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Se n’è andato Albert Finney, impareggiabile Poirot in ‘Assassinio sull’Orient Express’

 

Anche Albert Finney se n’è andato. Attore cinematografico inglese, nato a Salford (Lancashire) il 9 maggio 1936, è stato uno degli interpreti più rappresentativi della stagione del Free Cinema, come protagonista, tra gli altri, di Saturday night and Sunday morning (1960; Sabato sera, domenica mattina) di Karel Reisz e di Tom Jones (1963) di Tony Richardson. Ha poi recitato in ruoli molto diversi tra loro, sia negli Stati Uniti sia in Inghilterra, e dalla metà degli anni Ottanta ha lavorato spesso per la televisione, limitando l’attività cinematografica a pochi ruoli da protagonista o da comprimario.

Diplomatosi nel 1955 alla Royal Academy of Dramatic Art, intraprese subito l’attività teatrale, che ha sempre continuato ad affiancare a quella cinematografica (ha diretto il Royal Court Theatre dal 1972 al 1975, curando numerose messinscene anche come regista, con un repertorio che spazia dagli elisabettiani ad A.P. Čechov e J. Osborne). Il debutto nel cinema avvenne con un ruolo secondario in The entertainer (1960; Gli sfasati) di Richardson, tratto da una commedia di Osborne. Ma ottenne l’affermazione, in quello stesso anno, con una delle opere che segnarono l’inizio del Free Cinema, Saturday night and Sunday morning. Nel film Finney è un dongiovanni, affascinante quanto vile, diviso tra una donna sposata e una ragazza timida; l’energia che seppe dare a questo personaggio lo trasformò in un’icona del cinema di quegli anni. Tornò quindi sul grande schermo solo nel 1963 in un ruolo con il quale ottenne un eccezionale successo: Tom Jones, versione cinematografica del classico della letteratura inglese di H. Fielding, nel quale ripropone il personaggio di ribelle seduttore ma in un Settecento picaresco. Dopo una partecipazione occasionale al film di guerra The victors (1963; I vincitori) di Carl Foreman, Finney offrì il suo ultimo contributo al Free Cinema, concludendo il periodo in cui ne era stato uno degli attori emblematici, con Night must fall (1964; La doppia vita di Dan Craig) di Reisz nel quale interpreta un maggiordomo che ha una relazione con la padrona. I suoi personaggi arrivarono dunque a definire un ideale modello di proletario o di ‘marginale’ (comunque di ‘non borghese’ e antiborghese), caratterizzato da connotazioni gioiose, vitalistiche o, nel caso dell’ultimo film, minacciose. I suoi ruoli successivi risultano invece meno unificabili secondo un tratto ricorrente. Dopo aver fondato nel 1965 una propria casa di produzione, Finney fece nel 1967 la sua unica esperienza nella regia cinematografica con Charlie Bubbles (L’errore di vivere), che segnò anche l’esordio cinematografico di Liza Minnelli. Il film, storia di uno scrittore in crisi familiare ed esistenziale, è il ritratto di una generazione sospesa tra integrazione, fallimento e ribellione. L’interpretazione che aveva invece offerto nel precedente Two for the road (1966; Due per la strada) di Stanley Donen, una versione complessa e malinconica della classica commedia sentimentale in coppia con Audrey Hepburn, risultò sorprendente e mise in evidenza la sua capacità di confrontarsi con ruoli diversi rispetto a quelli fino allora consueti, anche in virtù del suo virtuosismo ironico. Interpretò così l’avaro Scrooge in Scrooge (1970; La più bella storia di Dickens) di Ronald Neame, versione musical del Cantico di Natale; quindi un guitto inglese che imita Humphrey Bogart in Gumshoe (1971; Sequestro pericoloso) di Stephen Frears; un magistrale Poirot che tiene a bada il cast all-star di Murder on the Orient Express (1974; Assassinio sull’Orient Express) diretto da Sidney Lumet; Fouché in The duellists (1977; I duellanti) di Ridley Scott e, più tardi, un mecenate in Annie (1982), infelice musical di John Huston. Importanti nella sua carriera cinematografica si sono rivelati i primi anni Ottanta; durante i quali ha interpretato Shoot the moon (1982; Spara alla luna) di Alan Parker, enfatico dramma coniugale cui dona però intensità proprio la coppia costituita da Finney e Diane Keaton; The dresser (1983; Il servo di scena) di Peter Yates, tratto dalla commedia di R. Harwood e basato sul confronto tra i due simboli, ormai invecchiati, del Free Cinema: Tom Courtenay e lo stesso Finney nel ruolo di un vecchio attore accudito dall’assistente omosessuale; Under the Volcano (1984; Sotto il vulcano) di Huston, tratto dal romanzo di M. Lowry, grande interpretazione tutta sopra le righe, quasi titanica nel rendere i caratteri di un alcolizzato, tradito dalla vita e votato alla sconfitta.

Negli anni successivi Finney ha spesso recitato in ruoli di antagonista o di spalla: gangster perdente e tradito in Miller’s crossing (1990; Crocevia della morte) diretto da Joel Coen, padre cattivo in Washington Square (1997) di Agnieszka Holland, Kilgore Trout (alter ego dello scrittore K. Vonnegut) in Breakfast of champions (1999; La colazione dei campioni) di Alan Rudolph, onesto avvocato in Erin Brockovich (2000; Erin Brockovich ‒ Forte come la verità) di Steven Soderbergh (che l’anno successivo lo ha diretto anche in un piccolo ruolo in Traffic). Da ricordare le prove offerte in film particolarmente adatti a consentirgli di dispiegare le sue capacità attoriali: Orphans (1987; Un ostaggio di riguardo) di Alan J. Pakula, il dittico irlandese composto da The playboys (1992; Playboys) di Gillies MacKinnon e The run of the country (1995; Un sogno senza confini) di P. Yates, entrambi scritti da Sh. Connaughton; The Browning version (1994; I ricordi di Abbey) di Mike Figgis, nel quale si misura a distanza con l’interpretazione di Michael Redgrave nell’omonima versione diretta nel 1951 da Anthony Asquith. Il suo eclettismo lo ha inoltre spinto a interpretare K. Wojtyla nel film televisivo Pope John Paul II (1984) di Herbert Wise, ed E. Hemingway in Hemingway: the hunter of death (2001) di Sergio Dow, sempre per la televisione.

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