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Novant’anni fa usciva sugli schermi “Il circo”di Charlie Chaplin, il film che incantò Federico Fellini 

 

Il fenomeno è diffuso: oggi le librerie sono piene di volumi autobiografici di cui sono autori il calciatore famoso che ha appeso gli scarpini al chiodo, la matura star televisiva che vuole denunciare un lontano tentativo di violenza, il politico dimenticato che vuole farsi ricordare, lo chef stellato che deve  incrementare il fatturato, il giornalista televisivo che vuole distinguersi e dice di preferire la carta stampata. E di queste autobiografie francamente non si sente davvero il bisogno. Poi, fortunatamente ci sono  grandi uomini, entrati nella storia, se non nella leggenda, che invecchiando hanno deciso di raccontarsi. E leggerli è un vero godimento.

Charlie Chaplin  è stato un grande del cinema: è partito come Charlot, ma è poi stato Un re a New York, perfino Il dittatore, dai titoli di due fra i suoi indimenticabili film. E si è raccontato in una biografia (uscita in Italia per i tipi di Mondadori per la prima volta  nel 1964) che resta un pezzo insostituibile per ricostruire la vita di un genio del cinema mondiale.

Perché parlarne di nuovo? Con il pretesto di un anniversario: novant’anni fa usciva in Italia Il circo, un film che incantò Federico Fellini.

Nato in un sobborgo di Londra  da una famiglia di attori del vaudeville, Charles Chaplin  è morto nel 1977,  a Vevey, in Svizzera, ricco, famoso e a capo  di una numerosa famiglia che comprende  di attori di buona levatura. Ebbe un’infanzia poverissima, da bambino fece mille mestieri per aiutare la madre che un giorno finì in manicomio. Di quegli anni nell’autobiografia Chaplin dà una rievocazione edulcorata,  facendo un ritratto della madre sempre affettuoso e ammirato. La realtà deve essere stata ben diversa. Nell’autobiografia  comincia così il racconto della sua vita:

”Sono nato il 16 aprile 1889, alle otto di sera, in East Lane, Walworth. Subito dopo ci trasferimmo  in West Square, St George’s Road, Lambeth. Stando a mia madre, il mio fu un mondo felice. Le nostre condizioni erano relativamente agiate; abitavamo in tre stanze  arredate con gusto. Ecco uno dei miei primi ricordi:  ogni sera, prima che mia madre andasse a teatro, Sydney ed io venivamo messi a letto, fra coperte amorevolmente rimboccate, e affidati alle cure della cameriera. Nel mio mondo di tre anni e mezzo tutto era possibile; se Sydney, che aveva quattro anni più di me, con un abile gioco di prestigio riusciva ad ingoiare una moneta e a farsela uscire dalla nuca, potevo farlo anch’io; fu così che inghiottii un mezzo penny  e mia madre si vide costretta a chiamare il dottore”.

In realtà, il piccolo Charlie e suo fratello Sydney, orfani di padre, ebbero un‘infanzia di stenti. Per anni hanno vissuto della carità pubblica, di occasionali lavoretti, ma da un certo momento in poi furono bravi attori di teatro, fino al giorno in cui Chaplin varcò l’oceano e con una compagnia inglese sbarcò negli Stati Uniti. Dapprima attore di commediole, poi inventore delle comiche filmate che hanno fatto la sua fortuna: pellicole di pochi metri che conquistarono le prime platee cinematografiche.

 

Come nacque Charlot

Lo racconta lui stesso in poche parole. Un giorno, Mack Sennett, attore, regista e produttore,  era a corto d’idee.

