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Maggio 2019: l’Europa è a un bivio

 
di Carmelo Cedrone. Coordinatore Laboratorio Europa/Eurispes

Sono più di dieci anni che l’Unione europea è ferma e avvitata su se stessa; è a un bivio, come nel Dopoguerra. Due anni fa, con il vertice di Roma per i 60 anni dei Trattati di Roma, aveva indicato la strada per uscirne. Negli ultimi mesi è tornata al punto di partenza. Nelle popolazioni è aumentato il senso di disagio e di paura per le ragioni che conosciamo: la crisi economica; gli attentati terroristici; i flussi migratori e la rinascita dei muri; la transizione economica e sociale, la digitalizzazione dell’economia, l’intelligenza artificiale, l’internet of things, i nuovi protagonisti dell’economia globale,
che hanno rivoluzionato lo scenario mondiale.

Tutto questo ha mandato in frantumi il modello funzionalista di Jean Monnet, per un’Unione «sempre più stretta», che aveva retto 60 anni. Oggi stanno prevalendo di nuovo le ragioni divisive sugli interessi comuni. Una crisi che ha radici molto profonde, legate alla storia europea, che sta portando l’Unione verso il declino se non ci sarà un cambio di passo radicale.

Il vero pericolo dell’Europa non sta nella crescita delle destre xenofobe, ma nell’incapacità degli avversari ad offrire una prospettiva diversa.

Rischiamo così di rimanere invischiati, in Italia e in Europa, fra i due schieramenti che si fronteggiano: quello a favoredell’Europa senza dire quale; l’altro contro senza spiegare cosa intende fare. Uno scontro tra perdenti, perché sarebbe l’Europa a perdere. Bisogna modificare questa narrativa in cui rischiamo di rimanere relegati. Il primo schieramento è quello che ha costruito e salvato l’Unione, ma ci ha portato alla crisi attuale, perché nemmeno le forze di sinistra sono state capaci di opporsi alle ricette di austerità adottate durante la crisi; hanno perso senza combattere, perché erano divise. Oggi, in vista delle elezioni, serve un Patto per cambiare l’Unione, non un messaggio in difesa dell’esistente, per paura del peggio. Il peggio arriverà se si resta immobili. Serve più coraggio per costituire un’alleanza democratica, di forze politiche di diversa ispirazione, a condizione che condividano i valori di fondo e l’obiettivo di cambiare questa Unione, partendo dall’Eurozona.

Un patto, da annunciare durante la campagna elettorale, da parte dei partiti che si propongono di realizzare un’Unione di valori, un’Unione federale democratica, “titolare” di una quantità limitata di politiche a sovranità condivisa, lasciando il resto ai singoli Paesi.

Creare un’Unione politica sovrana di Stati sovrani, su base federale, che esprima un “sovrano”, responsabile di fronte al “popolo” e al Parlamento europeo, introducendo il principio democratico nel processo decisionale. Si potrebbe realizzare anche il passaggio dalla democrazia politica a quella sociale, offrendo ai cittadini un nuovo modello di democrazia partecipativa, un esempio per gli altri paesi, tale da consentire a tutti di condividere il “potere”. Serve perciò una grande spinta che recuperi lo spirito dei padri fondatori e dia una nuova missione all’Europa, da proporre al resto del mondo.

Con quali attori fare questo? Ci sono ancora in Italia e in Europa delle forze sane sulle quali si può contare, a condizione di non arrendersi al declino e all’evidenza. L’Italia è, insieme alla Francia e alla Germania, portatrice e generatrice di un pensiero e di una cultura sulla quale l’Europa potrebbe ritrovare la sua ispirazione e la sua rinascita. Nessuna Europa potrà esistere senza l’Italia, la Germania o la Francia. È all’interno di questi paesi e degli altri che condividono tale obiettivo, che vanno ricercate le energie politiche, economiche, sociali e culturali per realizzarlo, superando l’europeismo generico. Va fatto prima delle elezioni, per ridurre l’assenteismo e non ritrovarci, dopo il 27 maggio, al punto di partenza: prima delle elezioni grandi propositi, impegni e sottoscrizione di appelli; dopo, niente.

Ci sono tanti modi per fare questo, cambiare l’Unione:

  1.  un’Assemblea costituente da eleggere alle prossime elezioni del Parlamento europeo;
  2. una Convenzione (art. 48), oppure, come estrema ratio:
  3. a) una Conferenza intergovernativa;
    b) una Cooperazione rafforzata;
    c) un nuovo Trattato fondativo.

Il problema non sono gli strumenti con cui cambiare l’Unione, quanto piuttosto come superare le divisioni attuali tra paesi che impediscono qualunque cambiamento; una posizione suicida che sta riducendo gli spazi dell’Ue. Ecco perché serve un impegno chiaro per il dopo le elezioni, consci che la politica degli annunci non basta più; come non basta più un Parlamento coi limiti attuali, un vulnus democratico per l’Unione. Serve una governance istituzionale europea, democratica, con potere legislativo, di governo e di controllo, con una responsabilità politica comune, una sovranità condivisa su poche materie. Ciò, tra l’altro, servirebbe a recuperare pezzi di sovranità che i paesi hanno già perso a causa della globalizzazione, non dell’Europa.

In questo contesto il ruolo dell’Italia è fondamentale. Cosa dovrebbe fare il nostro Paese in questa situazione? Non è molto difficile capire l’Italia da che parte debba stare; il problema è come starci, sapendo che siamo uno dei paesi fondatori dell’Unione e uno dei più importanti, sia per l’economia, che per il pensiero e la cultura.

L’Italia, cuore fondamentale dell’Europa, deve rafforzare il suo ruolo propositivo a favore dell’Unione politica.

Forse oggi si trova in una condizione ottimale per giocare un tale ruolo, viste le difficoltà politiche di altri paesi. Occorrerebbe però la volontà, la capacità di farlo a livello europeo e all’ interno, completando la riforma della giustizia e della pubblica amministrazione; rafforzando la lotta all’evasione fiscale, alla criminalità, alla corruzione e preparando un piano di rientro del debito pubblico. Questo le consentirebbe, anche nell’immediato, di insistere nei confronti dell’Unione per attuare politiche favorevoli allo sviluppo e all’occupazione, alla coesione sociale, alla ricerca e all’innovazione, attraverso un piano europeo per gli investimenti, completando le riforme dell’Eurozona già avviate e poi fermate. Per raggiungere tale obiettivo occorre lavorare a un Piano europeo di alleanze sui contenuti, non per difendere questa Unione, così com’è, ma per cambiarla, spingendola ad agire per risolvere i problemi contingenti, rompendo il silenzio e il blocco attuale; rilanciando la proposta politica del vertice di Roma del 25 marzo 2017: una Unione con due percorsi differenziati, già esistenti: uno economico basato sul Mercato unico, compreso il Regno Unito, e l’altro politico che, partendo dall’Eurozona, acceleri il percorso di integrazione verso gli Stati Uniti d’Europa. Gli italiani devono avere l’opportunità di discutere e manifestare la loro disponibilità, decidere da che parte stare, se necessario, attraverso un’apposita Convenzione nazionale. Sarebbe la proposta più seria da mettere in atto per la prossima campagna elettorale europea, ma questo sarebbe già un miracolo.

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