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Pestaggi e depistaggi. Dieci anni fa la morte di Stefano Cucchi. Intervista alla sorella Ilaria: “ora è il momento della verità”

 

Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa del geometra romano Stefano Cucchi. Morto mentre era sottoposto a custodia cautelare. Da quel 22 ottobre 2009 la sorella Ilaria ha condotto una difficilissima battaglia quotidiana, umana e giudiziaria per ottenere verità e giustizia.

Un bilancio di questi dieci anni
Anni estremamente difficili per la nostra famiglia dal punto di vista emotivo. Una vita devastata. Dieci anni alla ricerca della verità. Una verità che era chiara ed evidente fin da subito. Da quando abbiamo visto il corpo di Stefano sul tavolo dell’obitorio. E poi la prima e più dolorosa delle scelte: rendere pubbliche quelle foto, rendere pubblico un dolore che dovrebbe rimanere privato.

Quando c’è stata la svolta processuale?
Sembra paradossale ma la svolta è avvenuta nel momento in cui doveva finire tutto. La sentenza di secondo grado nel 2014, quella che assolveva tutti dopo anni di battaglie giudiziarie. Per insufficienza di prove. Da lì è iniziato tutto. Alla Procura di Roma è arrivato il dottor Pignatone che insieme al pm Musarò hanno vita alla vera indagine.

Gli ostacoli precedenti quali sono stati?
Innanzitutto i depistaggi, messi in atto subito dopo la morte di Stefano da coloro che oggi sono sul banco degli imputati nel terzo processo.

Poi però sono arrivate testimonianze importanti
Fondamentali: Riccardo Casamassima e la sua compagna, due persone in divisa che per la prima volta rompevano il muro di omertà. E prima ancora quella del detenuto Lainà che ha raccontato ciò che Stefano gli aveva detto la sera in cui era stato ricoverato e portato al carcere di Regina Coeli. Che poi coincide perfettamente con la testimonianza successiva del carabiniere tedesco presente al momento del pestaggio

Pestaggio e depistaggio
Sì, pestaggio. Lo possiamo chiamare finalmente così. Per anni si è detto che Stefano era caduto dalle scale…

Il 14 novembre ci sarà la sentenza. L’ennesima, dopo decine di udienze. In questi anni ci saranno stati momenti di scoraggiamento…
Voltandomi indietro non credevo che si sarebbe potuto aprire uno spiraglio. Scoraggiamento? Sì, e anche rabbia. E la paura di non farcela. Ma nessuno di noi, né io né l’avvocato Fabio Anselmo, né la mia famiglia, né il consulente legale Vittorio Fineschi… nessuno di noi ha deciso di arrendersi e ora siamo vicini alla svolta.

Cosa vi augurate dalla sentenza?
Che si abbia il coraggio di andare fino in fondo. Che si arrivi a precise condanne. Non per vendetta ma per spirito di giustizia. Per rispetto ai cittadini che hanno bisogno di continuare a credere nella giustizia. Una giustizia che non deve avere due pesi e due misure ma che deve essere uguale per tutti, com’è scritto nelle aule dei tribunali.

Giustizia e non vendetta per Cucchi. Ma anche per Aldrovandi, Uva, Sandri, Bianzino, Magherini, Ferrulli, Mastrogiovanni… Tante vicende tragiche simili a quella di Stefano che lei stessa ricorda continuamente
Perché le dinamiche sono sempre le stesse in questi processi. E la prima è la colpevolizzazione della vittima. E poi voglio aggiungere che oltre questi morti “noti” dobbiamo ricordare quelli che non hanno un nome né una storia ma che quotidianamente subiscono soprusi nell’indifferenza generale.

Avete più volte rimarcato che la vostra non era una crociata contro il corpo di polizia. E recentemente avete espresso solidarietà ai familiari dei poliziotti uccisi a Trieste
Più volte siamo stati additati come il cosiddetto “partito antipolizia”. Credo che con i fatti abbiamo dimostrato che la battaglia che portiamo avanti è anche in nome e nell’interesse dei tanti poliziotti, delle donne e degli uomini in divisa che la indossano quotidianamente con sacrificio, dedizione e onore e che non meritano che il loro ruolo venga accostato ad altri colleghi che viceversa si macchiano di reati gravissimi.

Che ruolo ha avuto l’informazione in questi anni?
Importantissimo. Senza l’interesse dell’opinione pubblica e degli organi di informazione non saremmo arrivati a questo punto. Mi ricordo le espressioni dei giornalisti quando mostrammo per la prima volta, dolorosamente, le foto di Stefano in conferenza stampa… Feci la mia prima intervista al tg3 mentre stavano ancora effettuando l’autopsia. Da lì non ho più smesso. E farlo significa rivivere ogni giorno lo stesso dolore. E’ come se quel lutto non avessi mai avuto modo di elaborarlo fino in fondo… Ma tutto questo dolore è stato indispensabile. E adesso è il momento della verità. La nostra promessa a Stefano l’abbiamo mantenuta.

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