“Qui ci vuole qualche trovata  – disse, poi si rivolse a me – prova una truccatura comica. Una qualsiasi”. Non sapevo a quale truccatura ricorrere. Mentre puntavo verso il guardaroba pensai di mettermi  un paio di calzoni sformati, due scarpe troppo grandi, senza dimenticare il bastone e la bombetta. Volevo che tutto fosse in contrasto: i pantaloni larghi e cascanti, la giacca attillata, il cappello troppo piccolo e le scarpe troppo grandi. Ero incerto se truccarmi da vecchio o da giovane, poi mi ricordai che Sennett mi aveva creduto un uomo assai più  maturo e così aggiunsi i baffetti che, argomentai, mi avrebbero invecchiato senza nascondere la mia espressione. Non avevo la minima idea del personaggio. Ma come fui vestito, il costume e la truccatura mi fecero  capire che tipo era. Invenzioni comiche  e trovate spiritose mi turbinavano incessantemente nel cervello. Quando mi trovai al cospetto di Sennet  assunsi l’identità del nuovo personaggio  e cominciai a passeggiare su e giù, tutto impettito,  dondolando il bastoncino, passando e ripassando davanti a lui”.

Era nato Charlot, protagonista prima di decine e decine di brevi comiche, poi di lungometraggi  entrati nella storia del cinema.

 

Come nacque il sonoro.

Ecco la testimonianza diretta di Charles Chaplin.

“Mentre ero a New York un amico mi informò di aver assistito  alla sincronizzazione sonora di un film e predisse che in breve essa avrebbe rivoluzionato l’intera industria cinematografica. Non ci pensai più fino a qualche mese dopo quando la Warner Brothers (era il 1928) produsse la sua prima sequenza parlata.  Era un film in costume nel quale si vedeva  un’attrice molto carina – che rimarrà anonima –   macerarsi in silenzio per un grande dolore, tradendo l’angoscia negli occhioni pieni di sentimento   e più eloquenti di Shakespeare.  Poi, ad un tratto nel film entrava un nuovo elemento: il rumore che si sente quando  si porta all’orecchio una conchiglia marina. Allora l’adorabile principessa diceva, come se avesse la gola piena di sabbia: ”Sposerò Gregory, a costo di rinunciare al trono”. Fu un colpo tremendo, perché fino a quel momento la principessa ci aveva ammaliato. A misura che il film procedeva, il dialogo divenne più ridicolo ma mai così ridicolo come gli effetti sonori. Quando girava la maniglia sulla porta del boudoir si aveva l’impressione che qualcuno avesse dato un colpo di manovella per  mettere in moto un trattore agricolo, e quando l’uscio si chiudeva sembrava che si fossero scontrati due autocarri carichi di legname. All’inizio nessuno sapeva dosare il sonoro:  il cavaliere errante dentro la sua armatura  sferragliava come un’acciaieria, una semplice cenetta in famiglia sembrava l’ora di punta  in una trattoria economica e chi versava l’acqua in un bicchiere faceva un rumore da sfondare i timpani. Uscì dal teatro convinto che il  sonoro avesse i tempi contati. Un mese dopo la MGM produsse Melodie di Broadway,  una commedia musicale sonora a lungometraggio, molto scadente  sotto il profilo artistico ma che ottenne uno strepitoso successo finanziario.  Quello  fu l’avvio  e nel volgere di una notte tutti i teatri  presero a telegrafare che volevano pellicole sonore. Era il tramonto del cinema muto. Io però ero deciso  a continuare a fare film muti, perché credevo che ci fosse posto per ogni sorta di svaghi”.

 

Come nacque la United Artists

Passato dal teatro al cinema, e dall’Inghilterra agli Stati Uniti, dal 1914  Chaplin ha interpretato, da Charlot, quasi un centinaio di comiche delle quali molte volte è stato anche autore del soggetto, regista e montatore. Veniva di volta in volta assunto dalle prime case cinematografiche nate  a Hollywood: la Keystone, la Essanay, la Mutual, la First National. Spesso non era contento dei compensi: erano brevi film che riempivano i teatri, incassavano più che bene, ma al suo protagonista rendevano poco.  Pensando di passare al lungometraggio e poi al sonoro, Chaplin decise nel 1919 di fondare una propria casa di produzione, la United Artists mettendosi in società con  Mary Pickford, una diva del muto che avrebbe sposato  l’attore Douglas  Fairbanks, il regista Griffith.  Altri soci vennero più tardi.  Dal 1923 al 1957, con la U.A. Chaplin realizzò i film più importanti:  Una donna di Parigi, La febbre dell’oro,  Il circo, Luci della città, Tempi moderni, Il dittatore, Monsieur Verdoux, Luci della ribalta, Un re a New York.     

