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“Assieme ai migranti sta morendo la nostra società”. Le parole di Paolo Dieci, morto nella tragedia aerea dell’Etiopia

 

Il giorno 20 gennaio alle 14 e 46 Paolo Dieci scriveva su fb : “dolore assoluto. Assieme ai migranti sta morendo la nostra società. Reagiamo con la forza della ragione e con umanità prima che sia troppo tardi”. Quattro persone commentano, otto condividono e 60 mettono like. Rimango colpita da questo annuncio drammatico. Conoscendo Paolo, così forte nella sua sapienza sento arrivare dal web un grido da chi non è avvezzo a gridare.

Penso che la vicenda del Cara di Castelnuovo di Porto con la “deportazione” dei migranti sia stata per il Presidente del CISP la linea di demarcazione tra la sua fiducia nelle Istituzioni e nel progresso dei popoli e la constatazione di una nuova brutalità. Qui, nel suo Paese.

Ho sentito il bisogno di parlare di Paolo , un bisogno fortissimo perché legata come lui all’Etiopia, agli anni in cui Agostino Miozzo, giovane medico, teneva alto il nome della Cooperazione Italiana garantendo assistenza medica a centinaia di vittime della carestia.

E’ difficile raccontare i voli per l’Etiopia ricchi di personaggi impegnati a costruire case, ospedali, strade, nidi per bambini. Io quei voli li ho fatti , sono partita  a mezzanotte con Ethiopian  come  il volo del Boeing caduto, con la gioia dentro.

Paolo Dieci nella sede del Cisp in via Germanico mi ha sempre dato informazioni preziose  negli anni in cui ho diretto l’Ente per le Adozioni Internazionali intitolato a mia sorella morta in un incidente stradale.  Era come quei giornalisti ,inviati di guerra, che parlano con assoluta competenza del luogo del conflitto.  Quella competenza che poi genera tranquillità e sicurezza  nelle iniziative da intraprendere.  Con Paolo abbiamo a volte ricordato che i nostri padri si conoscevano perché anche lui da ragazzino frequentava il lago di Paola e Sabaudia. E la tutela dell’ambiente- che mi è cara- non era lontana dai progetti di sviluppo che con precisione assoluta Paolo Dieci ha portato avanti con una crescita continua di autorevolezza, sua personale e della OnG da lui diretta.

C’è stato un tempo in cui fare Cooperazione  apriva le porte, anche quelle più resistenti.  Professionalizzare un volontario non voleva dire perdere quella passione che porta ad accogliere, aiutare, abbracciare, nutrire. Quella voglia di portare sviluppo e sollievo a gente in difficoltà.

Ma, come in altri ambiti, anche qui molte cose sono andate storte e, all’ombra di governi non sempre all’altezza dei problemi legati alla povertà e alle migrazioni , si sono perse occasioni importanti .

Ho avuto l’impressione, seguendo il lavoro di Paolo da lontano, che lui non avesse mai perso la fiducia, l’ottimismo, la pacatezza.  L’amore per l’Africa appariva come il collante per andare avanti. Perché se è vero che l’Africa muore per malattia e miseria è anche vero che non solo Paolo ma tanti come lui- e penso al comboniano padre Giulio Albanese- traggono da questo Continente l’energia per un futuro diverso. Una contraddizione che sembra tale solo per chi non ha mai preso quel volo Ethiopian, ricco di doni per l’umanità.

E allora ho sentito il dovere, la voglia giornalistica di raccontare quella grazia, quel dono del “dare” che Paolo ha interpretato così bene. Senza sbavature, senza autocompiacimento.

Così lontana dalle grida della attualità politica e dalle soluzioni brutali a problemi complessi.

Rimangono però le parole di quel post del 20 febbraio . Un avvertimento per tutti noi  “prima che sia troppo tardi”. Infine la decisione di non lasciare soli i suoi cooperanti in Somalia e l’idea di partire.

Angela Azzaro, caporedattrice del Dubbio e socia di  Giulia (giornaliste italiane, unite libere autonome) ha conosciuto Paolo Dieci a un dibattito sulle OnG poco prima della partenza per l’Etiopia e ha scritto su fb di essere rimasta colpita da quell’uomo gentile e competente.

Ho scoperto che c’e’ una immortalità legata al sorriso, al venire incontro all’altro. Una luce che  non viene spenta dalle accuse di “buonismo”. Una luce che illumina il volto di chi sbarca ma anche di chi accoglie. Una luce africana che Paolo aveva  e che da quel cratere annerito dal fuoco sembra proiettare la sua estrema richiesta. Reagire con forza prima che sia troppo tardi.

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