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Teatro Vascello. “Lunga giornata verso la notte”, i conflitti dell’umano nell’O’Neill di Cirillo

 

Se la tragedia antica poneva al personaggio il dilemma dell’agire per essere – “Cosa farò?”, si domandava l’eroe –, e nella tragedia moderna la scelta era tra l’essere e il non essere, in Lunga giornata verso la notte di Eugene O’Neill, in scena al Vascello di Roma fino a domenica 13 gennaio, Arturo Cirillo coglie con pienezza il nodo del tragico contemporaneo, quel pendolo che, a partire da un rifiuto o dall’impossibilità più o meno totale della scelta, fa oscillare l’uomo tra il non essere e l’essere altro da sé. Il regista, l’interprete, analizza e sintetizza sulla scena molti termini della dialettica binomiale sottesa al testo: esterno e interno, vero e falso, conscio e inconscio, pensiero e parola, affermazione e contraddizione, memoria e presente. A essi aggiunge, lo fa anche sul piano scenografico, l’opposizione realtà e finzione.

Siamo nella casa della famiglia Tyrone, è un giorno del 1912, la grande storia c’è, ma resta un passo indietro ed è piuttosto uno spirito del tempo espanso, che ci raggiunge grazie alla regia di Cirillo e ai costumi anni Settanta di Tommaso Lagattolla, passati ma vicini. Al centro un tappeto e un tavolo circolari, la parete della casa è un emiciclo nero su cui poggiano quattro mobiletti da camerino con specchiera da trucco. La scenografia antirealista e simbolica di Dario Gessati è elemento centrale che riflette e sostiene la lettura del regista. James Tyrone, il padre interpretato da Arturo Cirillo, è un attore che gode di un certo successo e ha potuto riscattarsi dalla povertà; ora non fa che comprare terreni e vive nella paura di perdere ciò che ha guadagnato. Sua moglie Mary – Milvia Marigliano – lo segue ovunque per amore, ma non ha mai superato la perdita del figlio Eugene, nome significativo, ed è caduta nella dipendenza da morfina. Jamie, il figlio maggiore, fa l’attore come il padre, tuttavia lo pervade un senso di fallimento che lo porta al cinismo e all’alcol. Edmund ha ambizioni da scrittore, la sua nascita doveva far dimenticare la morte di Eugene, ma così non è stato; adesso soffre di tubercolosi e la sua malattia corrode gli ultimi equilibri familiari.

Lo spettacolo conclude quella che è passata alle cronache come la “Trilogia americana di Arturo Cirillo”, ed è stato preceduto da “Lo zoo di vetro” di Tennessee Williams e “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Edward Albee. La fatica del regista è oggi anche raccontata in un libro dell’audace casa editrice Cue Press: “Dall’altra parte dell’America” a cura di Andrea Porcheddu, che ha raccolto interviste, recensioni e altri materiali intorno al lavoro teatrale.

Nell’allestimento di Lunga giornata verso la notte il dato fondamentale è la tensione scenica degli interpreti, quasi sempre alta, quasi mai sovresposta. Milvia Marigliano dà prova di un talento dalla forza selvaggia. Il suo dire è un fiotto inarrestabile di dolore e di amore, il suo corpo una vibrazione di istanze confliggenti, la sua mente il frutto del vissuto e della dipendenza, delle furie interne ed esterne. Quando l’attrice è in scena non smette mai di comunicare, prende la parola e tesse, poi resta in silenzio e continua a tessere con il movimento delle mani, che ora si sfregano, ora nervosamente si dirigono ai capelli e li tormentano, ora tremano e fanno da controcanto a uno sguardo di antica Medusa, o forse di Cassandra, che col suo linguaggio simbolico dice: “Sento che la nebbia tornerà”. E la nebbia torna, con l’evidenza di una macchina del fumo che la sputa fuori, invade il palcoscenico, invade la recitazione degli attori e – come le musiche o come le luci di Mario Loprevite, in grado di sottolineare i diversi piani di azione –, accende una differente dimensione dell’umano, una dimensione meno consueta, meno tangibile, meno realistica, che si introduce anche nel cerchio magico, dove fino a poco prima sembrava tutto così reale. A volte gli attori vanno a sedere al loro mobiletto da camerino. Ma forse ascoltano, non possono liberarsi da un filo che li tiene tutti insieme, forse vivono nel loro non detto, che poi, però, dicono, forse sono immagini dell’inconscio di chi è in scena.

Arturo Cirillo, in un’interpretazione di maturità raggiunta, costruisce sul suo corpo un personaggio articolato, un padre complesso, fermo nella sua logica, nel suo tormento lucido, un uomo dall’egoismo vigile, che sa arrivare al centro delle cose, e non sa risolverle tuttavia. Il suo James tasta la verità, si vive con un’ironia che riesce a non scivolare nella caricatura, si fa ascoltare, è credibile, sa muovere i sentimenti dello spettatore come Mary, pur per altre vie.

L’inutilità della consapevolezza è la malattia e la forza tragica di tutti i personaggi. Lo è per Jamie, James Junior, nell’irruenza scenica di Rosario Lisma, capace di trovare il suo miglior equilibrio nella seconda parte dello spettacolo, lo è per Edmund, nella giusta fisicità di Riccardo Buffonini, che ancora cerca e si cerca. Arturo Cirillo dimostra di sapere cosa è il teatro, perché sa cos’è la vita. E se non lo sa, ci fa credere di saperlo. Plaudite.

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