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Vittime di tratta. Incubi e speranze delle giovani donne sbarcate in Italia

 

“Come stai adesso? ” Sophia guarda fuori dalla finestra, fa un lungo sospiro e poi, con un sorriso, risponde: “Bene…”
Ha 19 anni come la sua compagna di stanza Dorcas: entrambe non hanno timore di mostrare il loro volto raccontando quello che hanno dovuto passare prima capire che la vita può essere migliore di quella che gli si voleva imporre. Quando hanno cominciato erano minorenni perciò andavano tenute più protette.
Stella e Lowett sono poco più grandi. Non mostrano il loro volto. Loro sono finite nella rete che erano appena maggiorenni e per questo il trattamento  a loro riservato era di violenza quotidiana ad ogni tentativo di rifiuto.
Sophia, Dorcas, Stella e Lowett sono nigeriane. Sono alcune di quelle ragazze che si vedono scendere dalle navi che le hanno soccorse insieme ad altre centinaia di persone. Quelli che chiamiamo, con con un nome che non racconta nessuna storia, migranti. Non sappiamo che molte di queste ragazze vengono messe in mare per andare ad arricchire il racket della prostituzione che ha bisogno di carne fresca da dare in pasto ai clienti che non smettono di farne continua richiesta.
Le loro storie nascono diverse ma confluiscono poi nello stesso incubo che le svuota da minorenni  della loro adolescenza, da adulte della loro dignità e femminilità.
Si sentono così quasi tutte le donne abusate, violentate e messe per strada.   Alcune, come Sophia, Dorcas, Lowett e Stella, incontrano nella loro via tormentata il momento del riscatto, grazie anche a chi lavora per strapparle ai criminali che le gestiscono. Come gli operatori dei centri di accoglienza per donne straniere vittime di tratta gestiti dall’Associazione Penelope con il sostegno del Ministero delle pari Opportunità. Qui siamo a Gaggi, in provincia di Messina, tra Catania e Taormina.
Dorcas, Stella, Lowett e Sofia hanno lasciato la Nigeria chi perché  senza più famiglia, chi per provare a vincere al povertà, con la promessa di un lavoro in Europa.  Le famiglie così affidano le loro figlie anche minorenni ai trafficanti. Costo per un posto in paradiso  dai 15 ai 30 mila dollari che potranno estinguere in un secondo tempo. Ma basta percorrere le prime tappe del viaggio per capire che il loro destino è la schiavitù. Passando dal Niger ad Agadez, per il deserto fino a raggiungere la Libia, dove cominciano gli abusi e le violenze nelle Connection House dove iniziano a prostituirsi.

“In Libia mi avevano detto che avrei fatto lavori di casa. Ma qualche giorno dopo il mio arrivo, la madame è entrata in bagno mi ha picchiata, mi ha strappato i capelli, ha fatto il rito e mi ha detto che il mio lavoro era fare sesso con uomini. Alla fine non ho avuto scelta. Ero a Zwara e li ho cominciato a prostituirmi”, racconta Stella.
Mentre Sophia ci dice che lì viene costretta per la prima volta ad andare con un uomo molto più grande di lei che la picchia e la minaccia. “Mi ha detto che se continuavo a fare resistenza non mi mandava dal ‘bonga’  , lo scafista che mi avrebbe mandato in Europa dove speravo di studiare per diventare infermiera.

Dalla Libia all’Europa il passo non cambia. Arrivate in Italia, senza soldi in un paese straniero sempre meno accogliente, alle ragazze non resta che chiamare la ‘madame’ di base. In Sicilia quasi sempre a Palermo, dove è presente una potente cosca di mafia nigeriana.

Le madame che fanno base nel nostro paese spesso sono ex prostitute salite di grado. In questo caso aguzzino e sfruttatore non è solo il maschio ma anche le stesse donne coinvolte nella tratta.  Sono loro che contattano le ragazze arrivate in Europa, le ricattano con il rito esoterico detto Juju minacciando di rivalersi contro i familiari rimasti in Nigeria e le istruiscono al lavoro per strada. Unico modo per sfilarsi è bloccare i contatti con le madame, dal telefono ai social.

Non è un percorso semplice quello di ripulirsi da tanta sofferenza. Per riportare queste donne alla vita serve un sostegno psicologico e un percorso lavorativo . Il progetto di Penelope che opera su tutto il territorio nazionale va dall’emersione del fenomeno all’assistenza e al reinserimento socio lavorativo. Le ragazze frequentano anche corsi di formazione di tre mesi. Poi, se va bene, si viene assunti.
“Io ora so – conclude Dorcas – che la vita può essere un’altra cosa. E la cosa più bella della vita è essere una donna indipendente che lavora”.

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