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Il medico querelato e le scuse dovute

 

Paolo Randi è un signore –  persona perbene – oggi in pensione. Nato a Bagnacavallo, splendido luogo nella campagna ravennate (in cui nacque il Ramenghi detto il Bagnacavallo), vive e lavora da sempre qui. È uno di quei medici che hanno vissuto e vivono la professione non come un mestiere qualunque, ma come un’autentica missione. Da mesi in pensione, vede i propri pazienti – che ha curato e seguito nel corso degli anni, oggi per via della loro età che inesorabilmente avanza – andarsene a poco a poco, uno dopo l’altro. E il dottor Paolo Randi, di fronte ad ogni manifesto a lutto affisso nella piazza centrale, soffre come si soffre di fronte alla scomparsa di un famigliare. Insomma, di uno di casa.

Il dottor Randi, radicale di lungo corso, nel corso degli anni si è occupato, come un cane da guardia, di denunciare quel che secondo lui, specialmente in città, non andava. Un inquinamento alle porte, un palazzo tenuto in rovina, un sottopasso mai fatto, o altre robe che mai tollerava per scempiaggini gestite o compiute alla carlona dai politici della sua zona. Un tipo dalle esternazioni spesso colorite, roboanti, da ricordare in certi aspetti quel Vernacoliere che soltanto a Livorno sanno fare così. Anni fa, il buon Randi, che da tempo tuonava, cantava e sparava le proprie opinioni sui social, si occupò di una riforma sanitaria in atto e che, sempre secondo lui, avrebbe creato difficoltà, in particolare modo alla popolazione anziana del posto. Del suo paese. Che avrebbe messo in difficoltà i suoi pazienti, quelle persone che aveva iniziato a curare dall’epoca in cui erano giovani. Ed ora malfermi.

In un social tuonò contro i tagli di posti letto in atto presso le strutture ospedaliere locali. Si augurò che un esponente locale del Pd invece di procedere a perorare la causa di tagliare i posti letto dell’ospedale di casa, vantandosene come fosse una ricetta ineludibile e miracolosa, procedesse a tagliarsi qualcosa d’altro. Una battuta, niente più. Niente più, rifacendosi pure a quella laica romagnolità sanguigna e terragna in omaggio alla quale un romagnolo incontrando un amico non visto da tempo, l’apostrofa amichevolmente con un che ti prenda un colpo o che ti prenda un accidente, sottacendo alla ruvidità dell’espressione un caloroso e benevolo saluto. Non a caso nel dialetto di casa in quelle terre un tempo anarchiche e ribelli, non esiste l’espressione ti amo, tutt’al più sbrigata in un pudico ti voglio bene. Una concessione delicata, detta in un momento di abbandono, magari dopo bicchierate a suon di Burson, un vino di qui. Ebbene il dottor Randi, di fronte a quell’invito mosso ad un politico pd del posto, invitandolo a tagliarsi piuttosto qualcosa altro al posto dei posti letto, si ritrovò una denuncia penale sul collo.

L’esponente pd locale lo denunciò, se ben ricordo, per minacce o diffamazione. Insomma quella roba lì. Colpirne uno per educarne cento? Ma no, mi sembrava impossibile che un esponente, pur locale, di un partito, il Pd, acronimo di Partito Democratico, avesse osato scomodare i tribunali chiedendo di stabilire chi avesse torto o ragione, su una simile faccenda. Anzi, caso mai avrebbe dovuto compiacersi di avere accanto persone che manifestano il proprio pensiero. Specialmente in un’epoca nella quale sempre più persone delegano ad altri le pubbliche faccende, disinteressandosi di quel che succede oltre il cortile di casa. Oh, santo cielo, quando venni a sapere di questa denuncia pensai ad uno scherzo. Invece quella querela era vera, fatta di timbri e marche da bollo. Da non crederci, ma era una realtà. Poi i giudici, costretti ad occuparsi del caso, assolsero l’accusato, reo di aver suggerito un taglio di palle. Il denunciante ricorse in appello e anche stavolta, la sua denuncia si sgonfiò come una bolla di sapone. Che della bolla di sapone quella denuncia non aveva né il garbo né grazia. Nessuno al mondo è perfetto.

Mi sarei aspettato che il querelante avesse avuto non dico l’umiltà, ma almeno la santa ragionevolezza di scusarsi. Non so se l’abbia fatto o no. Nel caso si fosse scordato di fare le sue pubbliche scuse al signor Paolo Randi di Bagnacavallo, sarebbero a mio avviso dovute. Non soltanto al dottor Paolo Randi, ma a tutti coloro che prediligono in ogni caso il bene della collettività. E che hanno a cuore, in un periodo che le lenzuola vengono tolte dai balconi, per non urtare la sensibilità di chi ama dire prima gli italiani. Quelle scuse infine sono dovute a chi predilige una libera informazione.

Ricordando a chi legge che, chi scrive, nel pezzo di apertura nella trasmissione RT di Enzo Biagi al suo rientro in Rai, mandò in onda un proprio reportage sugli uomini di Conselice. Durante la resistenza, operai e contadini rischiarono la vita e spesso caddero uccisi, mentre azionavano i pedali di una macchina che sfornava la stampa clandestina. Per ogni foglio si calcola spingessero i pedali 150.000 volte. Quelle scuse, dovute a Paolo Randi, sono dovute ad una libera informazione tenuta lontano da querele, censure, minacce e bavagli. È dovuta a tutti coloro che di quella libera informazione, sancita dalla Costituzione attraverso l’Articolo 21, ne hanno fatto una bandiera prediletta da tutti noi.

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