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Salvatore Borsellino: “A 27 anni dalla morte, ci restituiscono Paolo un pezzo alla volta”

 

Essere parenti di una vittima di mafia non è una professione, come sembra credere chi lancia accuse vergognose, con un cinismo degno di miglior causa. E’ uno strazio personale e familiare che stravolge le vite di chi era accanto all’ucciso, una tragedia a cui è difficilissimo adattarsi. Tanto peggiore se gli attacchi arrivano da parte di chi rappresenta -o dovrebbe rappresentare- le istituzioni. Investire di presunte, insensate ‘colpe’ i familiari degli uccisi non significa altro che assassinare le vittime una seconda volta e negare la speranza a coloro che -giustamente- reclamano verità e giustizia per i propri cari. E, spesso, lo devono fare anche a gran voce per poter essere ascoltati.

Conosco Salvatore Borsellino ormai da diversi anni, essendomi interessata di mafia e stragismo, e devo dire che è un uomo mite e gentile: di mestiere ha fatto l’ingegnere. Ho sempre pensato che probabilmente fino alla strage di Via d’Amelio, in cui perse la vita il fratello Paolo, insieme a cinque persone della scorta, non immaginasse affatto per sé un futuro da attivista. In seguito, tuttavia, ha fondato il Movimento delle Agende Rosse, rendendosi conto che la società civile era in grado di reagire, se adeguatamente informata. E che, per incidere sulle istituzioni e i rappresentati di uno Stato con la memoria corta, a volte perfino cortissima, occorre ben più della voce di un solo individuo, specie se è necessario farsi ascoltare da chi sordo non è, ma vuol farsi credere tale.

Il caso Borsellino è esemplare dei possibili effetti sortiti dalla mancata rassegnazione da parte delle famiglie degli uccisi, che può rappresentare un efficace pungolo alle indagini e al conseguimento di risultati nei procedimenti giudiziari molto complessi. Che sono tanti, purtroppo, nel nostro Paese, e riguardano eventi cruciali della storia d’Italia, mai chiariti e resi a volte ancor più misteriosi e oscuri per confondere e scoraggiare coloro i quali intendessero occuparsene.

Personalmente Salvatore mi ha insegnato la costanza nel perseguire un obiettivo: non si è mai scoraggiato, anche quando la sua sembrava essere una causa persa; ha dato forza agli esclusi, a chi credeva di non avere più il diritto di parlare, di intervenire nel dibattito pubblico; ha dimostrato grande impegno ed energia quando altri avrebbero chinato la testa; ha sempre creduto fermamente nella giustizia e nella forza dello Stato, che -a dire il vero- nelle vesti dei suoi diversi interlocutori spesso non l’ha ricambiato con uguale fiducia e rispetto.

Il procuratore aggiunto di Catania, Carmelo Petralia (ora indagato dalla Procura di Messina, insieme alla magistrata Annamaria Palma, per il depistaggio dell’inchiesta di via d’Amelio), l’ha accusato di essere assente e aver ‘taciuto’ sui fatti all’epoca della strage; l’ex magistrato e politico Giuseppe Ayala, l’ha paragonato a Caino; il critico d’arte e parlamentare Vittorio Sgarbi ha chiesto se godesse di impunità visto che il Presidente della Repubblica (all’epoca Giorgio Napolitano) non lo aveva mai querelato. Questo per fare solo qualche nome, ma la fila è lunga.

“Ci stanno restituendo Paolo, un pezzo alla volta, poco a poco”, afferma oggi Salvatore Borsellino, a 27 anni dalla strage. Ha declinato nei giorni scorsi l’invito a Roma, a Palazzo San Macuto, del presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, per l’audizione del nastro del giudice Paolo che riferiva in Commissione Parlamentare. Il documento è stato appena ‘desecretato’, per quanto il suo contenuto fosse ormai noto agli interessati. In esso si ascolta dalla viva voce del magistrato ucciso un racconto drammatico e ironico delle condizione di lavoro in cui si trovava a Marsala, già parecchi anni prima della sua fine.

