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Aspettando i Tartari, il romanzo di Buzzati allo Spazio 18b di Roma

 

ROMA – Mettere in scena un romanzo classico della letteratura è sempre un’operazione ambiziosa, complicata e comporta delle scelte opinabili.

«Uso il testo così com’è, senza mediazioni drammaturgiche, lasciandogli la sua autonomia di romanzo. Per questioni di durata [sfiorava quasi le quattro ore!] ho fatto molti tagli, ma non cambio una sillaba». Sono le parole del maestro Luca Ronconi quando ci propose al Teatro Argentina di Roma nel 1996 Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, restituendoci l’assoluta fedeltà testuale, con gli attori che recitavano le parti che li riguardano quasi sempre in terza persona. Di certo, la lingua di Gadda “rende possibile questo trasferimento dalla pagina alla scena perché presuppone l’oralità”. Al contrario, il capolavoro del 1940 di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari è stato da sempre considerato irrappresentabile teatralmente, per la mancanza di una trama dinamica e perché, per antonomasia, è il romanzo dell’inazione, della stasi, dell’attesa, del tempo che scorre inesorabile e non cambia nulla.

In brevis, è la storia del tenente Giovanni Drogo che, dopo il diploma all’Accademia Reale, lascia la sua città e gli affetti per svolgere il servizio militare alla Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Situata in un luogo fantastico, a nord del Regno, la Fortezza è l’ultimo baluardo di una frontiera posta ai confini di un deserto da cui si attendono, ormai da anni, i Tartari, popolo misterioso e leggendario che, secondo le visioni del capitano Ortiz, potrebbero attaccare da un momento all’altro. Giunto in quel luogo desolato, Drogo pensa di fermarsi solo pochi mesi, invece resta imprigionato dalla malìa della Fortezza e, senza rendersene conto, consuma l’intera esistenza scrutando l’orizzonte nella speranza di veder comparire il nemico e trovare il suo momento di gloria, riscattando la lunga attesa con l’eroismo della battaglia. Quando finalmente i Tartari avanzano verso la Fortezza, Drogo, colpito da una grave malattia, è congedato e trascorre la sua ultima notte nella camera di una locanda, solo, sempre in attesa, ma della propria morte.

Una trasposizione cinematografica di successo fu realizzata nel 1976 – quattro anni dopo la morte di Buzzati – da Valerio Zurlini, con attori di primo piano tra i quali Jacques Perrin, Vittorio Gassman, Philippe Noiret, Max von Sydow, Jean-Louis Trintignant e Giuliano Gemma.

La Compagnia dei Masnadieri, nell’ambito del progetto di ricerca triennale Trilogia degli sconfitti – indagine sulla generazione nata a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80 del ’900, attraverso gli echi e gli spunti offerti sia dalla letteratura classica, che dalla drammaturgia contemporanea –, prova a smentire l’ipotesi della non teatralità del Deserto dei Tartari, portandolo in scena a Roma dal 19 al 31 marzo, allo Spazio 18b, interpretato da Massimo Roberto Beato, che ne cura la drammaturgia, per la regia di Elisa Rocca, e con Alberto Melone e Matteo Tanganelli.

Beato, nonostante la sua formazione accademica e qualche strascico ‘ronconiano’ nella recitazione, tradisce il maestro e anche l’autore, riscrivendo una drammaturgia stringata all’osso, limitata al racconto del plot essenziale, con dei tagli narrativi non sempre funzionali a restituire la comprensione unitaria dell’opera di Buzzati. Del resto, la prima cosa che salta all’occhio del suo adattamento è il cambio del titolo: si ripristina quello iniziale del romanzo e cioè La fortezza; con l’aggiunta di un sottotitolo Momento unico per tre attori soli. Beato riduce così il Deserto, ridistribuendo le parti a tre attori che dovranno interpretare i numerosi personaggi e le varie situazioni della vicenda. Difatti, il tenente Giovanni Drogo è affidato al bravo Alberto Melone; Beato si ritaglia la parte del capitano Ortiz; tutti gli altri ruoli sono assegnati al versatile Matteo Tanganelli (il carrettiere, il povero vagabondo, il maggiore Matti, il sergente Tronk, il sarto Prosdocimo, la fidanzata Maria, il Generale, il tenente Simeoni e il tenente Moro).

