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Radio Radicale non è il soldato Ryan…

 

Prima che la parola diritti divenisse un ashtag nella foresta lessicale del web e nella confusa  percezione dei suoi utenti, prima che per tanti (troppi) di costoro in quest’ultima finisse per confondersi anche quella doveri, quando via di Torre Argentina era nota soprattutto alle gattare romane, Marco Pannella cominciava i suoi primi digiuni (mai verbali), Emma Bonino era una giovane e affettuosa super-attivista del femminismo divorzista e abortista, c’era radioradicale, nella testa di Pannella e nei fatti.

L’idea, come spesso succede ai politici intelligenti, univa per i pannelliani l’utile al dilettevole: offriva un prezioso strumento d’intervento diffuso nel dibattito pubblico e attaccava concretamente il monopolio informativo della RAI, accusata quotidianamente di discriminarli (ed era vero, sebbene non fossero gli unici ad esserlo, né i più facili da soddisfare…). Tra Salvemini, Capitini, Einaudi e Gandhi, Pannella già pensava a Mc Luhan e al suo villaggio globale, (sebbene personalmente malvolentieri si allontanasse dal circuito via del Lavatore, piazza Montecitorio, via della Maddalena, Torre Argentina).

Radioradicale cominciò a sfornare il suo notiziario fatto in casa con grande dignità professionale e nessuna modestia. Catturando da subito un pubblico di onnivori della notizia e nottambuli disposti a tutto. Voleva essere un modello e certamente è stata una scuola di giornalismo non inferiore a quelle sorte decenni più tardi nell’ambito accademico. Allora era così: i partiti -minuscoli o di massa- erano vere scuole, con programmi divergenti e controversi, ma quasi tutti insegnavano cittadinanza. Solo nella successiva stagione, caratterizzata da relative equiparazioni attraverso la crescita verso l’alto (e l’incremento parallelo del debito pubblico), la radio di Pannella venne riconosciuta concretamente come servizio pubblico, ottenendo un (limitato) finanziamento.

Ora che il contesto generale (non solo italiano) è profondamente mutato e per molti aspetti non verso il meglio (certamente non verso il di più), il governo pensa di fare giustizia con la ghigliottina del giustizialismo (peraltro presunto). E usa il finanziamento pubblico con criteri pregiudizialmente opposti al pluralismo dell’informazione e alla nozione stessa di diritti che Radioradicale ha spiegato, sostenuto e talvolta imposto nel corso dell’ultimo mezzo secolo con la sola forza della parola. Risparmiare è etico, oltre che necessario. Ma spendere bene il denaro di tutti implica coinvolgere tutti (e tutte le categorie interessate in primis) nella formulazione di criteri adeguati e compatibili con una democrazia che garantisca le minoranze.

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