Per Luciana

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Qualche volta, parlando con lei o di lei, ho detto che non la si può capire se non pensandola come una forza inaudita della Natura. Quali che fossero le sue sofferenze fisiche, e ne ha avute tante, o i suoi dolori  morali, non  c’è un suo impegno politico che abbia saltato in Italia o in qualsiasi altra parte dei cinque continenti. Fosse l’assemblea di una sezione dell’ARCI, o un’assise della sinistra americana, un comizio in qualche sperduto centro di casa nostra o una missione in Cina, un convegno della Sinistra italiana o di quella residua a Mosca. Ma non solo.    Una sera di non molti anni fa, finita una riunione quasi a mezzanotte, mi chiese di accompagnarla a casa perché era senza macchina  e avrebbe dovuto partire all’alba per Londra. E perché, chiedo. “Ho da presiedere la fondazione Menuhin.” Il violinista celeberrimo, da poco scomparso?  “Certo.” Non ti sapevo musicista. “Ma no. E’ stato un tardivo, ma splendido incontro.” Fantastico.

Tuttavia dire “una forza della Natura”, sia pure nell’accezione più alta, è cosa riduttiva. Luciana è una forza straordinaria dell’ingegno, della volontà e della passione. Posso dirlo senza esitazione, perché raramente le ho dato politicamente ragione anche se sono, forse, il suo più vecchio conoscente e, credo, il suo più antico e disinteressato amico da che stava nella FGCI, la Federazione giovanile  comunista, fino ad ora che si è rovesciato il tempo, ma non il suo cuore di ragazza. Anzi, peggio. Non ho mai fatto, come Ingrao, l’autocritica per quella radiazione che Luciana ha poi ricordato come cosa di memorabile procedura democratica (due Comitati Centrali, assemblee in tutte le sezioni e in tutti i Comitati Federali) rispetto a questi tempi in cui basta un ghiribizzo del capo o del capitano e ti buttano  fuori dai neo partiti diversamente chiamati. Era sbagliato lo statuto, come poi si vide, non il dovere della sua applicazione. E, forse, tutti quei miei cari compagni sarebbero stati tanto più utili intorno a Ingrao sostenendo le sue e loro posizioni, piuttosto che lasciare quasi sguarnito  un delicato ed essenziale fronte interno come capiva anche chi, centrista com’ero, non ne faceva parte. Ma so bene che l’arte della dissimulazione teorizzata dal cardinale Mazzarino, se è congeniale alla spregiudicatezza o al cinismo destrorso, mal si concilia con il bisogno di schiettezza  e di candore donde nasce una tendenza di sinistra.

Toccò a me il compito di curare il ritorno del Pdup e dunque di Lucio Magri e di Luciana nel nostro comune Partito, che con l’ultimo Berlinguer cercavamo di cambiare. E fummo insieme nella lotta contro la sua soppressione. Anche se – dopo – pensai, come penso, che si dovesse lavorare per cercare di costruire fondamenta nuove piuttosto che tentare di tamponare  una inarrestabile frana. Ma proprio attraverso tutte queste diversità – e anche nei litigi di cui ho perso memoria  – ho appreso dell’ingegno con cui Luciana ha sempre sostenuto le sue posizioni, ha argomentato il bisogno di sinistra, ha raccontato da scrittrice pezzi della sua storia e delle sue esperienze. Della volontà non ho bisogno di dire, perché senza volontà non si può concepire una vita attiva come la sua. Ma, come si sa, colpiscono i dettagli. Commemoravamo insieme, entrambi molto avanti negli anni, un compagno scomparso, non particolarmente noto, ma ad entrambi caro. Quando toccò a lei vidi che leggeva, cioè si era preparata con ogni diligenza, come avevamo appreso nel nostro vecchio partito. Un’abitudine, però, che chiede applicazione e, alla lunga, costa fatica. E, di fatica Luciana ne ha fatta tanta, spronata, appunto, dalla vivente passione per i propri ideali.

Naturalmente, quando si parla di passioni e di ideali c’è da distinguere. Sentiamo sempre più diffusa e quasi divenuta senso comune, l’idea secondo cui anche i nostri ideali hanno prodotto immani tragedie e sconfinati lutti nel loro primo esperimento statale, quello del sistema sovietico.  Non ci basta dire che il bilancio di infamia e di morte  delle guerre mondiali e parziali, del razzismo, del colonialismo, e infine dei fascismi  di cui si è alimentato il modello capitalistico è infinitamente superiore. Né è sufficiente dimostrare che il capitalismo vittorioso ha creato un mondo insostenibile d’ingiustizia, di violenza, di rovina ambientale. Dobbiamo ricordare a noi stessi, per quanto possa essere doloroso per chi di noi ha conosciuto altri tempi, che quel sistema improntato dalla sclerosi dogmatica opposta al pensiero critico da cui nacque l’idea socialista, non solo non attuava i nostri ideali, ma li contraddiceva, pur generando una fede che a Stalingrado salvò il mondo dalla barbarie nazista. E i compagni del Manifesto hanno avuto il merito di dirlo ben prima che l’insieme del PCI ci arrivasse. Perciò dobbiamo essere loro grati. E dobbiamo essere grati a Luciana che di questi ideali e di questa passione contro l’ingiustizia e lo sfruttamento, per la vita e per la libertà delle donne e degli uomini, per la dignità comune e per  l’uguaglianza tra diversi,  è stata ed è infaticabile testimone. Buon compleanno, cara compagna e cara amica.

*da “Il Manifesto”


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