Funziona la scelta di rendere Ortiz l’alter ego di Drogo, come se fossero un unico personaggio-idea, interscambiabili perché uniti dallo stesso destino ‘seriale’ – rimarcato anche dalla somiglianza fisica voluta con stessi baffi, stesso portamento ecc. Non risulta sempre chiara la dicotomia delle altre figure ‘mefistofeliche’ che tramano per trattenere l’anti-eroe nell’ammaliante Fortezza Bastiani. Nonostante la plasticità di Tanganelli a trasformarsi nelle svariate caratterizzazioni antagoniste – tramite espedienti fisico-vocali o con cambi continui di baffi posticci, occhiali, cannocchiale ecc. –, lo spettatore si perde perché non ha il tempo necessario per realizzare l’ingresso dei molteplici ruoli che s’interfacciano con il protagonista.

Ripercorriamo l’evento performativo che definirei una ‘cavalcata’ nel deserto dell’anima…

Dopo l’attesa nel foyer, finalmente si entra e ci si ritrova in un ambiente piccolo, intimo, una striscia rettangolare dove lo spazio scenico alla sinistra si confonde con la platea a destra, con poche file di sedie, su un’apposita moquette beige che allude alla sabbia desertica. Subito si scorge un cartello/manifesto/guida con l’incipit del romanzo… «Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione. Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa di tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio… ». Da lontano, si odono le note del pianoforte delle Gnossiennes di Erik Satie, leimotiv dello spettacolo…

Pochi gli elementi della scena scarna, essenziale, sfruttando al massimo tutti i ‘pertugi’ del ristretto Spazio 18b: una porta con la scritta Ufficio; tre nicchie/camerini/stanzoni fortezza, luoghi deputati dove i tre attori si cambiano a vista o tengono gli oggetti scenici (fucili, cannocchiale ecc.); uno sgabello e una sedia; una finestra illuminata che simbolicamente dà sul deserto immaginario. Sulla parete specchiata, tra le nicchie è appeso un quadro onirico, una ‘storia dipinta’ da Buzzati pittore – ridisegnata dal creativo Jacopo Bezzi, che cura l’allestimento scenico e i costumi –, raffigurante la distesa desertica tra le alte e gugliose rocce dolomitiche.

Ed ecco che i tre attori, seguendo la precisa e lucida regia di Elisa Rocca, cominciano ad entrare in scena sbucando dalle loro nicchie con gesti meccanici, a scatti, quasi come delle marionette o soldatini a molla, fino a mimare ritmicamente evocanti trotti ‘cavallerizzi’, che marcheranno per tutta la durata dello spettacolo. Tutt’e tre indossano la stessa divisa militare: una giubba nera con abbottonatura doppia, sopra una camicia bianca; pantaloni e stivali neri; come copricapo, un chepì.

Il percorso performativo ricalca schemi fiabeschi con un crescendo drammatico, scandito dal ritmo incalzante in un clima di mistero, supportato dal prezioso contributo sonoro di Giorgio Stefanori. Una nota di plauso va anche per Marta Bencich – non accreditata – che ha il merito di aver creato gli inserti video di micro animazione che appaiono improvvisamente sul quadro del fondale. Il dramaturg Beato nel suo adattamento mette in moto l’azione utilizzando una rapida sequenza in flashforward, anticipando la fine del romanzo, dove Drogo, malato, costretto a lasciare la Fortezza Bastiani, sta per arrivare con una carrozza alla locanda. Parole sconnesse gli ritornano in mente e… prima di morire, come in un ultimo sogno, ripercorre il suo viaggio a ritroso dall’inizio…

E così, Giovanni Drogo a cavallo, trotterellando – battendo gli ‘zoccoli’ degli stivali – chiede indicazioni per arrivare alla Fortezza; prima a un buffo carrettiere, poi a un povero vagabondo, che ignorano la strada e l’esistenza della Bastiani. In un’atmosfera d’inquietante incertezza, il giovane tenente s’imbatte in un “ufficiale a cavallo”, il capitano Ortiz, che vive nella Fortezza da diciotto anni, dal quale apprende notizie più precise sulla sua destinazione e del confinante deserto dei Tartari che si attendono per combatterli.

