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Olimpiadi di Coraggio 68

 
E’ stata l’Olimpiade del coraggio e delle speranze, spesso tradite. E’ stata l’Olimpiade dei pugni neri e degli sguardi bassi davanti a una bandiera che aveva tradito il “sogno americano”. E io c’ero. Barba, baffi e capelli forse troppo lunghi, avevo disputato –primo italiano nella storia del nuoto- due finali olimpiche, arrivando due volte ultimo nei 100 e 200 dorso. Ma era il ’68, un anno pieno di speranze e di tradimenti verso chi sperava di cambiare il mondo. Mi è capitato di parlarne, dopo tanto tempo, a Cividale del Friuli, antica capitale longobarda, agli studenti di Civiform, una scuola professionale che fa un lavoro straordinario con centinaia di studenti, di tutti i colori, provenienza e religioni, che studiano, imparano un mestiere e quasi sempre trovano un lavoro vero.

I docenti hanno fatto leggere ai loro studenti un piccolo libro prezioso, “Le Olimpiadi del coraggio”, di Paola Capriolo, Einaudi Ragazzi, 2017. Così, qualche centinaio di giovani ha scoperto la storia “eroica” e drammatica di Tommie Smith e John Carlos, che hanno alzato al cielo i loro pugni guantati di nero contro il razzismo che colpiva gli afroamericani. E anche l’eroismo silenzioso di Peter Norman, l’australiano che si era infilato tra di loro, conquistando il secondo posto nel 200 metri piani, e che era stato solidale quando aveva indossato il distintivo dell’OPHR, l’organizzazione che difendeva i diritti civili dei nativi australiani. Fu un atto di grande coraggio, che veniva da lontano, contro schiavismo e razzismo, e che non venne perdonato. Tommie, John e Peter vennero perseguitati sul piano umano, sportivo ed economico. Dopo quel gesto e quella foto, diventata una icona del ‘900, fu impedito loro di continuare a gareggiare, furono licenziati e sorvegliati dalla polizia, le loro famiglie si sgretolarono.
Ma non si pentirono mai. In quel ’68 di speranze e sangue, era stata spenta la primavera di Praga dai carri armati sovietici, erano stati uccisi Martin Luther King, che ci aveva promesso un sogno, e Bon Kennedy, che preferiva la ricerca della felicità alla crescita del Pil. Il 2 ottobre 1968, centinaia di studenti furono intrappolati dall’esercito in una piazza e furono massacrati dai cecchini posti sui tetti. Nessuno saprà mai quanti furono davvero i morti, perché –me lo raccontarono proprio alcuni studenti sopravvissuti alla strage- i loro corpi furono gettati lontano dagli elicotteri, anticipando una pratica usata dalle dittature sudamericane, dal Cile all’Argentina, contro i loro –spesso giovani- oppositori. Per noi, che eravamo studenti e giovani come loro, si aprì un dilemma lacerante: si poteva partecipare a dei Giochi macchiati di sangue? Furono gli stessi giovani messicani a dirci che sì, perché così avremmo onorato il nostro impegno e la loro memoria. Poi arrivarono quei 200 metri piani, con la vittoria annunciata dei due “black”. Anche noi andammo a vederli allo stadio Azteca e così l’immagine che ho dentro la memoria è lontana e sfocata rispetto alla foto famosa che riempì subito tutti i mass media. Non capimmo subito cosa era successo, ma solo il giorno dopo, quando la delegazione che ospitava la squadra Usa nel Villaggio olimpico, fu messa a ferro e fuoco da una rissa furibonda tra bianchi e neri e solo con grande fatica fu riportata la tranquillità necessaria per disputare le gare. Tra i due, Tommie e John, avevamo visto come una “intrusione” il secondo posto di quel pallido australiano, serio e composto sul podio. Solo molto più tardi avremmo saputo che anche lui aveva partecipato, a suo modo, alla protesta contro il razzismo. Perché quei pugni neri e quella piccola spilla, apparentemente innocua, erano scagliati contro un razzismo che durava da secoli. Quella foto ci racconta una lontana protesta, silenziosa e civile, che mandò in bestia l’establishment politico e sportivo, che si vendicò in modo spietato.

Loro tre non si pentirono mai, anche se ci vollero molti anni per recuperare la memoria del loro coraggio. Solo il 17 ottobre 2005, trentasette anni dopo la notte di Città del Messico, a San Jose, fu inaugurata -grazie a una colletta degli studenti dell’università- una statua in bronzo che riproduceva la famosa foto, ma solo per il primo e il terzo, lasciando vuoto il gradino del secondo posto, perché Peter non era stato studente di quella università. Poteva essere uno sgarbo, ma Peter disse che andava bene così, e chiunque avrebbe potuto salire su quel gradino vuoto del podio per farsi fotografare con i due “eroi”. E così, l’incontro con tanti studenti di oggi, attenti e colorati, su quello che ho vissuto più di mezzo secolo fa, è diventata –grazie ai loro docenti- una piccola ma importante lezione di educazione civica, al di fuori delle 33 ore un po’ ipocrite, votate all’unanimità dal Parlamento. Quella storia, la foto e il piccolo libro che la racconta, per gli studenti di Civiform, sono diventati un esempio concreto di coraggio e di impegno, perché –come vediamo nelle strade, sugli autobus, negli stadi- il razzismo circonda ancora le nostre vite.

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