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Liberi i giornalisti di Cumhuriyet dopo annullamento condanna. Appello al Consiglio diritti umani dell’Onu per libertà informazione in Turchia

 

Quattordici organizzazioni impegnate nella difesa della libertà di informazione e di espressione, tra cui Articolo 21 e Osservatorio Balcani Caucaso, hanno sottoscritto un appello pronunciato all’Assemblea della 42esima sessione del Consiglio diritti umani delle Nazioni Unite che si è aperta oggi a Ginevra.
“A oltre tre anni da quando il governo turco ha dato il via al suo oppressivo giro di vite ai danni dell’opposizione e delle voci del dissenso nel Paese – ha scandito leggendo il testo la portavoce di Article 19, organizzazione capofila di questa iniziativa –  Questa crisi della libertà di espressione richiede l’attenzione urgente del Consiglio. Benché lo stato di emergenza sia stato ritirato nel luglio 2018, i numerosi decreti di emergenza che hanno permesso al governo di applicare una repressione senza precedenti nei confronti dei media e della società civile sono stati a tutti gli effetti assorbiti nella legislazione ordinaria”.

Qualcosa fortunatamente sta cambiando, la Corte suprema ha posto un argine all’uso strumentale della giustizia nei confronti dei giornalisti turchi. Come dimostra il ribaltamento della sentenza di condanna per i colleghi del quotidiano di opposizione Cumhuriyet.

La tesi accusatoria dell’inchiesta era un miscuglio di reati legati al terrorismo e connessi al tentato golpe del 2016. Ma gli elementi presentati non hanno superato i criteri, come ha sancito l’Alta Corte, della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio degli imputati che oggi sono tutti liberi.
Durante il dibattimento il procuratore aveva basato la sua requisitoria solo sulle ‘colpe’ della linea editoriale della testata anti Erdogan. Dopo 17 mesi di udienze in cui la difesa aveva smontato ogni contestazione, testimonianze e prove non credibili, la Corte aveva comunque accolto la tesi dell’accusa e aveva emesso il duro verdetto.
Nonostante il rischio di tornare in carcere nessuno degli imputati ha mai manifestato paura.

Grazie al supporto di giornalisti e osservatori internazionali accorsi nel penitenziario di Silivri per monitorare le udienze e dare supporto e solidarietà agli imputati non sono mai stati soli.
Durante il dibattimento era emersa con evidenza la natura politica del processo, un mood costante per l’intero processo. L’incriminazione, il carcere preventivo e gli atti processuali falsati da elementi inconsistenti hanno violato i diritti umani di tutti gli imputati, inclusi quelli alla libertà di espressione, alla sicurezza e a un processo equo.
La natura simbolica del processo Cumhuriyet ha sortito un indubbio effetto raggelante sui media in Turchia e sulla percezione del diritto alla libertà di espressione. Eppure alcune coraggiose realtà editoriali hanno continuato a garantire alla popolazione turca l’accesso a notizie e opinioni diverse da quelle diffuse dagli organi di informazione filogovernativi.
Che la volontà fosse quella di colpire duro affinché il ‘caso’ Cumhuriyet fosse un monito per gli intenzionati a esprimersi in modo critico sull’operato del presidente Erdogan e del suo governo,  era stato confermato dalla rapidità con cui si era arrivati al verdetto, prima che  la Corte europea dei diritti dell’uomo potesse esprimersi sui casi Sabuncu e Şık, che ad essa si erano rivolti con un esposto contro la violazione del loro diritto alla libertà di informazione.

Anche altri importanti procedimenti pendenti sul capo di centinaia di giornalisti in Turchia dimostrano chiaramente che il sistema giudiziario nel Paese per lungo tempo ha abusato dei propri poteri.

A fronte dei limiti imposti ai giornalisti turchi, le organizzazioni internazionali di tutela dei giornalisti chiedono alle istituzioni europee di ricordare alla Turchia il suo obbligo internazionale di rispettare e proteggere i diritti umani, in particolare il diritto alla libertà di espressione, oltre che garantire processi equi.

Nonostante le pressioni degli attivisti e degli organismi istituzionali che si occupano di media, ad oggi l’Europa come altri interlocutori di governo hanno dimostrato di non avere la forza di imporre come priorità il tema nelle relazioni con la Turchia, sia nei forum bilaterali che multilaterali.
Il dovere etico e morale sollecita gli organi di informazione liberi a un sostegno ai colleghi turchi ancor più corale e vasto e a dare spazio alle voci di dissenso che vengono ancora represse da un regime che non riesce a nascondere il suo reale volto, quello autocratico e tirannico dell’attuale governo.

 

Il testo integrale dell’intervento:

Sono trascorsi ormai più di tre anni da quando il governo turco ha iniziato il suo oppressivo giro di vite ai danni dell’opposizione e delle voci del dissenso nel Paese. Questa crisi della libertà di espressione richiede l’attenzione urgente del Consiglio. Benché lo stato di emergenza sia stato ritirato nel luglio 2018, i numerosi decreti di emergenza che hanno permesso al governo di applicare una repressione senza precedenti nei confronti dei media e della società civile sono stati a tutti gli effetti assorbiti nella legislazione ordinaria.

Dal tentato colpo di Stato del 2016, almeno 180 testate sono state chiuse, oltre 220mila siti internet sono stati bloccati e almeno 132 giornalisti si trovano in prigione, mentre centinaia di altri affrontano incriminazioni per terrorismo semplicemente per aver fatto il loro lavoro, in mancanza della benché minima prova. Lo Stato di diritto viene sistematicamente smantellato e la morsa del governo sulla giustizia, sempre più stretta, sta rendendo i processi sempre più kafkiani.

Attivisti della società civile e operatori dell’informazione sono stati indagati semplicemente per aver scaricato la app Bylock che rende sicure le comunicazioni. Negli ultimi mesi il governo ha persino tentato di riscrivere la storia, incriminando di sovversione 16 esponenti della società civile che nel 2013 avevano partecipato alle proteste pacifiche di Gezi Park. Osmal Kavala è al suo 24esimo mese di custodia cautelare, in flagrante violazione di ogni diritto ad un giusto processo. La settimana scorsa, mentre sono state ribaltate le condanne di 6 suoi colleghi di Cumhuriyet, Ahmet Şik si è trovato a dover rispondere di nuove accuse infondate che potrebbero costargli 30 anni di prigione. E prima di questa persecuzione giudiziaria era stato aggredito dalla polizia il 20 agosto, mentre partecipava a una manifestazione davanti a un tribunale di Istanbul. Nessuno finora è stato identificato né incriminato.

Ci appelliamo a tutti gli Stati in questo Consiglio perché facciano sentire la loro voce e chiedano alla Turchia di cambiare corso e prendere immediatamente dei provvedimenti per ripristinare lo Stato di diritto e cessare gli attacchi alla libertà di stampa e alla società civile. La ringrazio, Signor Presidente

 

ARTICLE 19

Articolo 21

Cartoonists Rights Network International

Committee to Protect Journalists

European Centre for Press and Media Freedom (ECPMF)

Index on Censorship

OBC Transeuropa

European Federation of Journalists (EFJ)

PEN America

PEN International

Norwegian PEN

English PEN

Danish PEN

German PEN

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