Giunti alla meta, si percepisce che Drogo ha una sorta di delusione e si presenta al Maggiore Matti, il quale gli assicura che dopo quattro mesi, ottenuta l’autorizzazione del medico, potrà essere trasferito altrove. Per la prima notte Drogo è nella stanza riservatagli alla Fortezza. Tra i pensieri insonni s’insinua l’odioso suono di contrappunto del “ploc”: l’acqua che cade in una cisterna. Comincia per Drogo la successione dei giorni e delle notti sempre uguali. Anche il ritmo dello spettacolo si adegua a questa monotonia, scandita dagli squilli di tromba di adunate, alza bandiera e allarmi. Drogo conosce il sergente Tronk, che gli impone il rigido regolamento sul cambio di guardia, le parole d’ordine; il sarto Prosdocimo, in via provvisoria alla Fortezza da quindici anni, al quale ordina un mantello; il medico Fernando Rovina disposto a certificargli una qualche malattia per il ritorno in città.

Intanto qualcosa avanza nel deserto… Sul quadro del fondale s’intravvedono delle piccole ombre moventi… È un cavallo nero – non bianco come quello dei Tartari – che compare misteriosamente. Beato omette la morte del soldato Lazzari, che uscito dalla Fortezza per recuperare l’animale, viene ucciso al rientro perché non sa la parola d’ordine. L’intreccio procede con un altro avvistamento: un contingente militare viene per ristabilire la linea di confine sulle montagne antistanti alla Fortezza… Anche qui Beato non accenna alle pagine tra le più intense del romanzo, e cioè alla morte dell’elegante tenente Angustina, durante la spedizione per affiancare le operazioni topografiche. Dopo quattro anni Drogo, spinto dall’amico Ortiz, ritorna a casa per una licenza. Rivede la madre malata e la fidanzata Maria, ormai quasi estranea per lui, in partenza per l’Olanda. Deluso dagli affetti, rientra alla Fortezza, dove è costretto a rimanere perché il Generale gli comunica che la sua richiesta di trasferimento non è stata accolta.

Frattanto, il tenente Simeoni gli confida di avere avvistato col suo cannocchiale una macchia nera: il nemico sta costruendo una strada, ma la notizia viene messa a tacere. Quando la costruzione arriva vicino alla Fortezza sono passati quindici anni. Nel frattempo Drogo, divenuto capitano, apprende che la madre è morta e chiude definitivamente i rapporti con la sua città. Anche Ortiz, fedele amico, lascia la Fortezza. I corpi degli attori ormai stanchi sembrano perdere la leggiadria trotterellante e scivolano giù verso terra… Un nuovo ciclo si apre. Entra una nuova recluta, il tenente Moro e tutto si ripete come una volta, ma con le parti invertite. È lui adesso il vecchio capitano Ortiz e il giovane ufficiale è il Drogo di vent’anni prima. Ormai ha cinquantaquattro anni e soffre di una grave malattia. Finalmente l’incredibile si avvera: i Tartari attaccano… Drogo vorrebbe partecipare alla battaglia attesa per anni, ma il nuovo comandante Simeoni, falsamente interessato alla sua salute, gli ordina di lasciare la Fortezza e…

Ecco che il cerchio si chiude e, con una dissolvenza incrociata, si ritorna dal viaggio del sogno iniziale… Il momento culmine e visivamente più suggestivo dello spettacolo: una brezza di vento si ode da lontano… sul quadro del fondale… appare come un’ombra… la carrozza che verrà a prendere Drogo per l’ultimo viaggio senza ritorno e si anima la battaglia dei Tartari che non farà mai.

 

 

LA FORTEZZA

Momento unico per tre attori soli

drammaturgia e adattamento di Massimo Roberto Beato

regia Elisa Rocca

con Massimo Roberto Beato, Alberto Melone, Matteo Tanganelli

allestimento scenico e costumi Jacopo Bezzi

musiche originali Giorgio Stefanori

aiuto regia Ferrante Cavazzuti

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