“Le domande di verità e giustizia nel nostro Paese sono ritenute delle provocazioni -sostiene Salvatore- Da 10 anni in via d’Amelio le istituzioni non vengono più. Sono scomparse. Forse hanno paura di un’Agenda Rossa levata in alto perché ricorda loro che hanno dovuto uccidere un servitore dello Stato per poter portare avanti quella scellerata Trattativa”. Dopo Agnese, moglie del giudice ucciso, e Rita sua sorella, entrambe scomparse, ora anche le figlie Fiammetta e Lucia sono impegnate nel tentativo di fare luce su uno dei momenti più bui della Repubblica.

Se a Paolo Borsellino è stata data una morte terribile e ingiusta, a Salvatore è toccata la forza di ricordare e combattere, affinché gli assassini di suo fratello diretti e indiretti vengano scoperti e rivelati. Come dovrebbe accadere in ogni paese civile, degno di questo nome.
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Lettera di Salvatore Borsellino al presidente della Commissione Antimafia Nicola Morra in risposta all’invito a presenziare alla cerimonia di desecretazione delle audizioni riguardanti Paolo Borsellino

Egregio Presidente Morra

ho riflettuto a lungo prima di decidere se accettare l’invito a presenziare alla cerimonia nella quale verranno desecretate le audizioni riguardanti Paolo Borsellino presso la Commissione Parlamentare Antimafia.

Ho riflettuto a lungo e ho poi deciso di non sottrarre nemmeno un’ora a mia figlia che pur in attesa del suo primo figlio ha deciso di affrontare la fatica del volo per essere in questi giorni a Palermo, insieme a me, a lottare per la memoria di suo zio, Paolo Borsellino e dei cinque ragazzi uccisi insieme a lui, ClaudioAgostinoEmanuelaVincenzo ed Eddie Walter che ancora, a ventisette anni di distanza, aspettano Giustizia e Verità sulla strage di Via D’Amelio nella quale è stata spezzata la loro vita. 

In quella strage mio fratello è stato ridotto ad un tronco carbonizzato senza più le gambe e le braccia, i pezzi di quei ragazzi sono stati raccolti uno ad uno e messi in delle scatole per poi essere identificati, separati e racchiusi in delle bare troppo grandi per quello che restava di loro.

Ora, a ventisette anni di distanza io non posso accettare che i pezzi di mio fratello, le parole che ha lasciate, i segreti di Stato che ancora pesano su quella strage vengano restituiti a me, ai suoi figli, all’Italia intera, ad uno ad uno.

È necessario che ci venga restituito tutto, che vengano tolti i sigilli a TUTTI i vergognosi segreti di Stato ancora esistenti e non solo sulla strage di Via D’Amelio ma su tutte le STRAGI DI STATO che hanno marchiato a sangue il nostro Paese.

È necessario che quella Agenda Rossa che è stata sottratta da mani di funzionari di uno Stato deviato e che giace negli archivi grondanti sangue di qualche inaccessibile palazzo, e non certo nel covo di criminali mafiosi, venga restituita alla Memoria collettiva, alla Verità e alla Giustizia.

Decine se non centinaia di persone, nei meandri e nelle segrete di questo Stato, ne sono certo, conoscono dove viene occultata questa Agenda, dove vengono occultate le ultime indagini, le ultime parole, gli ultimi pensieri di Paolo Borsellino.

Soltanto quando un rappresentante di questo Stato che ha lasciato crescere nel suo ventre un mostro capace di intavolare con l’Antistato, con gli assassini di Giovanni Falcone, una scellerata trattativa e sull’altare di questa trattativa ha sacrificato la vita di Paolo Borsellino, si presenterà in Via D’Amelio a portare non ipocrite corone di alloro, simboli di morte, ma quell’Agenda Rossa, allora e soltanto allora potrò avere pace.

Salvatore Borsellino

Fonte: Micromega

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