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Il coraggio e il “candore” di un giudice

 

di Leonardo Sciascia

Zio Cesare

Il giudice Cesare Terranova – Il testo è di Leonardo Sciascia, prefazione al volume del 1982 “Cesare Terranova In memoria”

Con l’assassinio del vice-questore Boris Giuliano, la mafia rompe quelle che esternamente potevano appari­re «regole del gioco » e che in effetti erano di convenien­za.
Uccidere un funzionario di polizia, un ufficiale dei carabinieri, un magistrato, non conveniva per un dupli­ce motivo: perché si scatenava una reazione, da parte delle forze dell’ordine, che poteva anche andare al di là delle garanzie  costituzionali e comunque eccezionale; e perché la sostituzione della persona assassinata con al­tra di uguale intendimento e capacità avveniva facil­mente e immediatamente.
Ad un certo punto, invece, la mafia scopri che l’eliminazione di una determinata per­sona lasciava, nelle istituzioni, un vuoto difficilmente colmabile e che la reazione delle forze di polizia e della magistratura inquirente colpiva sulla base di un’anagra­fe del fenomeno mafioso abbastanza invecchiata, non aggiornata. Quell’anagrafe, insomma, che era stata fa­ticosamente e annosamente messa in luce dalla commis­sione parlamentare d’inchiesta sulla mafia e che, ap­punto perché ormai nota, è impensabile non abbia pro­vocato dentro l’associazione allontanamenti, colloca­zioni a riposo (e per alcuni a riposo eterno) e altre misu­re di prudenza, di cautela. Senza dire degli anni che era­no passati e che, nell’interna mobilità della mafia, avranno certamente segnato ascese e cadute di cui diffi­cilmente, dall’esterno, ci si può  rendere conto.
L’assassinio di Giuliano è dunque da considerare co­me una svolta, come un nuovo corso. Un vecchio magi­ strato, le cui arringhe d’accusa nei processi mafiosi si possono considerare come saggi precisi ed acuti sul fe­ nomeno, mi disse una volta che i delitti della mafia erano quasi tutti «interni», che i delitti « esterni» avveniva­no soltanto difronte a pericoli sicuri ed immediati e che verso coloro che stavano dall’altra parte – polizia, ca­rabinieri, magistratura – gli interventi mafiosi non erano mai violenti, ma persuasivi e per tramiti di interessi e di amicizie; e aggiunse che, per quanto riguardava la magistratura, simili interventi mai si producevano a li­vello della inquirente, delle procure: si aspettava che il processo entrasse in fase istruttoria o addirittura in di­battimento, per intervenire.
In definitiva, la mafia non contava molto sulla possibilità di convincere o corrom­pere l’altra parte; prevalentemente puntava sulla «in­sufficienza di prove » – e con pazienza e senza mai ten­tare, con una violenza che sapeva inutile, di troncare, o accelerare verso il nulla di fatto,  il corso di un’indagine o di un processo.
L’uccisione di Giuliano inaugura inve­ce un diverso sistema: non gratuitamente, ma per calco­lo. E non sappiamo quale effetto si sia precisamente ot­tenuto: ma certo, per come era stato calcolato, ci sarà stato.
In questo senso, l’assassinio di Cesare Terranova as­sume addirittura carattere di prevenzione. Dopo essere stato in Parlamento per due legislature, Cesare Terra­nova stava per tornare al suo ufficio di magistrato. Fu assassinato, assieme al  maresciallo Mancuso che per anni gli era stato vicino, prima che vi tornasse: nella certezza che a Palermo, nell’amministrazione della giustizia, vi sarebbe stato un nemico accorto e impla­cabile della mafia; e, per di più, un nemico che, at­traverso l’esperienza di membro della Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla mafia, aveva  acquisito una visione del fenomeno in tutta la sua complessità, in ogni sua  diramazione.
Bisogna dunque dire nettamente, non per insinuazio­ni e allusioni, che la catena di delitti che cominciando da Boris Giuliano arriva oggi al dottor Giaccone nasce soprattutto dal fatto  che la caduta dello spirito pubbli­co investe le istituzioni, quando da esse addirittura non si diparte, a tal punto che tra gli individui preposti a sorreggerle,  che scelgono di sorreggerle, coloro che inflessibilmente e fino infondo vogliono compiere il loro dovere restano come segnati, come segnalati, come iso­lati: quasi fossero oggetto, come si dice in gergo cine­matografico, di una « zumata ». E l’esempio piu esplici­to, piu preciso e rapido nel rapporto causa-effetto, lo abbiamo nel caso del procuratore  Costa.
Ma per essere stato implacabile e acuto nemico della mafia,  Terranova sarà sempre  ricordato. O almeno fin tanto che in questo nostro paese ci saranno  «dignitose coscienze e nette». Ma qui ed ora io voglio anche ricor­dare il suo essere giudice non solo nell’accusare  e nel colpire ma anche nell’assolvere,  nel liberare.
Due casi mi sono trovato a seguire da vicino in cui persone  indi­cate come colpevoli sono state da lui riconosciute, per come erano, innocenti. E non era facile.
Gli ci voleva il suo “candore” per arrivare a tanto, la sua capacità di far tabula rasa di prevenzioni e pregiudizi, la sua prontezza a cogliere, al di là delle apparenze,  gli elementi della verità. E  credo che il sentimento  in lui piu forte fosse  quello della compassione,  nel senso piu vero: di soffrire con gli altri, di soffrire con le vittime – di «pa­tire con quei che patiscono ».
E molti giudici si possono ricordare duri a misura di giustizia; ma pochissimi, credo, capaci di «patire con quei che patiscono».

Da mafie

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