 

Matrimoni & Divorzi.

Era il 1914. Avevo venticinque anni, ero nel fiore dell’età  e innamorato del mio lavoro, non per il successo che mi aveva permesso  di ottenere ma perché si svolgeva in un mondo incantato, dandomi la possibilità di conoscere tutte le stelle del cinema – fra le quali Mary Pickford – donne belle e affascinanti delle quali di volta in volta  fui un fervido ammiratore”.

Così scrive Chaplin a pag. 187 della sua autobiografia. Ma le cose sono andate diversamente. La sua  vita sentimentale, infatti,  è piuttosto deludente, se si pensa che era una celebrità vivente, sia in Europa che negli Stati Uniti, un autentico genio del cinema, l’arte appena nata e con grandi prospettive di sviluppo, e soprattutto che  da un certo anno in poi è diventato ricchissimo. Avrebbe potuto avere tutte le donne che voleva, ma non è stato così: solo tre matrimoni, il primo decisamente un infortunio, due divorzi, solo l’ultimo, con Oona O’Neill è stato vero amore fino alla fine.

La prima moglie, Mildred Harris, sposata nel 1918, ben presto lo portò in tribunale con l’accusa di violenza. Era una ragazza giovanissima che finse di essere stata messa incinta e a Chaplin scroccò centinaia di migliaia di dollari.

La seconda, Lita Grey, sposata nel 1924, era un’attrice che con Chaplin fece fortuna nel cinema, gli dette due figli, poi il divorzio.

Oona O’Neill gli dette otto figli, che rappresentano una vera e propria saga di artisti, ai quali Chaplin è sempre stato molto legato.

Nell’autobiografia, pochi accenni a Mildred Harris, per lo più alle sue trame per ottenere quattrini (arrivò a chiedere il sequestro de Il monello, il film ancora in fase di montaggio nel quale aveva avuto la parte di un angioletto, su pressione della madre di lei che praticamente spinse la figlia adolescente fra le braccia del regista per poi accusarlo di aver abusato di una minorenne, Di qui i sospetti di amoralità che in quegli anni si addensarono sulla testa di un Chaplin additato dalla stampa popolare come un incallito seduttore di adolescenti.

Nell’autobiografia neanche una riga su Lita Grey, altra giovanissima che gli ha dato due figli, ma anche un sacco di guai, quindi evidentemente non meritava di essere ricordata.

Molti affettuosi ricordi, invece, per Oona O’ Neill, che aveva sposato nel 1942, lei diciottenne, lui di 54 anni, e con la quale lasciò gli Stati Uniti per stabilirsi definitivamente in Svizzera. Ecco il racconto del primo incontro.

”Un giorno la signorina Mina Wallace, un’agente di Hollywood, mi telefonò per informarmi di avere una cliente appena giunta da New York che la pareva adatta alla parte di Bridge, la protagonista di Shadow and Substance. Disse che la sua cliente era la figlia del famoso drammaturgo Eugene O’Neill. All’appuntamento arrivai in anticipo e entrando nel soggiorno scopersi una ragazza seduta accanto al fuoco, sola. Contrariamente alla mia impressione preconcetta, mi accorsi di trovarmi difronte ad una bellezza luminosa, piena di un fascino poco appariscente e di una grazia quanto mai seducente…Fu allora che su due piedi la scritturai. Iniziarono così quelli che dovevano essere vent’anni di assoluta felicità. Via via che la conoscevo meglio Oona mi stupiva continuamente per il suo spirito e la sua tolleranza; riusciva sempre a capire il punto di vista altrui. Furono queste, insieme ad un’infinità di altre ragioni, a farmi innamorare di lei. Aveva appena compiuto diciotto anni; ma ero certo che non andava soggetta ai capricci di quell’età. Oona costituiva l’eccezione alla regola: anche se devo confessare che in un primo tempo la differenza di età mi spaventò parecchio. Ma Oona era fiduciosa e risoluta come se avesse trovato la verità. Decidemmo perciò di sposarci al termine  della lavorazione di Shadow and Substance”. Per  la cronaca, quel film Chaplin non lo girò mai.

