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Da Strehler in poi… Dopo gli spettacoli al Quirino di Roma, inizia la tournée de “L’anima buona di Sezuan” nella vivida rivisitazione di Monica Guerritore

 

Piovono pietre sui tanti derelitti e famelici abitanti l’immaginario distretto orientale di Sezuan, a malcerto riparo di una candida ampolla onirica (concepita da Luciano Damiani, sin dalla prima edizione dello spettacolo, al Piccolo di Milano), spoglia e feconda di umana prossemica – con una pedana roteante al centro scena e un’edicola semovente adibita a rivendita e casa-tugurio della protagonista.

Tutti sbatacchiati, conculcati  dalla Storia e dalle sue inique prepotenze (gli ‘spiriti animali’ dei più forti)? O dall’imponderabile- religioso e trascendente (in forme di poli o monoteismo) che domina e governa i “poveri di spirito”,  inamovibile  e  in sintonia con l’avvicendarsi dei (laici) poteri temporali?

L’anima buona del Sezuan è un’operetta morale, in sembianze di parabola,   che Bertolt Brecht scrisse tra il 1938 e il 1940 durante l’esilio trascorso tra Danimarca e Finlandia, lo  stesso periodo in fu concepito (anche) il più famoso e complesso Vita di Galileo Galilei.  Ovviamente, e forse  ingiustamente,  molto meno nota.  Riuscendo ad infondere nella particolarità della  fiaba allegorica l’universale esperienza di una pessimistica riflessione afferente, in misura simbolica,  verso un  confronto tra bene e male, tra bontà e malvagità, cui evita – o si rifiuta di dare- sbocchi immediatamente didascalici (come invece accade in gran parte del suo teatro didattico, ideogicamente  ferreo di  metodologia drammaturgica in filigrana marxista), accentuando semmai il dramma delle contraddizioni, ambiguità,  mute sofferenze di una esemplare  vicenda irta di contraddizioni. Elevate a paradigma dell’impervia ed ingrata condizione umana, ‘sotto ogni bandiera’.

Spettacolo profondamente sentito, impeccabile e stilizzato  nella sua esuberanza di pantomime sghembe ed eloquio- non -colloquiale (fondato com’è su un marcato anti naturalismo, memore  della craighiana supermarionetta di scuola espressionista),  L’anima buona di Sezuan  proposto ed interpretato da Monica Guerritore rivisita la lezione di Strehler evitando di farsene calco, clone, ectoplasma.  Anche se l’arduo confronto rimanda (almeno) alle due storiche edizioni del 1956 e del 1982 che ebbero protagoniste Paola Borboni e Isa Danieli (cui poi subentrò Andrea Jonasson), al centro di storiche compagnie annoveranti insigni comprimari del calibro di Marcello Moretti, Renato De Carmine, Isa Di Marzio,  Carlo Montini, Renzo Palmer, Valentina Fortunato.

L’ amaro apologo è noto ai più. Alla ricerca di “un’anima buona”, tre Dei  (di ignota provenienza) con tanto di mitra, vincastro  e paramenti vescovili  scendono sulla terra in missione poco salvifica:  l’unica persona disposta a ospitarli per la notte è la prostituta Shen-Te, che vive miseramente ai bordi del villaggio. Ricompensata dagli Dei per la sua bontà con una discreta somma di ‘dollari in argento’, la donna decide di abbandonare l’ingrato lavoro (che pur affronta con generosità samaritana)  e investe il denaro nell’acquisto di una tabaccheria con annesso (dimesso)  angolo bar. Sarà da quel momento che avranno inizio le sue peripezie poiché tutti i diseredati del luogo accorreranno in cerca di prestiti e sussistenza, approfittando della prodigalità di Shen-Te. Fatale sarà l’arrivo dell’aviatore  Sun di cui la protagonista s’innamorerà perdutamente amore.

Lasciando però il suo posto (mediante stratagemma e ‘sdoppiamento’ consapevole) al corrusco   cugino, Shui-Ta, il quale da accorto uomo d’affari ristabilisce l’equilibrio nella sua dissipata amministrazione, dimostrando così (sino al colpo di teatro finale) come sia di fatto impossibile essere buoni in un mondo cattivo.  Essendo apostrofati peraltro di “ingenuità” se ci si  comporta diversamente, e attirando nuovamente la  vendicativa indifferenza delle divinità che, insalutati ospiti, avevano messo in moto l’assurda disavventura.  Popolatasi, nel frattempo, di tutto un bestiario umano pezzente e parassita, che non esiterà abbandonare la donna al suo destino, dacchè la “guerra fra poveri” è l’unica forma di insurrezione e dissidenza “concessa” agli indigenti, ai “soliti ultimi” dell’universale consesso classista.

Evitando di attardaci sul paludato, “nobilissimo” armamentario etico-propositivo che faceva corredo al primo allestimento italiano dell’opera (Brecht in persona paragonava il destino di Sezuan a quello dei Troiani sconfitti; Giorgio Strehler incalzava con “Nessuno è incolpevole”, che fu anche titolo di un suo pamphlet  letterario), diremo quindi che l’odierna  rivisitazione di Monica Guerritore – sensoriale  e scientemente “schizoide” nel duplicarsi del suo vigore  in  cangianti  energie espressive- è spigliata, godibile, curatissima nei dettagli: soprattutto esente da ‘pistolotti’ sermoneggianti e di pedante esemplarità.  Paragonabile, e a pari merito (per  diverse personalità attorali) , ad un’altra edizione storica de “L’ anima buona…”- quella che, giusto dieci anni fa, Bruni e De Capitani allestirono all’Argentina di Roma, avendo smagliante protagonista la cara Mariangela Melato.  Altra serata vivida, partecipata, non dimenticabile

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“L’anima buona di Sezuan” di B. Brecht

 Regia di Monica Guerritore.  Scene  di Luciano Damiani, disegno luci di Pietro Sperduti, costumi di Valter Azzini, direttore dell’allestimento, Andrea Sorbera, collaborazione musicale di Paolo Danieli
assistente alla regia: Ludovica Nievo,  regista assistente: Leonardo Buttaroni. Con Monica Guerritore, Matteo Cirillo, Alessandro Di Somma, Vincenzo Gambino, Nicolò Giacalone, Francesco Godina, Diego Migeni, Lucilla 

Prod.  La Contrada Teatro Stabile di Trieste / ABC Produzioni.  Roma, Teatro Quirino  

La  tournée: Ascoli Piceno, Teatro Ventidio Basso 13 e 14 novembre- Faenza, Teatro Masini dal 15 al 17 novembre- Chiasso, Cine Teatro “Chiasso” 7 dicembre- Trieste, Teatro “Orazio Bobbio” dal 10 al 15 dicembre- Catania, Teatro “Giovanni Verga” dal 21 al 26 gennaio 2020

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