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8 marzo, stasera su TV7 reportage di Enzo Nucci sul rapimento di Silvia Romano, volontaria rapita in Kenya

 

E’ stata una occasione per fare il punto su un sequestro che gli stessi investigatori kenyani definiscono “anomalo”. Fino ad ora il rapimento a fini estorsivi non è mai stato praticato dalla criminalità locale. In una metropoli di 5 milioni di abitanti come Nairobi succede che i malviventi costringano sotto la minaccia delle armi il malcapitato di turno a prelevare quanto è possibile dal bancomat, “sequestrando” l’obiettivo per il breve tempo necessario. I sequestri sono invece praticati dagli shabaab (i terroristi somali legati ad Al Qaeda) che nelle aree di confine tra Kenya e Somalia sono molto attivi.
Per quanto riguarda Silvia Romano, sono sotto accusa 3 appartenenti alla tribù Wardei, pastori seminomadi di origine somala che vivono nella regione del Tana River in Kenya. E’ un gruppo etnico molto chiuso, identitario, diffidente verso le istituzioni e con scarsi rapporti con le popolazioni locali. 3 uomini con precedenti per traffico di avorio ed animali esotici, sospettati di tenere prigioniera Silvia. Una anomalia perché un sequestro (come sappiamo bene in Italia) richiede una grande organizzazione, una vasta logistica ed un cospicuo investimento economico per supportare il tutto. Cosa di cui i 3 banditi non sembravano essere in possesso. Eppure Silvia è stata inghiottita nel cuore di tenebra della foresta di Boni, dove attualmente piccole squadre della polizia proseguono le ricerche quando entrano in possesso di informazioni sulla eventuale presenza dell’ostaggio. Sono infatti cessate da tempo le ricerche a largo raggio con abbondante impiego di uomini e mezzi. Gli uomini dell’esercito si sono chiamati fuori –affermano i poliziotti – dopo un iniziale coinvolgimento, dai rastrellamenti perché –secondo i loro informatori – la banda criminale si sarebbe annientata a vicenda dopo uno scontro interno relativo alla gestione dell’ostaggio. Qualcuno avrebbe voluto “cederlo” agli shabaab , contrari altri.
L’ultima volta Silvia sarebbe stata vista nella foresta lo scorso 27 dicembre. Ufficialmente non sarebbe neanche arrivata la richiesta di riscatto. Buio informativo totale, scelto da subito dalle autorità italiane, violato invece nella fase iniziale da quelle kenyane che si affannarono a ripetere che la ragazza sarebbe tornata in libertà entro poche ore. Dissidi interni tra gli investigatori locali, mancata condivisione di informazioni tra loro, scarsi risultati hanno portato anche alla destituzione di un capo della polizia. Poi il silenzio totale dopo una sortita del 21 gennaio in cui la polizia di Nairobi si diceva sicura che Silvia fosse ancora in Kenya e non in Somalia.
Parafrasando il titolo della acquaforte di Francisco Goya, “il sonno dell’informazione genera mostri”. E’ quanto sta succedendo il Kenya. Il buio è nemico della luce, ovvero della verità. Il black out sul sequestro sta dando voce al lato oscuro del web, ai cuori neri della tastiera che stanno imbastendo fake news in quantità industriali sul presunto coinvolgimento di Silvia in traffici oscuri. Ma è anche una occasione per sciacalli di inserirsi in presunte trattative (rigorosamente in rete) con richieste di riscatto in bitcoin ed amenità da far sorridere chi conosce i meccanismi della gestione dei sequestri, i silenzi prolungati per incutere paura negli interlocutori. Questa melma in rete è anche l’occasione per regolamenti di conti tra espatriati italiani.
Tra le ong, onlus e associazioni umanitarie si è aperto comunque il dibattito su che cosa significhi fare volontariato, le responsabilità di chi coordina gli interventi, le condizioni di quanti operano sul campo.
Poche certezze da quel 20 novembre. E nessuna notizia sulle condizioni di Silvia. Sarebbe bello riaverla libera oggi 8 marzo, festa della donna.

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