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I tredici volti di Cate. “Manifesto” di Julian Rosefeldt, con Cate Blanchett

 

In anteprima al Cinema La Compagnia di Firenze (16 giugno)

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FIRENZE – Considerata la complessità del progetto da cui trae origine “Manifesto”, opera che segna un modo diverso di fare cinema e che sarebbe riduttivo, addirittura offensivo, definire “film”,  si rimane stupiti dalla grazia – a tratti, dal divertimento – che riescono a raggiungere e comunicare Julian Rosefeldt e Cate Blanchett (coautrice a tutti gli effetti, visto che senza la potenza della sua arte, l’impeto shakespeariano, la sottigliezza di indagine che dispiega nel dare forma ai vari caratteri, l’esperimento probabilmente sarebbe fallito).

Non c’è traccia di psicologismo nelle sue interpretazioni; Cate Blanchett letteralmente diventa una situazione, un sillogismo ellittico, un topos capace di rappresentare in pochi minuti una tipologia artistica, sociale, umana. E’, credo, l’unica attrice epica del nostro tempo. Epica e spietata nel sezionare le parole d’ordine degli innumerevoli manifesti artistici che si sono avvicendati nel Novecento, come nel mostrare con asciuttezza (talvolta con un controllatissimo dolore) la deriva atona che hanno progressivamente subito dignità e identità umane negli ultimi decenni.

Manifesto nasce nel 2015 in Australia come videoinstallazione composta da 13 piccoli film proiettati su altrettanti schermi, e successivamente esposta, tra il 2016 e il 2017, all’Hamburger Bahnhof Museum fur Gegenwart di Berlino e al Park Avenue Armony di New York. Grazie a Cate Blanchett l’idea di Rosefeldt ha assunto una compiutezza definitiva, diventando un film che, dopo il successo clamoroso della “prima” al Sundance Festival di quest’anno, sarà distribuito in Italia il prossimo autunno per I Wonder Pictures.

Rosefeldt sceglie spesso lente panoramiche dall’alto e riprese frontali. Nel primo caso per mostrare con maggiore efficacia la desolazione e la dismissione di intere aree periferiche delle città (in particolare Berlino), per farci sentire parte di quell’abbandono irredimibile, dell’incuria post-capitalista il cui vivissimo cadavere putrefacendosi contamina il globo intero. Dopo aver millantato per due secoli il potere di cambiare le sorti del mondo e delle comunità che lo abitano, dopo aver magnificato il feticcio del progresso e, partendo dalla Rivoluzione Industriale, nutrito il proprio organismo vorace e ipertrofico con la morte per lavoro e denutrizione di donne e bambini, dopo aver distrutto vaste zone di territorio con fabbriche inquinanti e quartieri dormitorio giustificando tutto con l’espansione del benessere di  massa, se n’è andato. Semplicemente il Capitale se n’è andato, avendo scoperto che le speculazioni finanziarie sono immensamente più proficue della costruzione di oggetti. Si è smaterializzato, portando alla proliferazione degenerativa, entropica, tutto ciò che aveva edificato, e il materiale umano che a questo fine era stato illuso e reclutato.

Nel secondo caso, per lasciare Blanchett libera di sviluppare la sua caustica notomia mimetica. Risulta impressionante e indimenticabile il suo burbero, pencolante homeless, piagato e barbuto, mentre si aggira provocatorio e trasognato fra le rovine della modernità. Inveisce rauco contro borghesi e meschini, ruggendo in un megafono il Manifesto del Partito Comunista.

 

 

Ugualmente straordinaria l’operaia catatonica, talmente estranea a sé da non curarsi neppure dell’igiene personale, che vaga sciatta e ciecamente vorace in una cucina caotica e invasa da avanzi, si presume maleodoranti, d’ogni natura, forma e colore. Muove ogni giorno l’artiglio d’acciaio di una gru che sposta giganteschi ammassi di immondizia esalanti polveri e vapori venefici, mentre la voce fuori campo assembla i proclami di luminosa isteria edificatrice degli architetti à la page.

Proprio la futilità e rigidità del postulato teorico-estetico, animato spesso da ribellismo fine a se stesso, sul quale si basano quasi tutti i movimenti artistici del Novecento, è il bersaglio dei quadri più implacabilmente sulfurei di Manifesto. La parola nothing e l’invettiva contro ciò che formava il mondo di prima sono i  cardini sui quali ruotano sistemi teorici anche molto complessi, di frequente sprezzanti, sempre aggressivi e competitivi. Bisogna bruciare, azzerare, distruggere, polverizzare, oppure bamboleggiare rivolgendo all’arte una preghiera affinché sia colorata e insignificante. Invocare una forma di danza che contrasti la frivolezza e nello stesso tempo ideare un balletto che della ridicola futilità è l’apoteosi. Dileggiare il Passato e insieme teorizzare l’assenza di Futuro (il No-Future dei punk), celebrare il funerale dadaista alla ragione e alla logica (irresistibile la vedova in gramaglie della Blanchett).

 

 

Geniale e articolata la disamina dell’arte concettuale tutta giocata sopra le righe, fra comunicazione di massa e iperfinzione televisiva. In questo episodio la volitiva e laccatissima conduttrice di un network intervista (sull’arte concettuale, appunto) un’inviata esterna, che è il suo doppio o la sua proiezione (vista l’infinita riproducibilità di un’immagine). La Cate che parla fuori studio, irrorata da una pioggia battente creata con espedienti tecnologici per aumentare l’effetto di coinvolgimento del pubblico, enumera alla Cate in studio le minute ramificazioni dell’arte concettuale. La conduttrice appare colpita soprattutto dalla mini-artesi tratterà di opere molto piccole o di autori bassi di statura? Si chiede autoritaria rivolgendosi all’obiettivo.

Il quadro più inquietante è forse quello in cui una Maestra elementare sottilmente minacciosa spiega a una classe di piccini assai perplessi il Dogma di Von Trier. La fissità assertiva, inflessibile, apodittica dello sguardo ci fa scivolare sotto la pelle un senso di pericolo incombente. Pur animati dalle migliori intenzioni (di cui è lastricata la via dell’Inferno) e tendenti a enucleare la Verità nascosta nelle Cose – non pensavamo ce ne fosse soltanto una –, i dogmi, con le norme rigide e tiranniche che li accompagnano, dovrebbero sempre metterci in allarme.

L’unica nicchia di resistenza sembrano i sogni, visto che esistenza e morte sono due soluzioni immaginarie. La vera rivoluzione potrebbe davvero essere conciliare il sogno con il mondo diurno, in una surrealtà che ci faccia intravedere il lato nascosto di ciò che appare.

E l’arte, in fondo, la sua essenza e il suo scopo, dopo tante parole, viene meglio rappresentata da alcune vecchiette che fanno gioiosamente esplodere dei fuochi d’artificio in un prato suburbano spelacchiato.

luciatempestini0@gmail.com

 

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