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Se il teatro è vivo e si rinnova è anche grazie a trentenni come Liv Ferracchiati

 

Giovedì scorso abbiamo appreso da Emanuele Trevi, bontà sua, che il teatro è molto vivace, insomma che non è morto. Contribuirebbero alla sua salvezza l’ottima Sonia Bergamasco e, così sembra – sembra a lui s’intende –, Eleonora Danco, oltre alla riduzione drammarturgica che Trevi stesso ha realizzato di Ragazzi di vita, spettacolo felice, quasi nulla da dire, di nuovo in tournée in questi giorni. Meglio così. Da quanto si legge nell’articolo su Sette, potremmo dedurre piuttosto che i drammaturghi siano tutti morti o stiano lì lì – tenuti in vita solo da qualche monologo –, mentre i Dramaturg starebbero benissimo. Lunga vita agli adattamenti.

Tornando seri, a Trevi e al direttore di Sette Severgnini va riconosciuto tutto il merito di aver messo il teatro al centro di una discussione cui sarebbe proficuo partecipassero in molti. In ogni caso, ora che, drammaturghi a parte, siamo tutti più sereni sulle sorti delle scene italiane, nonostante un’infilata di spettacoli, anche adattamenti, decisamente innecessari che stanno circolando nelle sale in queste settimane, proviamo a parlare di qualcosa di nuovo.

Il Teatro India ha dato spazio a una trilogia di Liv Ferracchiati sul tema dell’Identità, prodotta dal teatro Stabile dell’Umbria e dalla compagnia The Baby Walk. Il progetto in tre capitoli – “Peter Pan guarda sotto le gonne”, “Stabat Mater”, “Un eschimese in Amazzonia” – indaga il rapporto dell’Io (e dell’Es) con il mondo, ponendo al centro la difficoltà di autodeterminarsi di fronte a una società che vive nei suoi schematismi.

Venendo a “Un eschimese in Amazzonia”, capitolo conclusivo della trilogia, va riconosciuto l’interesse della ricerca dell’artista. La drammaturgia, in questo caso, più che morta, è non ancora del tutto nata. Il canovaccio prevede la presenza dell’eschimese, la persona transgender, in Amazzonia, ovvero nella società, rappresentata da un coro di quattro coordinatissimi interpreti: Greta Cappelletti, Laura Dondi, Giacomo Marettelli Priorelli, Alice Raffaelli, che con Liv Ferracchiati hanno costruito la scrittura scenica. La metafora di base, veicolata già dal titolo, e il rapporto in sé tra l’eschimese e i coreuti sono ciò che conta e funziona.

Le tirate dell’eschimese, drammaturgicamente, sono invece fragili, costellate di un umorismo debole, di una certa supponenza e di un’unica punta di vigile quanto inutile volgarità. Storture che, con buona dose di paternalismo e supponenza non inferiore, si potrebbero definire “perdonabili”, almeno in questa fase del percorso artistico di Ferracchiati. Al di là di questo, lo spettacolo gode di un buon ritmo, il lavoro sul corpo del coro che si muove macchinalmente intorno all’eschimese spaesato supera gli schemi della forma e si fa espressione, così come il linguaggio iterativo, spezzato, ossessivo, ben rappresenta l’intrusione del Super-io, l’impossibilità di comprensione e dialogo tra la società e l’eschimese. Liv Ferracchiati ha l’attitudine e le capacità tecniche dello stand-up comedian, è in grado di instaurare un rapporto vero con il pubblico, di condurlo a riflettere e sentire, sa tenere il punto nonostante le digressioni e le sbavature. Un talento scenico così marcato e un lavoro tanto attento e profondo sul coro, indubbiamente l’organismo più difficile da gestire sulla scena, emergeranno con maggior nitore quando l’artista approfondirà il piano del pensiero e della scrittura delle parti monologanti.

Senza nulla togliere ai grandi attori, senza però nulla dare al teatro nichil-populista con le sue platee di scatenati, se il teatro oggi è vivo e si rinnova è anche grazie a trentenni come Liv Ferracchiati, capaci di accompagnare il pubblico in un’esperienza di riflessione, in una narrazione significativa, in operazioni che non vanno a caccia del pubblico, ma lo conquistano con serietà e rispetto.

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