 

L’accusa di filo-comunismo.

Per la presentazione alla stampa del suo nuovo film Monsieur Verdoux, Chaplin dovette affrontare a New York, alla fine del 1947, uno stuolo di giornalisti americani chiaramente ostili. Ecco il suo racconto:

“Parlavo da una tribunetta seduto dietro un tavolino e sfoderando tutta l’allegria che riuscii a mettere insieme dissi:

 “Signore e signori, come va?  Sono qui per comunicarvi tutto ciò che vi può interessare a proposito del mio film e dei miei futuri progetti”. Un lungo intervallo di silenzio.

“Non parlate tutti in una volta” dissi. Finalmente una giornalista seduta nelle prime file disse:

“Lei è comunista?”

 ” No, risposi seccamente, altre domande?” poi soggiunsi:

“Naturalmente al giorno d’oggi se uno scende dal marciapiede col piede sinistro è considerato subito comunista”.

Poi una voce cominciò a borbottare:

“Noi siamo i reduci di guerra cattolici…

 Lo interruppi:

“ Non sono qui per rispondere ai reduci di guerra cattolici, questa è una conferenza stampa”.

“Perché non ha mai preso la cittadinanza americana?” disse un’altra voce.

 “Non vedo perché dovrei cambiare nazionalità. Mi considero un cittadino del mondo” risposi. Vi fu una certa agitazione, due o tre persone si misero a parlare insieme, ma una voce le soverchiò:

 “Però, lei fa quattrini in America”.

 “Be’” dissi con un sorriso “se le considera dal punto di vista mercenario, metteremo subito le cose a posto. La mia attività è internazionale; il settanta per cento di tutti i miei guadagni viene dall’estero, mentre agli Stati Uniti va il cento per cento delle tasse. Come vede, sono un ottimo ospite a pagamento”.

 L’esponente della Catholic Legion tornò ancora una volta far sentire la sua voce:

 “Faccia pure i suoi soldi dove vuole ma per noi che siamo sbarcati sulla coste della Francia è un’offesa che lei non sia un cittadino di questo paese”.

 “Lei non è il solo ad essere sbarcato su quelle coste – dissi – anche i miei due figli erano là con l’esercito di Patton, in prima linea, e non fanno  tante storie né si danno tutte le arie che si dà lei”.

“Conosce Hanns Eisler” chiese un altro cronista.

”Si, è un mio carissimo amico, è un grande musicista”.

“Lo sa che è comunista?”

 “Me ne infischio di quello che è; la mia amicizia non si basa sulle amicizie politiche”.

 “Però si direbbe che le piacciono, i comunisti” disse un altro.

“Non permetto a nessuno di dirmi chi mi deve piacere o dispiacere. Non siamo ancora arrivati a questo punto”. Conclusi:

 “Mi spiace, signore e signori, credevo che questa dovesse essere un’intervista sul mio film, invece è diventata una zuffa politica e perciò non ho altro da dire”.

La conferenza stampa mi lasciò profondamente amareggiato, perché sapevo di essere al centro di una violenta ostilità”.

 

L’ostracismo

Perché l’America ufficiale ha detestato Chaplin, al punto di indurlo a tornare per sempre in Europa, e negandogli perfino l’onore di un premio Oscar? Forse perché nel suo cinema, fin dalle prime comiche, si è sempre messo dalla parte dei poveri, ha ridicolizzato la polizia, ha fatto uno straordinario film contro Hitler, ha ironizzato sui grandi capitalisti. In proposito Chaplin ha lasciato scritto:

