei fatti, assoldato dal padre per controllarla, decida di collaborare con la giustizia. Le sue dichiarazioni permettono di ritrovare Lea: 2812 frammenti ossei gettati in un tombino. Accanto ad essi, dei monili, che sarà Denise a dover riconoscere come appartenuti alla madre. Denise che ormai ha 18 anni e che ha vissuto un anno accanto al padre in attesa dell’arresto senza poter fare nulla, per la paura che potesse toccarle la stessa sorte di Lea. Denise che si è costituita parte civile nel processo, che è rimasta in aula ad ogni udienza, che ha dovuto ascoltare quel «le spaccavamo le ossa mentre il corpo bruciava» pronunciato proprio da quel ragazzo che diceva di amarla.

Siamo al 2013 e, finalmente, Lea può ricevere un funerale, svolto in forma laica in una Milano gremita che si stringe attorno a Denise. Dagli altoparlanti la voce della ragazza che, dal luogo in cui vive sotto protezione, saluta così la mamma: «Per me è un giorno molto triste, ma la forza me l’hai data tu. Grazie per quello che hai fatto per me, grazie per darmi una vita migliore. Se è successo tutto questo, è solo per il mio bene e non smetterò mai di ringraziarti. Ciao mamma».

10 anni dopo, di Lea non restano solo quei 2812 frammenti ossei.

Resta il coraggio di una donna, l’amore di una madre, la speranza che siano proprio donne come Lea a guidare la ribellione in una terra da troppo tempo usurpata dalla violenza mafiosa.

 

«[…]
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore.»

Alda Merini, A tutte le donne

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