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Siria. La guerra di Erdogan era già sporca prima, si fa ancora più crudele in queste ore

 

usate armi chimiche contro popolazioni inermi. Siglata una tregua di 5 giorni

Di Beppe Pisa

Un cessate il fuoco di 5 giorni per far ritirare i curdi dalla zona di sicurezza turca di 30 km nel nord-est della Siria e poi una conclusione definitiva dell’operazione militare. Dopo oltre quattro ore di negoziati ad Ankara, il vicepresidente americano Mike Pence annuncia l’accordo con Recep Tayyip Erdogan che ferma l’offensiva dopo 9 giorni di bombardamenti e scontri che hanno provocato centinaia di morti e 300 mila sfollati. In cambio la Turchia avrà la sua ‘safe zone’ oltre la frontiera libera dai combattenti curdi dell’Ypg, insieme a un ritiro delle sanzioni appena le armi verranno definitivamente deposte. Poche ore dopo arriva la dichiarazione di Aldar Xelil, politico ed ex portavoce dell’amministrazione curda: “Le forze curde sono pronte a rispettare il cessate il fuoco con la Turchia in Siria”.  Le milizie curde in Siria sono state parte dell’accordo tra Usa e Turchia sulla tregua e hanno ricevuto “garanzie” da Washington sul futuro. Lo ha assicurato all’emittente curda Rudaw Tv il comandante delle Forze democratiche siriane (Fds), Mazlum Abdi. “E’ una vittoria della resistenza dei combattenti”, ha aggiunto. La difficile missione degli inviati di Donald Trump si conclude quindi con un successo diplomatico.  L’accordo di stasera conta 13 punti e riguarda solo la striscia di circa 120 km di ampiezza, tra Tal Abyad e Ras al Ayn, e 30-32 km di profondità oltre il confine turco-siriano, che ricalca la ‘safe zone’ che era stata concordata da Ankara e Washington prima del ritiro dei sodati americani e dell’inizio dell’offensiva. Il resto del nord della Siria, comprese Kobane e Manbij, resta escluso e verrà discusso martedì a Sochi nel faccia a faccia tra Erdogan e Vladimir Putin, ha spiegato Cavusoglu. Oggi anche l’inviato del Cremlino Alexander Lavrentyev era giunto ad Ankara per tracciare una possibile nuova mappa della regione, dopo aver consultato ieri a Teheran, l’altro grande azionista del regime di Bashar al Assad.

Intanto, però, si fa sempre più sporca la guerra tra la Turchia e le milizie curde della Siria nord-orientale. Il timore è che le fazioni ricorrano all’uso di armi chimiche. Da una parte i curdi accusano Ankara di averlo già fatto nelle ultime ore a Ras al-Ayn, località nel mirino dei bombardamenti turchi; dall’altra, la linea difensiva della Turchia è che invece siano le milizie curde a volerlo fare per accusare poi il presidente, Recep Tayyip Erdogan, di crimini di guerra. E’ stato il portavoce delle Forze democratiche siriane, Mustafa Bali, a lanciare il sospetto “che vengano usate armi non convenzionali contro i nostri combattenti”. “Esortiamo le organizzazioni internazionali a inviare i loro esperti per indagare su alcune ferite subìte negli attacchi”, ha chiesto Bali su Twitter. L’agenzia di stampa ufficiale del regime siriano Sana ha diffuso la notizia di diversi casi di feriti a Ras al-Ayn, ricoverati nell’ospedale di Hasakeh con gravi ustioni ed escoriazioni, secondo i curdi dovute all’esposizione ad alcune sostanze chimiche non identificate.

Per la Turchia, che nega ogni accusa, si tratta di un complotto ordito dai curdi. “Abbiamo ricevuto una serie di informazioni secondo cui alcune organizzazioni terroristiche intendono avvalersi di armi chimiche per poi accusare le nostre forze armate”, ha dichiarato il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar. Le truppe di Ankara e i loro alleati dell’esercito libero siriano hanno al momento sotto controllo un’area di 220 chilometri quadrati: una superficie che corrisponde a meno della metà del territorio da cui Ankara è decisa a eliminare i miliziani Ypg. Intanto cresce drammaticamente il bilancio degli sfollati, che secondo l’ong Oxfam, ha raggiunto i 300 mila. Le autorità curde in Siria hanno chiesto un “corridoio umanitario” per evacuare i civili e “feriti” dalla città di Ras al-Ain, circondata dalle forze turche. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, i raid di Ankara hanno danneggiato anche l’ospedale della città. E si aggrava il bollettino di guerra: sono 20 i civili turchi uccisi e 200 quelli segnalati dai curdi. I miliziani “neutralizzati” (arrestati, feriti o uccisi) da Ankara sono circa 700.

Il fronte diplomatico è in stallo. Erdogan resta inflessibile nonostante le richieste che arrivano da più leader per un cessate-il-fuoco. L’incontro con il vice presidente americano, Mike Pence, cominciato nel gelo visibile anche sui volti dei protagonisti, si è chiuso senza dichiarazioni ufficiali. E pare sia finita nel cestino la bizzarra lettera del presidente americano, Donald Trump, inviata il 9 ottobre scorso per esortare lo “spaccone” Erdogan a non attaccare i curdi. Teso il confronto tra un “fermo” Giuseppe Conte e il presidente turco: in un’ora di colloquio telefonico, il presidente del Consiglio “ha invitato con forza a interrompere l’incursione militare nel Nord-Est della Siria e a ritirare immediatamente le truppe”. Ankara, oggi, sembra disposta ad ascoltare solo la Russia. Al punto che il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha riportato la promessa di Mosca che “i miliziani dell’Ypg lasceranno le zone di confine con la Turchia”, condizione posta da Erdogan per fermare l’offensiva.

 Zingaretti, utilizzate armi chimiche. Ue fermi la Turchia

“Ora basta. Le immagini drammatiche di bambini curdi gravemente ustionati da armi chimiche conferma in maniera drammatica e rende ancora più urgente la necessità di sospendere immediatamente le ostilità contro il popolo curdo”. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti invita la comunità internazionale e gli Stati europei a non “farsi scudo di tatticismi diplomatici. In gioco è la vita di donne e uomini inermi, di bambini innocenti, di anziani vulnerabili. Salvare vite esposte ad atroci sofferenze e alla morte è un imperativo che viene prima di ogni altra cosa”. Il Consiglio Europeo in corso, aggiunge Zingaretti, “ha il dovere morale di assumere decisioni concrete e operative per fermare l’offensiva turca e per attivare corridoi umanitari per i civili delle città assediate. Sanzioni, blocco export, forza di interposizione, missioni, boicottaggio del turismo. Si può fare molto e la reazione della comunità internazionale fino ad ora è stata inadeguata”.

Da jobsnews

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