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I diritti umani non si difendono tacendo, ma neanche indignandosi occasionalmente

 

Quel 4 aprile 1971 Glenn Cowan, immaturamente scomparso, lo ha ricordato per tutta la sua troppo breve vita. Mondiali di Nagoya, Cowan guida la nazionale di tennis da tavolo degli Stati Uniti, sconfitti al primo turno da Hong Kong e Corea del Sud. Finisce così l’avventura asiatica della debolissima nazionale statunitense. Ma lui, il capitano, rimane, per guardare i veri campioni. Il pullman del suo team non lo immagina proprio e lo lascia all’Aichi Prefectural Gymnasium, da solo. Ricostruendo quei giorni  Eurosport afferma che “In preda all’ansia, Cowan rimedia miracolosamente un passaggio da quello che si rivelerà essere il pullman privato della nazionale cinese. Non appena salito a bordo, nel campo visivo di Coward spuntano ventiquattro cinesi addestrati dal regime comunista a “colpire ogni pallina come fosse la testa del nemico capitalista”. La tensione è palpabile e nessun atleta cinese si sogna di attaccare bottone con l’americano “imperialista”; Zhuang Zedong, invece, è una mosca bianca. Spinto dalla sua educazione confuciana, il mito vivente si avvicina a quell’insolito esemplare di essere umano e, dopo avergli manifestato la sua amicizia con l’ausilio di un interprete, dona lui una stampa serigrafica dei Monti Huangshan”. Glenn è commosso, ma non può ricambiare; con cosa? Il giorno seguente però si procura una t-shirt sulla quale spiccano il simbolo della pace e il celebre titolo dei Beatles “Let It Be”. La foto finisce su tutti i giornali, anche su quelli che finiranno nelle mani di Mao e di Nixon.  Comincia così la pagina storica a tutti nota, “la diplomazia del ping pong”.

Ricordare questa pagina pochi giorni prima della finale che Juventus e Milan giocheranno a Gedda aiuta a domandarsi: “possibile trasformare una pessima idea in un’opportunità da non perdere?” La pessima idea è quella di aver pensato questo evento soltanto per il ricco assegno che la corona saudita ha versato alla Lega Calcio, presumo. L’iniziativa poi è stata assunta nei giorni in cui l’illusione che Mbs, come molti amano chiamare il principe della corona saudita, fosse  un “riformatore dall’alto” ha lasciato spazio alla più concreta  certezza che sia “un principe sanguinario”. Ma non c’era bisogno dell’agghiacciante caso Khashoggi per scoprire la guerra in Yemen e i suoi orrori. Non c’era bisogno del caso Khashoggi per pensare ad altre sedi. La distrazione con cui è stata seguita la guerra yemenita fa il paio con la distrazione con cui è stata seguita la guerra siriana, e la repressione in Bahrein, per citare soltanto gli eventi più gravi e vicini alla Gedda dove scenderanno i giocatori di Juventus e Milan. Ora l’attenzione viene richiamata sulla condizione femminile nel regno, esposta dalle vergognose limitazioni per l’accesso allo stadio delle donne. Dunque boicottare Gedda? Forse il tempo in cui siamo, il tempo dei muri, invita a pensare che ogni porta se può schiudersi va vista come un’opportunità per cercare di apertura. Come? Innanzitutto con l’informazione. L’estremismo wahhabita offende e ferisce, insieme ad altri oscurantismi eretici, da decenni l’Islam illuminato; è questa la prima considerazione da farsi; illuminare l’altro Islam, quello negato. Non le “concessioni” del giovane monarca, ma le richieste del suo popolo, femminile e non. La partita tra Juventus e Milan può essere l’occasione per illuminare questa realtà, più che ergersi a giudici dell’ultimo minuto, magari dopo aver voltato le spalle a emergenze tragiche, visto e considerato che l’Italia è uno dei pochi paesi che negli anni trascorsi non ha saputo offrire alcun patrocinio ai racconti e alle rappresentazioni dei crimini perpetrati contro l’umanità, e secondo Le Monde, mai smentito né purtroppo citato, avrebbe addirittura ospitato in segreto personalità messe al bando dall’Europa.

No, i diritti umani non si difendono tacendo, ma neanche indignandosi occasionalmente. Meglio pensare a promuovere, aprire, allargare, e ovviamente denunciare. E non dimenticare gli atleti. Sono loro che porteranno la loro testimonianza di uomini di sport in quella terra. Potrebbero essere i loro accompagnatori a chiedere che abbiano, quelli che lo ritenessero, il conforto della partecipazione al loro rito, a qualunque confessione appartengano. A quelli, cioè ai riti, certamente si applica la regola decoubertiana, “l’importante è partecipare”. E’ noto che il divieto alla celebrazione eucaristica è recentemente caduto in Arabia Saudita. Se gli atleti stranieri che volessero poter usufruire di un rito officiato per loro lo chiedessero darebbero certo sostegno a chi ha tremende difficoltà a vedersi riconosciuta come persona umana, anche a Gedda, ma non solo lì.

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