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Narrazioni lineari

 

di Gianluca Barbanotti. Segretario Esecutivo della Diaconia valdese.

 

«Queste persone che arrivano sulle navi, come sono arrivate? Sono state costrette ad andarsene dal loro paese da qualche persona senza scrupolo? Perché molti paesi dell’Africa, dove vivono molto bene, non li aiutano? Poi un’altra cosa vi chiedo, siete bravi a fare soccorso, ma date parte del vostro stipendio per aiutarli sia nel trovare lavoro, che nell’accoglienza? Spero di ricevere una risposta». Questa è uno dei messaggi arrivati alla Diaconia valdese nei giorni di grande esposizione mediatica seguiti alla disponibilità data di accogliere, come evangelici, i migranti fino ad allora sequestrati sulla Sea Watch.

Questa domanda, giunta assieme a moltissimi messaggi di sostegno (e all’ormai inevitabile dose di insulti) illumina il momento che stiamo vivendo. È il risultato del “mood comunicativo” conseguente alla scelta politica di comunicare processi complessi attraverso narrazioni lineari: non ci sono migranti, rifugiati, richiedenti asilo, italiani di etnia sinti, e così via, ma semplicemente “noi e loro”, “italiani e stranieri”.

Questa narrazione-deformazione della realtà, dimentica milioni di persone emigrate dal nostro paese per ragioni economiche nei decenni passati, le centinaia di migliaia di giovani italiani che oggi stanno lavorando in diversi paesi d’Europa, i milioni di stranieri che in Italia contribuiscono al pagamento delle pensioni. Per finalizzare e mettere a reddito elettorale questo percorso si deve sollevare la paura e quindi il processo comunicativo si risolve nell’assimilare il rifugiato al migrante economico, il migrante economico al clandestino e, quindi, inevitabilmente il clandestino al delinquente.

«Sono state costrette ad andarsene dal loro paese da qualche persona senza scrupolo?» Arriviamo al dunque: i migranti fingono di essere perseguitati, ma in realtà non lo sono; sono solo poveri.

È surreale che noi, che ci mobilitiamo solo su interessi economici diretti, che siamo pronti a scioperi e serrate solo quando sono in ballo gli euro, non consideriamo legittimo il desiderio di chi è povero di emanciparsi dal proprio stato di bisogno.

La condanna morale dei migranti, gente povera che rischia la vita per trovare un futuro più dignitoso, che si considera fortunata quando lavora per due o tre euro all’ora nei nostri campi, è la condanna morale della cultura in cui nasce.

Che un problema così semplice («chiudiamo i porti!») non possa essere risolto con la soluzione più ovvia («tutti a casa!») ingenera il dubbio che ci sia qualche interesse retrostante («siete bravi a fare soccorso, ma date parte del vostro stipendio?»), fa pensare che la lobby dei “buonisti” sia all’opera per tenere sotto scacco il nostro paese.

Gli operatori che lavorano nella diaconia con gli stranieri raccontano di come in pochi mesi il loro status si sia decisamente trasformato: erano percepiti come quasi eroi e ora sono diventati dei fiancheggiatori dei nemici del paese, tanto che, oggi, molti di loro, per evitare dispute, non parlano del loro lavoro con parenti e conoscenti.

Chi si impegna per gli altri deve farlo “nel suo tempo libero”, come un hobby, come una sua passione personale, in alternativa al giardinaggio o al running. Farne un impegno professionale è delegittimante. Questa ideologia, solo apparentemente innocua e superficiale, mette invece in dubbio i fondamenti della società solidale ove anche alle imprese, alle banche e agli enti pubblici è chiesto un orientamento solidaristico, cioè una funzione di coesione sociale offrendo possibilità di redistribuzione di risorse e opportunità.

Quando la maggioranza pensa che la verità sia “dietro”, noi dobbiamo raccontare, instancabilmente, la verità che ci sta davanti.

Da confronti

 

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