“Molti amici mi hanno chiesto come ho fatto ad attirarmi l’inimicizia dell’America. Il mio più grande peccato fu, e lo è ancora, quello di essere un anticonformista. Pur non essendo comunista mi rifiutati di allinearmi con coloro che li odiavano. Questo atteggiamento, si capisce, ha offeso molta gente, compresi gli esponenti dell’American Legion: super-patrioti che potrebbero essere i germi ideali per infettare l’America e mutarla in uno stato fascista. Secondariamente, mi sono opposto al Comitato per le Attività Antiamericane: una denominazione disonesta, tanto per cominciare, abbastanza elastica per stringere la gola e soffocare la voce di qualsiasi cittadino americano la cui onesta opinione sia quella di una minoranza. In terzo luogo, non ho mai chiesto la cittadinanza americana. Eppure, dozzine di americani che si guadagnano la vita in Inghilterra\ non hanno mai cercato di diventare sudditi dell’impero britannico… Per riassumere la mia situazione, direi che in un’atmosfera di cricche potenti e governi invisibili io mi sono attirato l’inimicizia di una nazione e disgraziatamente ho perso l’affetto del popolo americano”. 

 

Il lancio di pomodori dei fascistelli romani

Diretto in Europa a bordo della Queen Elizabeth, con Oona che aspettava il quinto figlio, Chaplin fu raggiunto dalla notizia che il governo americano gli aveva revocato il visto per rientrare negli Stati Uniti dopo la preventivata di sei mesi. Amareggiato, decise di stabilirsi definitivamente in Svizzera. Era il 1952. E ne fu subito soddisfatto.

“Da quando avevamo lasciato l’America la nostra vita si svolgeva su un altro piano. Per la premiere di Luci della ribalta a Parigi e a Roma fummo ricevuti come dei conquistatori. Il presidente francese Vincent Auriol ci invitò all’Eliseo e l’ambasciata britannica lo imitò. Poi il governo francese mi elevò al rango di ufficiale della Legion d’Onore. A Roma l’accoglienza fu la stessa: fui onorato, decorato e ricevuto dal presidente e dai ministri. In tale occasione si verificò un curioso incidente all’anteprima di Luci della ribalta. Il sovraintendente alle Belle Arti mi suggerì di entrare dalla porta di servizio per evitare la folla. Il suggerimento mi parve piuttosto strano e gli dissi che se i miei ammiratori erano stati tanto pazienti da aspettare davanti al teatro per vedermi, io potevo essere almeno tanto generoso da entrare dall’ingresso principale per non deluderli. Mi parve che il sovraintendente avesse una strana espressione mentre ripeteva che se fossi entrato dalla porta di servizio mi sarei risparmiato un sacco di fastidi. Ma difronte alla mia resistenza non insisté più. L’atmosfera era quella solita delle serate di gala. Quando arrivammo in macchina davanti al teatro la folla era tenuta a freno dai cordoni di agenti e costretta ad assieparsi sull’altro marciapiede: troppo lontano, pensai. Facendo appello a tutto il mio fascino, scesi dalla macchina e vi girai intorno, portandomi al centro della strada, e alla luce intensa dei riflettori con un largo sorriso alzai le braccia alla maniera di De Gaulle.  Mi trovai di colpo sotto una pioggia di cavoli e di pomodori. Non mi resi ben conto dell’accaduto finché non udii il mio piccolo interprete italiano gemere alle mie spalle: “E pensare che questo doveva accadere proprio nel mio paese”. Però nessun missile raggiunse il bersaglio e noi ci affrettammo ad entrare in teatro. Là mi colpi la comicità della situazione e non potei frenare le risa. Anche il mio amico italiano dovette ridere con me. Si venne poi a sapere che gli attentatori erano giovani neofascisti. Debbo dire che il loro lancio fu poco efficace; si trattò più che altro di una dimostrazione. Quattro di essi furono immediatamente arrestati e in questura mi chiesero se volevo sporgere denuncia. ”Ma no – dissi – non sono che dei ragazzi”. Erano giovani di quattordici e sedici anni e la cosa finì lì”.

Charles Chaplin non è mai più tornato negli Stati Uniti. Il suo ultimo film La contessa di Hong Kong, protagonisti Sophia Loren e Marlon Brando, l’83simo della sua vasta produzione e l’unico a colori, è del 1967. Decisamente un’opera senile. Chaplin è morto dieci anni dopo, a 88 anni, la notte di Natale.

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