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Il Dragone cinese e gli ombrelli di Hong Kong

 
Capita talvolta anche ai giganti di cadere in errore. Alla Cina sta accadendo in queste settimane in merito alla legge sull’estradizione, contestata da folle oceaniche nella città-stato di Hong Kong.
Il punto, per chi conosce un po’ gli equilibri geopolitici della regione asiatica, è che il Dragone di Xi Jinping, in piena fase maodenghista e ormai pronto a prendere il posto degli Stati Uniti in quel di Davos, è a un bivio decisivo della propria storia. Può, infatti, provare a crescere, affermandosi come una democrazia liberale e improntata all’apertura, in netto contrasto con le chiusure e il nazionalismo spinto di Trump. O può provare a crescere come sta facendo, ossia comprimendo ulteriormente i diritti umani e intrappolando i vicini, stritolandoli e trasformandoli nelle vittime designate del suo sogno egemonico. Questa seconda strada, nel breve periodo, è destinata a dare i suoi frutti, in quanto la repressione feroce del dissenso costituisce sempre un toccasana per i poteri dittatoriali. Ma a lungo andare finirà col travolgere un gigante bisognoso di umanità e sguardo lontano, coesione e condivisione di intenti nonché di una pace reale, e non fittizia, con dei vicini che hanno l’assoluta necessità di sentirsi rassicurati per agevolare l’avanzata dell’ingombrante coinquilino, rinunciando a porsi sotto la tutela dell’antico imperialismo a stelle e strisce che non è più umano ma talvolta sa essere più furbo e, soprattutto, estremamente abile nel perpetuare il proprio mito ormai in affanno attraverso un massiccio uso del “soft power”.
La Cina diventerà grande quando a qualcuno di noi verrà voglia di prendere una motocicletta ed esplorarla, così come abbiamo fatto con la California resa immortale da Peter Fonda in “Easy rider”, quando la “Chineese way offre life” ci farà battere il cuore, quando il secolo cinese avrà dei connotati musicali, culturali, cinematografici e persino sportivi e non solo economicistici, nel senso di un’espansione incontrollata e unilaterale, dunque pericolosa per gli equilibri globali.
Gli ombrelli aperti nelle piazze di Hong Kong ci ricordano proprio questo: quanto anche la prepotenza abbia bisogno di umanità per non affondare, quanto gli eccessi del potere gli si rivoltino, a lungo andare, contro di esso, quanto la pretesa di sottomettere un popolo senza minimamente coinvolgerlo nelle scelte sia drammaticamente controproducente, come impararono a proprie spese gli americani in Vietnam e, prima di loro, i nazisti in Italia.
Tornando alla complessità dell’universo asiatico, non c’è dubbio che la Cina sia il paese più attrezzato per fungere da punto d’equilibrio della regione e da lì allargarsi fino a sfidare apertamente gli Stati Uniti per provare a sostituirli nel ruolo di passe guida di questo disastrato pianeta. Peccato che né il rozzo Trump né il finissimo Xi abbiano ancora capito cosa significhi realmente vivere in un mondo multicentrico, in cui il potere è tanto più forte, solido e costruttivo quanto più è diffuso e coinvolgente. In poche parole, non hanno compreso a pieno, per non dire per niente, quale debba essere la natura delle leadership moderne, trasformando persino un microcosmo come Hong Kong, ex colonia britannica e mai davvero autonomo e indipendente, in un focolaio di ribellione che rischia di sortire lo stesso effetto che i topi sortiscono sugli elefanti, terrorizzandoli al di là di ogni logica analisi dei rapporti di forza.
La protesta continuerà ancora a lungo, fino a quando Pechino non cederà, per il semplice motivo che contro l’ingiusta legge sull’estradizione non c’è un governo ma un intero popolo, una comunità che prima non esisteva ma adesso si è costituita e difficilmente si dissolverà, neanche se dovesse subire ulteriori cariche da parte di forze dell’ordine destinate a perdere come tutti gli eserciti mercenari al cospetto di chi lotta per un ideale perché ci crede davvero.
Se veramente Xi Jinping vuole rendere la Cina prospera e alternativa al trumpismo, si ricordi che John Wayne, col suo carico di foga, era americano mentre Confucio, con la sua millenaria saggezza, era cinese.

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